XXIV

By Giovanni Prati

Fra le nuore ser Lio, mentre che avvampa

di faggi a vegghia il focolar paterno,

le man stropiccia; e novellando campa,

ingannata la morte, un altro verno.

Loda i costumi de l´antica stampa,

trinca in ruvido nappo il suo falerno,

e sul piè ritto e sul codin s´accampa,

spargendo sali di piacevol scherno.

Sindaco, e´ s´alza a primo suon di squilla,

e, incurante di ghiaccio o di rovaio,

va i casetti a raccôr de la sua villa.

Noie e balzelli ai sudditi sparagna:

per trono un guscio, ed ha per manto un saio:

pare un picciolo re de l´Alemagna.

Pan piano, a la campagna,

fruga le siepi, quando marzo torna,

e il giubboncin di violette adorna.

Palpeggia infra le corna

la vaccherella che gli porge il latte,

e i purpurei carbezzoli a le fratte

con la sua canna sbatte.

Scontra al crocicchio il parroco; e, una presa

di tabacco, anzi tutto, offerta e resa,

gli parla o de la chiesa

che va in rottami, o del ponte che casca,

o del bisogno di polir la vasca,

o della nova frasca

che ha messo l´oste, o d´altro. E così cheta

passa l´ora a ser Lio, come una lieta

acquicella segreta,

che scende appunto dal vicin verziero

per le mente odorate, e fa sentiero

da canto al cimitero.

E un dì, senza ch´assai gli ne rimorda,

scorderà di svegliarsi e trar la corda

del campanel. Chi scorda

in qualche parte, di memoria raso,

a la scatola o i guanti o puta caso

la pezzuola di naso,

torna indietro a cercarli. Ed egli invece,

contento e lasso del cammin che fece,

né un soldo né una prece

darà, credete, per rifarne l´orme.

Dormir, come che sia, piace a chi dorme.