XXV – Alamanni
O beato colui che in pace vive
De i lieti campi suoi proprio cultore:
A cui, stando lontan da l'altre genti,
La giustissima terra il cibo apporta;
E sicuro il suo ben si gode in seno!
Se ricca compagnia non hai d'intorno
Di gemme e d'ostro, né le case ornate
Di legni peregrin, di statue e d'oro;
Né le muraglie tue coperte e tinte
Di pregiati color, di veste aurate,
Opre chiare e sottil di Perso e d'Indo;
Se 'l letto genial di regie spoglie
E di sì bel lavor non aggia il fregio
Da far tutta arrestar la gente ignara;
Se non spegni la sete, e toi la fame
Con vasi antichi, in cui dubbioso sembri
Tra bellezza e valor chi vada innante;
Se le soglie non hai dentro e di fuore
Di chi parte e chi vien calcate e cinte;
Né mille vani onor ti scorgi intorno:
Sicuro almen nel poverello albergo,
Che di legni vicin del natio bosco,
E di semplici pietre ivi entro accolte,
T'hai di tua propria man fondato e strutto,
Con la famiglia pia t'adagi e dormi.
Tu non temi d'altrui forza né inganni,
Se non del lupo: e la tua guardia è il cane,
Il cui fedel amor non cede a prezzo.
Quando ti svegli a l'apparir de l'alba,
Non trovi fuor chi le novelle apporte
Di mille a i tuoi desir contrari effetti:
Né, camminando o stando, a te conviene
A l'altrui satisfar più ch'al tuo core.
Or sopra il verde prato, or sotto il bosco,
Or ne l'erboso colle, or lungo il rio,
Or lento or ratto, a tuo diporto vai:
Or la scure, or l'aratro, or falce, or marra,
Or quinci or quindi, ov'il bisogno sprona,
Quando è il tempo miglior, soletto adopri.
L'offeso vulgo non ti grida intorno
Che derelitte in te dormin le leggi.
Come a null'altra par dolcezza reca
Da l'arbor proprio, e da te stesso inserto,
Tra la casta consorte e i cari figli
Quasi in ogni stagion goderse i frutti!
Poi darne al suo vicin, contando d'essi
La natura, il valor, la patria e 'l nome,
E del suo coltivar la gloria e l'arte.
Indi menar talor nel cavo albergo
Del prezioso vin l'eletto amico;
Divisar de i sapor, mostrando come
L'uno ha grasso il terren, l'altro ebbe pioggia;
E di questo e di quel di tempo in tempo
Ogni cosa narrar che torni in mente.
Quinci mostrar le pecorelle e i buoi;
Mostrargli il fido can; mostrar le vacche,
E mostrar la ragion che d'anno in anno
Han doppiato più volte i figli e 'l latte:
Poi menarlo ove stan le biade e i grani
In vari monticei posti in disparte.
E la sposa fedel, ch'anco ella vuole
Mostrar ch'indarno mai non passe il tempo,
Lietamente a veder d'intorno il mena
La lana, il lin, le sue galline e l'uova,
Che di donnesco oprar son frutti e lode.
E di poi ritrovar, montando in alto,
La mensa inculta di vivande piena
Semplici e vaghe; le cipolle e l'erba
Del suo fresco giardin, l'agnel ch'il giorno
Avea tratto il pastor di bocca al lupo,
Che mangiato gli avea la testa e 'l fianco.
Ivi senza temer cicuta e tosco
Di chi cerchi il tuo regno o 'l tuo tesoro,
Cacciar la fame, senz'affanno e cura
D'altro che di dormir la notte intera,
E trovarsi al lavor nel nuovo sole.
Ma qual paese è quello ove oggi possa,
Glorioso Francesco, in questa guisa
Il rustico cultor goderse in pace
L'alte fatiche sue sicuro e lieto?
