XXV
Alma ben nata mai sempre in odio ebbe
un empio core a l'altrui male intento,
sì ch'ove uom dare aita a l'altr'uom debbe
sempre gli cerca dar danno e tormento;
a raccontare ognun lungo serebbe
che voluto ha veder tal speme spento,
ma tra gli altri Ercol volse veder tutti
questi malvagi a mal fine condutti.
Né in odio gli fur men di quanti mostri
egli mandò col suo valor sotterra,
né giovaro a' tiranni od oro, od ostri,
né l'essere usi a travagliarsi in guerra,
perché non gisser tra gli oscuri chiostri
del gran Pluton nel centro de la terra
ad essere arsi ne le bolge ardenti
ove egli tiene le dannate genti.
E qualunque era in questo a lui simile,
caro l'avea, come fratel gli fosse,
né maggior segno d'animo virile
alcun giamai di dargli imaginosse
ché quando contra questa turba vile,
quantunque fiera, ad atterrarla armosse;
quindi Nicandro ad Ercole fu, al paro
di ciascun ch'egli amasse, sempre caro.
Da poi che intese ch'egli avea difesa
la bella Eutimia da la colpa rea
e dato morte a chi l'aveva offesa,
sì che di meretrice infamia avea,
or mentre che lodato è de l'impresa
il nobil cavalier, l'aura spingea
verso Spagna l'armata a vele piene
ne l'alto mar per l'africane arene.
Già l'una Sirte e l'altra avea passato
e la Sicilia tutta a destra mano
avea, con molte altre isole, lasciato,
radendo tutta via il lito africano;
al porto ov'è Cartagine arrivato,
una donzella vide non lontano
che mesta in un legnetto a lui sen venne
ond'egli d'ir più inanzi si rattenne.
Ché vistala dolente e lagrimosa,
s'imaginò ch'ella chiedea soccorso,
e che più volentier mai non fe' cosa
ch'aitar, cui sorte rea diede di morso
fermò l'armata ed ella dolorosa
gli disse perché a lui dritto avea il corso;
ma pria ch'io narri ciò dir del gigante
mestier m'è che lei pose in doglie tante.
Un promontoro a l'oceano appare
che da le viti ha nome in greca voce,
in cui soleva, al tempo antico, stare
un figliuol de la terra empio e feroce,
ch'Anteo per nome si facea chiamare;
ed oltra l'esser fier, così veloce
era nel corso, ch'ogni belva vinta
da lui restava e crudelmente estinta.
Ché di leone e d'altre bestie fiere
viveva in parte e poi le pelli loro
si godea intorno a la sua stanza avere
ch'una gran grotta era nel promontoro;
se, tra lo stuolo de l'uccise fiere,
leoni di gran corpo morti foro,
de le lor pelli egli si facea vesta
e d'essi armato gia per la foresta.
Non usava costui letto di piume,
né men del cuoio de l'uccise belve,
ma di giacere in terra avea in costume,
come giaccion gli armenti per le selve;
né pur togliea a le bestie il vital lume,
ma via più d'ogni fiera che s'inselve,
a gli uomini crudo era e fea di quelli
quel ch'aquila giamai non fe' d'augelli.
Crud'era a' suoi non men ch'a' pellegrini,
tal ch'i campi di Libia erano incolti
ché non vi si trovavan contadini,
onde, qual pria, fussero arati e colti,
né pur danno facea a' luochi vicini,
ma discorrea qua e là paesi molti
e di rado era, che questo ribaldo
di sangue uman non fusse asperso e caldo.
Se dal mar forse nave alcuna al lito
arriva, il malandrin non va a la caccia,
ma pien di forza molta e d'infinito
valor, sfida ciascun seco a le braccia;
ma accetti, o non accetti altri l'invito,
stringendolosi al petto egli lo schiaccia
e di ciascun, ch'ivi rimane essangue,
mangia il crudel la carne e beve il sangue.
