XXV – Alamanni

By Giacomo Leopardi

O beato colui che in pace vive

De i lieti campi suoi proprio cultore:

A cui, stando lontan da l'altre genti,

La giustissima terra il cibo apporta;

E sicuro il suo ben si gode in seno!

Se ricca compagnia non hai d'intorno

Di gemme e d'ostro, né le case ornate

Di legni peregrin, di statue e d'oro;

Né le muraglie tue coperte e tinte

Di pregiati color, di veste aurate,

Opre chiare e sottil di Perso e d'Indo;

Se 'l letto genial di regie spoglie

E di sì bel lavor non aggia il fregio

Da far tutta arrestar la gente ignara;

Se non spegni la sete, e toi la fame

Con vasi antichi, in cui dubbioso sembri

Tra bellezza e valor chi vada innante;

Se le soglie non hai dentro e di fuore

Di chi parte e chi vien calcate e cinte;

Né mille vani onor ti scorgi intorno:

Sicuro almen nel poverello albergo,

Che di legni vicin del natio bosco,

E di semplici pietre ivi entro accolte,

T'hai di tua propria man fondato e strutto,

Con la famiglia pia t'adagi e dormi.

Tu non temi d'altrui forza né inganni,

Se non del lupo: e la tua guardia è il cane,

Il cui fedel amor non cede a prezzo.

Quando ti svegli a l'apparir de l'alba,

Non trovi fuor chi le novelle apporte

Di mille a i tuoi desir contrari effetti:

Né, camminando o stando, a te conviene

A l'altrui satisfar più ch'al tuo core.

Or sopra il verde prato, or sotto il bosco,

Or ne l'erboso colle, or lungo il rio,

Or lento or ratto, a tuo diporto vai:

Or la scure, or l'aratro, or falce, or marra,

Or quinci or quindi, ov'il bisogno sprona,

Quando è il tempo miglior, soletto adopri.

L'offeso vulgo non ti grida intorno

Che derelitte in te dormin le leggi.

Come a null'altra par dolcezza reca

Da l'arbor proprio, e da te stesso inserto,

Tra la casta consorte e i cari figli

Quasi in ogni stagion goderse i frutti!

Poi darne al suo vicin, contando d'essi

La natura, il valor, la patria e 'l nome,

E del suo coltivar la gloria e l'arte.

Indi menar talor nel cavo albergo

Del prezioso vin l'eletto amico;

Divisar de i sapor, mostrando come

L'uno ha grasso il terren, l'altro ebbe pioggia;

E di questo e di quel di tempo in tempo

Ogni cosa narrar che torni in mente.

Quinci mostrar le pecorelle e i buoi;

Mostrargli il fido can; mostrar le vacche,

E mostrar la ragion che d'anno in anno

Han doppiato più volte i figli e 'l latte:

Poi menarlo ove stan le biade e i grani

In vari monticei posti in disparte.

E la sposa fedel, ch'anco ella vuole

Mostrar ch'indarno mai non passe il tempo,

Lietamente a veder d'intorno il mena

La lana, il lin, le sue galline e l'uova,

Che di donnesco oprar son frutti e lode.

E di poi ritrovar, montando in alto,

La mensa inculta di vivande piena

Semplici e vaghe; le cipolle e l'erba

Del suo fresco giardin, l'agnel ch'il giorno

Avea tratto il pastor di bocca al lupo,

Che mangiato gli avea la testa e 'l fianco.

Ivi senza temer cicuta e tosco

Di chi cerchi il tuo regno o 'l tuo tesoro,

Cacciar la fame, senz'affanno e cura

D'altro che di dormir la notte intera,

E trovarsi al lavor nel nuovo sole.

Ma qual paese è quello ove oggi possa,

Glorioso Francesco, in questa guisa

Il rustico cultor goderse in pace

L'alte fatiche sue sicuro e lieto?

