XXV
Molto illustre Signora, ogni hor ch'io torno
a quel nostro viaggio con la mente,
il che una volta almen m'incontra il giorno,
nel cor mi resta un desiderio ardente
di far simil viaggio un'altra volta,
con sì honorata e con sì nobil gente.
Ma perché homai l'occasion m'è tolta,
che d'anni carco il pelo mi s'imbianca,
oltra le cure, ond'ho la mente involta;
benché in me sia più che mai fosse franca
la voglia, e ch'ogni hor più cresca il desio,
però la speme a poco a poco manca.
Dunque ho pensato esser ben fatto, ch'io
sì bel viaggio in versi hoggi descriva,
così pascendo il desiderio mio.
Quattr'anni, o sei, ch'io la memoria viva
ne servi, un'altro forse in tanto poi
giugnerà dove il dir mio non arriva.
E perché in tal viaggio a tutti noi
voi foste lieta e honorata scorta,
mentre ne parlo io mi rivolgo a voi.
Il dì prescritto uscìo per quella porta
co' suoi ciascun, non tutti accolti in schiera,
che al ponte lungo sopra il Rheno porta.
Si stette a Crevalcor la prima sera,
de l'Armio in casa, quel, cui di bontade
la città nostra pari haver non spera;
l'altro dì s'hebber sì fangose strade,
che non si arrivò dove era conchiuso,
sì come spesso ne i viaggi accade.
A le Lamme di Carpi andossi, e giuso
dal ciel cascò sì larga pioggia in tanto,
ch'ogni un duo giorni stette in casa chiuso;
quindi partiti, quella sera a Santo
Benedetto si stette a l'hosteria,
e l'altra andossi a la città di Manto,
e cascò dietro al lago in su la via
de' nostri un cocchio, ma non so dir quale,
so ben, che il giorno fu di San Matthia.
Ne per dio gratia alcun si fece male,
smontati a l'hoste in Mantova dal sole,
a visitar mandovvi il Cardinale,
spinto da l'alta cortesia che suole
quella casa illustrissima Gonzaga,
fece alhor fatti assai più che parole.
L'altra mattina voi di veder vaga
di Christo il sangue precioso e raro,
di sì giusto desio restaste paga;
tornando a l'hosteria poi ci guidaro
dei Capilupi a casa, e con cortese
inganno ogniun da principe honoraro.
Del Cardinal tre dì quivi a le spese
stessi, che la famiglia sua vi tenne
per servir tutti noi, com'è palese;
né bastò, che in persona egli anchor venne
a visitarvi, quasi da privato,
e con noi tutti un pezzo si trattenne.
Da lui s'intese alhor ch'era ammalato
quel suo sì caro servitor Volpino,
che da noi fu quel giorno visitato.
Parea star bene in vista il poverino,
ragionava gagliardo, ma quell'hore
per l'ultime havea fisse il suo destino:
morì la notte, e spinto dal dolore
il Cardinal andossi a Marmirolo,
da la città quattro o sei miglia fuore,
dove pien di ramarico e di duolo
stette quel giorno e la seguente notte
senza conforto ritirato e solo.
Per ciò di girvi le speranze rotte
a noi, cercammo la giornata istessa
quivi ogni loco bel, fino a le grotte.
Andata a visitar poi la Duchessa
mostrovvi i figli suoi, che del consorte
lor padre morto havean l'effigie impressa,
condur ci fe' da i cocchi poi di corte
a Marmirolo, e quel ne fe' vedere,
uscito il Cardinal per altre porte.
Quivi eran cervi e capri et altre fere,
fagiani e coturnici in abondanza,
e con più rari pesci ampie peschiere,
deliciosa in somma tra la stanza
più ch'altra e bella, havendo il duca morto,
di star quivi a piacer sovente usanza.
L'altro dì poi per lo camin più corto
andando a Brescia, quella sera a Monte
Chiaro stessi, col solito diporto,
vostro fratel quivi trovammo, e il Conte
Vincentio, che la mostra era fornita,
dal piede armato ogniun fino a la fronte.
Vicino a Brescia molta gente uscita
con carrette incontrovvi e con cavalli,
sì la venuta vostra era gradita;
Del Bocca in casa quivi in giochi e in balli
si fu, mirando ogniun con gioia estrema
da tante fonti uscir chiari christalli.
Deliberati poi di gire a Crema
a la fiera, raccolti da quei frati
la sera fummo in carità suprema,
perché in Sonzino i ponti haveano alzati
quei che reggean, con villania sì rara,
mostrandosi malissimo creati.
Nel ritornar da Crema a Villa Chiara
stemmo due sere, dove il padre e il figlio
tutti facean ne l'honorarvi a gara.
Quivi con viso candido e vermiglio
quella Signora Olimpia vi raccolse
col putto in braccio, che sembrava un giglio.
L'altro dì vostro zio poi si risolse
di trattenerci, tutto in vista humano,
né quindi mai lasciar partir ci volse.
Quel dì nostro trastullo il Quintiano
fu sempre, che faceva il chiromante,
guardando a tutti quanti noi la mano.
L'altro dì, visto il sol chiaro in Levante,
tornammo lieti a la città di Brenno
del Bocca in casa, ov'eravammo inante.