Non già il bel nido ond'io mi sto lontano;
Non già l'Italia mia: che poi che lunge
Ebbe, altissimo Re, le vostre insegne,
Altro non ebbe mai, che pianto e guerra.
I colti campi suoi son fatti boschi,
Son fatti albergo di selvagge fere,
Lasciati in abbandono a gente iniqua.
Il bifolco e 'l pastor non puote appena
In mezzo a le città viver sicuro
Nel grembo al suo signor: ché di lui stesso,
Che 'l devria vendicar, divien rapina.
Il vomero, il marron, la falce adunca
Han cangiate le forme, e fatte sono
Impie spade taglienti e ance acute,
Per bagnare il terren di sangue pio.
Fuggasi lunge omai dal seggio antico
L'italico villan, trapassi l'Alpi,
Truove il gallico sen, sicuro posi
Sotto l'ali, Signor, del vostro impero.
E se qui non avrà, come ebbe altrove,
Così tepido il Sol, sì chiaro il cielo;
Se non vedrà quei verdi colli toschi,
Ove ha il nido più bel Palla e Pomona;
Se non vedrà quei cetri, lauri e mirti
Che del Partenopeo veston le piagge;
Se del Benaco, e di mill'altri insieme,
Non saprà qui trovar le rive e l'onde;
Se non l'ombra, gli odor, gli scogli ameni
Che 'l bel liguro mar circonda e bagna;
Se non l'ample pianure e i verdi prati
Che 'l Po, l'Adda e 'l Tesin girando infiora;
Qui vedrà le campagne aperte e liete,
Che senza fine aver, vincon lo sguardo;
Ove il buon arator si degna a pena
Di partir il vicin con fossa o pietra:
Vedrà i colli gentil, sì dolci e vaghi,
E 'n sì leggiadro andar tra lor disgiunti
Da sì chiari ruscei, sì ombrose valli,
Che farieno arrestar chi più s'affretta.
Quante belle sacrate selve opache
Vedrà in mezzo d'un pian, tutte ricinte,
Non da crude montagne o sassi alpestri,
Ma da bei campi dolci, e piagge apriche!
La ghiandifera quercia, il cerro e l'eschio
Con sì raro vigor si leva in alto,
Ch'ei mostran minacciar coi rami il cielo,
Ben partiti tra lor; ch'ogni uom direbbe
Dal più dotto cultor nodrite e poste
Per compir quanto bel si truove in terra.
Ivi il buon cacciator sicuro vada,
Né di sterpo o di sasso incontro tema,
Che gli squarce la veste, o serre il corso.
Qui dirà poi con maraviglia forse,
Ch'al suo caro liquor tal grazia infonde
Bacco, Lesbo obliando, Creta e Rodo,
Che l'antico Falerno invidia n'aggia.
Qanti chiari, benigni, amici fiumi
Correr sempre vedrà di merce colmi!
Né disdegnarse un sol d'aver incarco
Ch'al suo corso contrario indietro torni.
Alma sacra Ceranta, Esa cortese,
Rodan, Senna, Garona, Era e Matrona,
Troppo lungo saria contarvi a pieno.
Vedrà il gallico mar soave e piano:
Vedrà il padre Ocean superbo in vista
Calcar le rive, e spesse volte irato,
Trionfante scacciar i fiumi al monte;
Che ben sembra a colui che dona e toglie
A quanti altri ne son le forze e l'onde.
Ma, quel ch'assai più val, qui non vedranse
I divisi voler, l'ingorde brame
Del cieco dominar, che spoglie altrui
Di virtù, di pietà, d'onore e fede;
Come or sentiam nel dispietato grembo
D'Italia inferma, ove un Marcel diventa
Ogni villan che parteggiando viene.
Qui ripiena d'amor, di pace vera
Vedrà la gente; e 'n carità congiunti
I più ricchi signor, l'ignobil plebe,
Viverse insieme, ritenendo ognuno,
Senza oltraggio d'altrui, le sue fortune.