XXIV
Fra le nuore ser Lio, mentre che avvampa
di faggi a vegghia il focolar paterno,
le man stropiccia; e novellando campa,
ingannata la morte, un altro verno.
Loda i costumi de l´antica stampa,
trinca in ruvido nappo il suo falerno,
e sul piè ritto e sul codin s´accampa,
spargendo sali di piacevol scherno.
Sindaco, e´ s´alza a primo suon di squilla,
e, incurante di ghiaccio o di rovaio,
va i casetti a raccôr de la sua villa.
Noie e balzelli ai sudditi sparagna:
per trono un guscio, ed ha per manto un saio:
pare un picciolo re de l´Alemagna.
Pan piano, a la campagna,
fruga le siepi, quando marzo torna,
e il giubboncin di violette adorna.
Palpeggia infra le corna
la vaccherella che gli porge il latte,
e i purpurei carbezzoli a le fratte
con la sua canna sbatte.
Scontra al crocicchio il parroco; e, una presa
di tabacco, anzi tutto, offerta e resa,
gli parla o de la chiesa
che va in rottami, o del ponte che casca,
o del bisogno di polir la vasca,
o della nova frasca
che ha messo l´oste, o d´altro. E così cheta
passa l´ora a ser Lio, come una lieta
acquicella segreta,
che scende appunto dal vicin verziero
per le mente odorate, e fa sentiero
da canto al cimitero.
E un dì, senza ch´assai gli ne rimorda,
scorderà di svegliarsi e trar la corda
del campanel. Chi scorda
in qualche parte, di memoria raso,
a la scatola o i guanti o puta caso
la pezzuola di naso,
torna indietro a cercarli. Ed egli invece,
contento e lasso del cammin che fece,
né un soldo né una prece
darà, credete, per rifarne l´orme.
Dormir, come che sia, piace a chi dorme.