XXIV

By Domenico da Prato

Far non de' omai il mio cor che lamentarsi

e con pianti dolersi

poi che li dolci versi — in pena greve

son permutati, augendo in me tormenti,

e di lagrime il petto molle farsi

sì che i pensier diversi,

alla mia vita avversi —, fian più breve.

E gli occhi, che solean farsi contenti

di veder la mia donna infra le genti,

paion pien di paventi — (e con dolore

cangia il viso colore)

e di lagrime ai piè fan spesso un lago:

così il cor duro di mia donna appago.

Io non penso però che a lei ne giovi

di mia vita affannata,

perché la cosa amata — convien ch'ami:

e tal pensier lo immaginar conforta.

Surgono ancora in me pensier più novi,

ch'ancidon la mal nata;

onde convien tal fiata — ch'Amor chiami,

perché drizzi ver lui mia vista torta.

Così si fa mia mente or viva or morta,

ma pur d'Amor è scorta — perch'è serva,

sì che sua voglia osserva.

Trema la voce chiamando pietade,

che di mia donna cacci crudeltade.

Mentre non conoscea qual fusse amore,

l'anima pargoletta

libera era e soletta — da martire,

che or s'è fatta serva; omè, e di cui?

Di donna alta e crudel, per cui 'l mio core

alla morte s'affretta;

ma lo sperar vendetta — dal mio sire

pur mi sostiene, e dolgomi con lui

che tal donna s'ha tolta e data altrui.

Lasso, che quando io fui — di costei preso,

parvemi avere inteso:

«Ecco il mio servo», e chi fusse non scorsi,

ma alzando gli occhi d'un splendor m'accorsi.

Tanto fu presto di quei razzi il lampo

al viso, che smarrito

divenne, e sbigottito — caddi a terra.

Parvemi d'una fiamma esser coverto

nella quale arsi; or più che allora avampo.

Omè, ch'io fui ferito

da quel che m'ha nutrito — e or mi fa guerra,

io dico Amore, al qual fui prima offerto.

Egli ha tal pena poi 'l mio cor sofferto,

però che senza merto — vive amando,

ond'io vo' gir pregando

Amor e Iove e 'l cielo e ogni stella

che l'alma, come pria, torni novella.

Seguitando, io non stei come chi dorme,

né come desto atteso;

ma pur da errore oppreso — esser mi parve,

che albicinato mi teneva privo.

Di Latona la figlia con sue forme

mi fé l'error disteso,

perché stando sospeso — allor m'apparve

questa gentile Aurora, di cui io scrivo.

Stando, gli puose in testa Amor d'ulivo

corona, onde mal vivo —; e poi parea

qual fu la madre a Enea,

quando apparve nel bosco in sul bel varco,

ch'era di nube cinta e a collo l'arco.

Ma questa l'avea in mano, e entro vi misse

d'oro un suo quadrelletto,

che, penetrando il petto —, giunse al core;

per che, smarrito, alquanto in me tornai.

Tacciasi Ovidio omai — di quanto ei scrisse,

e miri al vago aspetto

di costei, a cui suggetto — è il ciel d'amore.

Tal biltà scorsi, quando gli occhi alzai

in lei, che ogni dir non saria assai:

ivi rimasi e mai — non serò altrove

che nel bel loco, dove

Amor volse mostrar sua gran possanza

e d'esta donna, quale ogn'altra avanza.

— Canzon, tu vedi ben che per l'angoscia

non merito esta donna quanto è degna,

e però in ogni parte fa' mia scusa.

Cerca piangendo la Valdelsa, e poscia

truova Amore e Piatade, e ivi tua insegna

ferma, di pianti e lagrime confusa;

di' che mi mandin Morte over Medusa,

che mi facci di marmo;

di' come più non m'armo

di speme, e pur il terzo nome adoro

di quei che offerson mirra, incenso e oro.