Quivi quei gentil huomini ci fenno
cortesie grandi, e in ogni occasione,
da noi ricompensati, esser ben denno.
Poi, sendo il ciel sereno, e la stagione
temprata, ce n'andammo verso il lago,
che del nostro viaggio fu cagione.
O quanto il loco è dilettoso e vago!
O quante volte di Salò mi viene
dinanzi a gli occhi la gioconda imago!
De gli Scaglini in casa mi sovviene,
ch'era la stanza mia deliciosa,
cui ripensando al cor m'accresce pene.
Quivi si stette senza prender posa
in balli sempre e in suoni e in canti e in giochi,
facendo ogniun per star lieto ogni cosa.
E si videro tutti quei bei lochi
d'intorno, essendo huomini e donne scarche
di quei pensier, che tregua fanno a pochi.
Venian sempre con noi diverse barche,
di ricchi panni adorne e di tapeti,
di varie genti d'ogni sesso carche
e navigando tutti a gara lieti,
ne le barche, dov'eran le fantesche,
faceansi i balli e i suoni consueti.
Qui far vedeansi le più belle tresche
del mondo, andando sempre i suoni a l'aria,
e l'aure havendo ogni hor seconde e fresche.
E in tal dolcezza dilettosa e varia
fu sempre il ciel sereno e quete l'onde,
né fu quivi giamai l'aura contraria.
Perché da gli antri e da le più profonde
parti, gli dei del lago pronti usciro,
e le nimphe con lor liete e gioconde.
Tosto che i risi e i suoni e i canti udiro,
e tutti accolti, e con atti soavi
per ordine accoppiati insieme in giro,
con le mani e con gli homeri le navi
gian sostenendo, e questa e quella prora
drizzando lunge da i perigli gravi.
Gran maraviglia ciascun prese alhora,
che il lago sì tranquillo e sì composto
la notte e il giorno si mostrasse ogni hora,
tanto più ch'indi noi partiti, tosto
turbossi, e molti miseri sommerse,
sendo la compagnia poco discosto.
Ma dir non si potrian tante e diverse
sorti di giochi honesti, e quanto buona
la stanza e bella a tutti noi si offerse.
Dal Benaco a Peschiera, indi a Verona
s'andò con tanto e sì molesto caldo,
ch'assai quel giorno afflisse ogni persona,
cingendo nebbia il capo a Monte Baldo,
farfalle a mezzo ottobre e mosche e vermi
scorrendo, il tempo non potea star saldo.
De i Nogaroli in casa tre dì fermi
stati in Verona, si pigliò licenza,
che in ritenervi a quei non valser schermi;
a Torre fra Verona e fra Vicenza
la sera fe' sapor d'agli e di noci
vostro cugino, ch'era in eccellenza.
Poi de la nostra compagnia le voci
per tutto andando, a convitarne i conti
da Thiene, messi spinsero veloci.
Tutti accettato il bello invito pronti
n'usciro in contra e donne e cavalieri,
benché piovesse assai fino a i tre ponti.
Ciascun rivolti havendo i suoi pensieri
ad honorarci, feste e gran conviti
fecer, tanto n'accolser volontieri.
Poi di Vicenza anchor piovendo usciti
n'accompagnaron venti e più carrette,
con gioveni a cavallo e ben vestiti.
Ne la città d'Antenore poi sette
giorni, con Monsignor vostro fratello,
in gioia sempre e in gran piacer si stette,
benché pioggia continua, e vento fello
ci ritenesser sempre in casa chiusi,
però ci parve il tempo e chiaro e bello.
Che intenti a spassi honesti, a cui sempr'usi
tutti eravammo, come cosa vile
da noi le pioggie e i venti eran delusi.
E magnanimo al solito e gentile
Monsignor diede d'artificio grande
d'oro a tutte le donne un bel monile.
E di Falerno in guisa e di vivande
sempr'era carca la sua lauta mensa,
che il grido ivi per tutto anchor si spande.
Splendido quel sol, notte e giorno, pensa
a conviti, a limosine, a presenti,
e in tal maniera i beni suoi dispensa.
Col mezo in tanto di diverse genti
del Duca di Ferrara il gran palagio
s'empìa di letti e d'altri guernimenti,
e fatto questo havendo con grand'agio
in guisa tal che alcun giamai non pure
di cosa alcuna non patì disagio,
ma di razzi a fogliami et a figure
furo adorne e le camere e le sale
e di quadri e di tele e di pitture.
Di seta e d'oro i letti, a punto quale
conviensi a tal palagio, onde si vede
quanto una donna in una casa vale.
Che stando in Padoa voi ferma col piede,
e giugnendo fin là con ambe due
le mani, a pena chi lo vide il crede;
poi che in Venetia il gran palazzo fue
tutto addobbato, per solcar la brenta
ciascun raccolse le bagaglie sue.
Ma perché troppo homai lungo diventa
il mio dir, prego la signoria vostra,
che di licentiarmi sia contenta;
qual fosse accolta la compagnia nostra
da quella gran città, che in ogni clima
l'alto splendor sì chiaramente mostra,
tosto anco a mente ridurolle in rima.