XXIX – Alamanni
Non sentiam noi,
Quando s'arma Aquilon per farci guerra,
Sonar d'alto romor gran tempo innanzi
Le selve alpestri; e minacciar da lunge
Con feroce mugghiar Nettuno i liti?
I presagi delfin fuggirsi a schiera
Ove il futuro mal men danno apporte?
E se da l'alto mar con più stese ali
Rivolando tornar si sente il mergo,
E con roco gridar fra cruccio e tema,
D'un non solito suon empier gli scogli;
O se l'ingorde folaghe intra loro
Sopra il secco sentier vagando stanno;
O il montante aghiron, poste in oblio
Le native onde sue, paludi e stagni,
Consideriam fra noi, volando a giuoco
Sopra le nubi alzarse; allor chi puote
Ratto schivar il mar, si tiri al porto;
E chi ne sta lontan, ne i voti appelli
E Castore e 'l fratel; ch'ei n'ha mestiero.
Or dal notturno ciel cader vedrai,
Quando il vento è vicin, lucente stella,
Di fiammeggiante albor lassando l'orme;
Or secchissima fronde, or sottil paglia
Gir per l'aria volando; or sopra l'onde
Leve piuma apparir vagando in giro.
Ma se 'nver l'Aquilon son lampi e fuochi,
Se di Zeffiro o di Euro il ciel rintuona;
Nuotan le biade allor; né fia torrente
Che non voglia adeguar l'Eufrate e 'l Nilo;
E bagnandosi i crin, gravose e molli
Il turbato nocchier le vele accoglie.
Quanti son gli animai che ti fan segno
De la pioggia che vien! L'esterno grue,
Da le palustri valli al ciel volando,
La mostra aperta. Il bue con l'ampie nari,
Sollevando la fronte, l'aria accoglie.
La rondinella vaga intorno a l'onde
S'avvolge e cerca: e dal lotoso albergo
Il noioso garrir la rana addoppia.
Or l'accorta formica a ratto corso,
Con lunga schiera, a ritrovar l'albergo
Intende, e bada a la crescente prole.
Puossi, verso il mattin, tra giallo e smorto
Talor l'arco veder, che l'onde beve,
Per riversarle poi. De i tristi corvi
Veggionsi attorno andar le spesse gregge,
Di spaventoso suon l'aria ingombrando.
Ogni marino uccello, ogni altro insieme
Ch'aggia in stagno, in palude, o 'n fiume albergo,
Sopra il lito scherzar ripien di gioia
Veggiam sovente: e chi la fronte attuffa
Sott'acqua, e bagna il sen; chi ne l'asciutto
S'accorca e s'alza, e ne dimostra aperto
Van desio di levarse e dolce speme.
Or l'impura cornice a lenti passi
Stampar l'arena, e con voci alte e fioche
Veggiam sola fra se chiamar la pioggia.
Né men la notte ancor sotto il suo tetto
La semplice donzella il dì piovoso
Può da presso sentir, qualor cantando
Trae de la roccia sua l'inculta chioma:
Ché 'l nutritivo umor, montando in cima,
De l'ardente lucerna ingombra il lume,
E scintillando vien di fungo in guisa.
Cotal si può veder tra l'acque e i venti
Il buon tempo seren ch'appresso viene,
A mille segni ancor, Ciascuna stella
Mostra il suo fiammeggiar più vago e lieto,
E la luna e 'l fratel più chiaro il volto.
Non si veggion volar per l'aria il giorno
Le leggier foglie; né sul lito asciutto
Spande il tristo alcion le piume al sole:
Non con l'immonda bocca il lordo porco
Or di paglia or di fien sciogliendo i fasci,
Gli getta in alto: e già seggon le nebbie
Dentro le chiuse valli, in basso sito:
Né quel notturno uccel ch'Atene onora,
Già spiato del Sol l'ultimo occaso,
Di noioso cantar intuona i tetti.
Sentonsi i corvi allor di chiare voci
Empier più spesso il ciel; poi lieti insieme,
Di dolcezza ripien, per gli alti rami
Menar festa tra lor: ché già le piogge
Veggion passate, e con desio sen vanno
I figli a riveder nel nido ascosi.
Già non voglio io pensar ch'augello e fera
Per segreto divin prevegga il tempo
Chiaro e fosco che vien, né sian per fato
Di più senno o veder creati al mondo:
Ma dove o la tempesta o 'l leve umore
Van cangiando il sentier (ché 'l padre Giove,
Or con Austro or con Borea, or grossa or rara
Fa l'aria divenir), gli spirti e l'alme
Diversi hanno i pensier; che nascon dentro
Dal variar del ciel. Però veggiamo
Quando torna il seren, tra i verdi rami
Dolce cantar gli augei, scherzar le gregge,
E più lieto apparir cantando il corvo.