XXV. - La ballata delle comari pettegole
Po' ch' i' son suto pregato,
vo' cantare una canzona,
la qual fia onesta e buona
riprendendo il vicinato.
I' vi priego in cortesia
che vi piaccia d'ascoltare,
perché la canzona mia
vi potrà forse 'nsegnare
come vo' avete a fare
quando insieme vi trovate.
Quando all'uscio vo' filate
sempre vi par un mercato.
Se vo' siate insieme trenta,
ventinove ne favella:
quell'una non si rammenta
di trovar qualche novella.
Mona questa e mona quella,
attendete a lavorare,
e non tanto a cicalare,
che vi venga meno 'l fiato!
Se in Talia si fa nulla,
ne volete ragionare;
se sapete una fanciulla
la qual sia per maritare,
voi volete ricordare
di che genti sie 'l marito,
in che modo e' va vestito,
se gli è ricco e nello stato.
S'una si fa alla finestra,
tutte l'altre vi si fanno;
a gracchiare ognuna è destra.
Questo giuoco è tutto l'anno.
L'una dice: - El mie panno
è andato cinque braccia -.
L'altra dice: - La mi' accia
vuol ancor un buon bucato -.
L'una dice - E mie' pulcini
par che sien tutti 'ndozzati;
e' si son pien di pollini
e son tutti spennacchiati -.
L'altra dice: - I' ho serbati
tutti quanti e mie' capegli;
esconmi tutti e più begli:
el mal seme mi s'è appiccato -.
Se vedete che un passi
per la via più che non suole,
l'una 'ncontro all'altra fassi
o con cenni o con parole:
- Certo ch'a costui gli duole
qui d' intorno qualche dente -.
Tanto ch'ognuna pon mente
e da tutte è uccellato.
Vo' fareste meglio a starvi
fuor di queste ragunate,
e d'altro non impacciarvi
che dell'arte che vo' fate.
Attendete o smemorate,
o cicale, o berghinelle,
a non far tante novelle,
e stiesi ognuna nel suo lato.