Non già il bel nido ond'io mi sto lontano;

Non già l'Italia mia: che poi che lunge

Ebbe, altissimo Re, le vostre insegne,

Altro non ebbe mai, che pianto e guerra.

I colti campi suoi son fatti boschi,

Son fatti albergo di selvagge fere,

Lasciati in abbandono a gente iniqua.

Il bifolco e 'l pastor non puote appena

In mezzo a le città viver sicuro

Nel grembo al suo signor: ché di lui stesso,

Che 'l devria vendicar, divien rapina.

Il vomero, il marron, la falce adunca

Han cangiate le forme, e fatte sono

Impie spade taglienti e ance acute,

Per bagnare il terren di sangue pio.

Fuggasi lunge omai dal seggio antico

L'italico villan, trapassi l'Alpi,

Truove il gallico sen, sicuro posi

Sotto l'ali, Signor, del vostro impero.

E se qui non avrà, come ebbe altrove,

Così tepido il Sol, sì chiaro il cielo;

Se non vedrà quei verdi colli toschi,

Ove ha il nido più bel Palla e Pomona;

Se non vedrà quei cetri, lauri e mirti

Che del Partenopeo veston le piagge;

Se del Benaco, e di mill'altri insieme,

Non saprà qui trovar le rive e l'onde;

Se non l'ombra, gli odor, gli scogli ameni

Che 'l bel liguro mar circonda e bagna;

Se non l'ample pianure e i verdi prati

Che 'l Po, l'Adda e 'l Tesin girando infiora;

Qui vedrà le campagne aperte e liete,

Che senza fine aver, vincon lo sguardo;

Ove il buon arator si degna a pena

Di partir il vicin con fossa o pietra:

Vedrà i colli gentil, sì dolci e vaghi,

E 'n sì leggiadro andar tra lor disgiunti

Da sì chiari ruscei, sì ombrose valli,

Che farieno arrestar chi più s'affretta.

Quante belle sacrate selve opache

Vedrà in mezzo d'un pian, tutte ricinte,

Non da crude montagne o sassi alpestri,

Ma da bei campi dolci, e piagge apriche!

La ghiandifera quercia, il cerro e l'eschio

Con sì raro vigor si leva in alto,

Ch'ei mostran minacciar coi rami il cielo,

Ben partiti tra lor; ch'ogni uom direbbe

Dal più dotto cultor nodrite e poste

Per compir quanto bel si truove in terra.

Ivi il buon cacciator sicuro vada,

Né di sterpo o di sasso incontro tema,

Che gli squarce la veste, o serre il corso.

Qui dirà poi con maraviglia forse,

Ch'al suo caro liquor tal grazia infonde

Bacco, Lesbo obliando, Creta e Rodo,

Che l'antico Falerno invidia n'aggia.

Qanti chiari, benigni, amici fiumi

Correr sempre vedrà di merce colmi!

Né disdegnarse un sol d'aver incarco

Ch'al suo corso contrario indietro torni.

Alma sacra Ceranta, Esa cortese,

Rodan, Senna, Garona, Era e Matrona,

Troppo lungo saria contarvi a pieno.

Vedrà il gallico mar soave e piano:

Vedrà il padre Ocean superbo in vista

Calcar le rive, e spesse volte irato,

Trionfante scacciar i fiumi al monte;

Che ben sembra a colui che dona e toglie

A quanti altri ne son le forze e l'onde.

Ma, quel ch'assai più val, qui non vedranse

I divisi voler, l'ingorde brame

Del cieco dominar, che spoglie altrui

Di virtù, di pietà, d'onore e fede;

Come or sentiam nel dispietato grembo

D'Italia inferma, ove un Marcel diventa

Ogni villan che parteggiando viene.

Qui ripiena d'amor, di pace vera

Vedrà la gente; e 'n carità congiunti

I più ricchi signor, l'ignobil plebe,

Viverse insieme, ritenendo ognuno,

Senza oltraggio d'altrui, le sue fortune.