XXIV
No’ andiam lin pettinando,
nostra vita guadagnando.
No’ abbiam pettini e cardi
da capecchio e stoppellino;
buon maestri e non bugiardi,
di pezzuolo e lin sutrino,
lin nostro e campagnino,
lin vernìo e da Viterbo:
quand’egli ha natural nerbo
si contenta ognun filando.
Se gli è lin tenero e corto,
vi mettiàn drento le dita,
dirizzando il tiglio torto
perché gli ha la stoppa trita;
la conocchia vien pulita
e la lisca salta fòra:
ogni donna ne ’nnamora
sì ’l vegnàn bene acconciando.
Certi lini ruvidi e grossi
no’ troviàn per lo contado
che non son bigi né rossi:
questi ci son molto a grado;
benché ne troviàn di rado,
ché le servon i lanini,
per toccar de’ lor quattrini
ogni cosa ne va a bando.
E secondo la natura
e la qualità del lino
abbiam piú d’una misura
ch’è ’n conocchia di puntino;
se ’l lucignolo è piccino,
si fa presto di duo uno;
se ’l filato è rosso o bruno,
torna bianco po’ curando.
Con le dita ci è di quelle
che, se ’l voglion pettinare,
se non s’apron le scarselle,
non si può ben lavorare:
no’ sappiàn per modo fare
quando s’accorda la coppia,
che alle volte si raddoppia
per venirci ben pagando.