XXV. A FILLE. L'INFORTUNIO.

By Vincenzo Monti

Da quel dì che il tuo sembiante

Si fe incontro agli occhi miei,

Da quel dì da quell'istante,

Libertade, oimè!, perdei.

Forza ignota d'alto affetto

Dentro il sen mi penetrò,

Ed il core a mio dispetto

Crudelmente n'involò.

Nè mi valse indosso avere

Certa roba di magia,

Che d'amor l'alto potere

Rende nullo e il caccia via;

Un gran dente del feroce

Can di Pluto, e l'orpimento

E la scorza della noce

Infernal di Benevento,

E la ruta ed il trifoglio

E altre cose di valore

Che portar in tasca io soglio

Contro i mali dell'amore.

Quei begli occhi, quel sorriso

Quel tuo labbro di corallo,

Bella ninfa, avrían conquiso

Anche un core di metallo.

Già d'amor non so lagnarmi,

Che affidato alla virtù

Del tuo volto condannarmi

Volle a tanta servitù.

Aver l'alma e il cor legato

Per cagion sì dolce, è un bene

Senza prezzo; e fortunato

Io vi bacio, o mie catene.

Sol mi spiace e dà tormento

Che il mio amor tu prendi a gioco,

E nè men per complimento

Mi vuoi dir che m'ami un poco.

La mia sorte è sì infelice,

Così meco è amor tiranno,

Che fruir nè pur mi lice

Il piacer d'un grato inganno.

E poi dicesi che tanto

La fortuna a' vati arride,

Che de' carmi il dolce incanto

Delle belle il cor conquide.

Non v'è lauro che le chiome

Alzi in riva al bel Permesso,

Che di Fille il caro nome

Per mia man non porti impresso:

Non vien dì che per la schiva,

Come il cor dentro mi detta,

Io d'amor non canti e scriva

Qualche dolce canzonetta.

Ma con tutto l'Elicona,

Ma con tutto l'Ippocrene,

Fille sempre mi canzona,

E niente mi vuol bene.

Ah! non fora, o Muse, stato

Meglio assai, che a me natura

D'estro invece avesse dato

Più galante la figura?

Che piuttosto che le carte

Di Maron, del cieco acheo,

Mi ponessi la bell'arte

A studiar del cicisbeo?

Certo allor sì infelice

Con le donne io non sarei,

E Licori Aglauro e Nice

Correr dietro mi vedrei.

Ah! se questa è pur la via

Di piacere all'idol mio;

Addio dunque, poesia,

Fonti ascrei, per sempre addio.

Io più vate non sarò,

Giacchè magro è un tal destino;

Ma il mestier comincierò

Di smorfioso damerino.