XXIV

By Giovan Matteo di Meglio

El prete del popol mio,

quand'io era giovinzella,

mi menava alla sua cella

a confessarmi con disio.

Io gli avevo a confessare

ogni mio folle peccato,

e' m'aveva a perdonare

e avemi comandato

ch'io gli stessi sempre allato

e non facessi partenza;

e mel dava in penitenza

e consolava lo cor mio.

E pello stare in ginocchione

ora alle volte ch'io svenivo,

e' mi portava in sua magione;

tre ore o più quivi dormivo,

e quando poi mi risentivo

mi trovavo sopra al letto

e mi copriva con diletto

col manipol suo giulìo.

S'io mi sentivo un picciol male,

presto a casa era venuto.

Mentre che salia le scale

io lo conoscevo al fiuto.

E' mi sonava un imbuto

sì dolcemente ch'io nol so dire,

ma sì mi faceva sentire

ch'io guarivo con disio.

S'io rimanevo soletta,

che 'l mio marito andasse altrove,

io gliel dicea con fretta

ed e' veniva a far suo pruove.

E di verno, quando e' piove

o ch'egli era gran freddura,

mi copriva con misura,

riscaldandomi per Dio.

Dunque, donne popolane,

fate vezzi a' vostri preti;

inverso lor non siate strane,

ma con atti mansüeti,

se vi dicon lor segreti,

no' gli dite poi al marito,

anzi pigliate partito,

donne mie, come feci io.