E, come valoroso capitano
appende d'ogni intorno al suo palagio,
l'insegne vinte con la forte mano,
con sua molta fatica e gran disagio,
così di quanti ancide l'inumano,
né inumano sol, ma più d'ognun malvagio,
le mani e i capi a la sua grotta appende
e l'ossa ignude in ogni loco stende.
Spettacol crudo e orribile a vedello
quanto altro ne fu al mondo orribil visto,
ma ancor ch'a ognun sia in odio questo fello
che il vicin face ed il lontano tristo
non è alcuno ch'ardisca ir contra quello
per far di lui, per commun bene, acquisto,
ché visto come gli uomini egli prema,
al nome solo ognun paventa e trema.
E qual popol che sia sotto tiranno,
dal qual gravi angherie gli siano imposte
e più misero il faccia d'anno, in anno,
accrescendo via più sempre l'imposte
che se ben l'odia e brama ogni suo danno,
gli odii nondimen tiene e l'ire ascoste
e soffre la ruina manifesta
per non sì porre a riscio de la testa.
Tal allora que' popoli infelici
sostentano d'Anteo le ingiurie espresse
e s'egli ben scorrea piani e pendici
e gravi danni, in ogni parti fesse,
temendo ognun da lui gravi supplici,
non si trovava alcun che si opponesse
al suo furore e ognun, per la paura,
chiuso stava in città cinta di mura.
Appresso al Lisso una città solenne,
Tinge nomata, edificata avea
l'empio, ne la qual molti presi tenne,
fin che di mangiar lor bisogno avea;
però ch'ognun ch'a le sue mani venne,
incontinente egli non uccidea,
ma ne menava a la città crudele
alcuni, né giovavan lor querele.
Ché poi che da Ampelusia egli avea scorso
tutto il lito african sino a l'Egitto
e a molti rotto il petto e rotto il dorso
e mangiatine assai, pien di despitto,
gli altri portava, con veloce corso,
come lupo l'agnello, al loco ditto
e gli serbava, come polli in gabbia,
a l'empia sua malvagità, a la rabbia.
Per questo mare, in una navicella,
menava la figliuola al suo marito:
da la Betica Bocco e la procella
ne la Numidia a Iol lo spinse al lito,
ove, per sorte rea, per fiera stella,
a depredare il crudo Anteo era gito;
vista la barca giunta a riva, il fiero
più d'ogni veltro là corse leggiero.
E i marinari, ch'eran ne la nave,
si strinse al petto, e gli schiacciò com'ova:
vedere a la donzella ciò par grave,
ma più si duol che il padre ivi si trova;
usa, quanto più sa, parlar soave,
perché a compassion quel reo si mova,
ma nulla fe' che sel menò prigione
a Tinge ed il serbò ad altra stagione.
I panni trasse a la donzella l'empio,
come trar gli solea a tutte le donne
che del feminil sesso non fea scempio,
questo crudel, ma lor togliea le gonne
e le appendeva in Tinge ad un suo tempio,
in questa e 'n quella parte a le colonne
e le sacrava a la sua madre terra,
che forza gli prestava in ogni guerra.
Spogliata ch'ebbe la donzella nuda,
e chiuso il padre suo ne la cittade,
indi la discacciò l'anima cruda
in cui, quanta esser puote, era impietade;
non ha dove si vesta, ove si chiuda
la vergine, che tutta era onestade
e sendo astretta andare in quella guisa,
si dolea che il crudel non l'avea uccisa.
Quanto meglio poté la giovanetta
tutta si rivestì di verdi fronde
e sola se n'entrò ne la barchetta
solcando afflitta e dolorosa l'onde;
e cercava trovare un, che vendetta
fesse del reo, che il padre gli nasconde,
per farne crudo e dispietato strazio,
(se non vi è chi l'aiuti) in poco spazio.
La misera, che Bocchia si nomava,
dal padre suo che nome aveva Bocco,
a questa nave e a quella se n'andava,
che spingesse a quel mar greco, o sirocco,
a ognun dicea il suo male, ognun pregava
e fu di molti il cor da pietà tocco,
ma la fierezza del crudel faceva
che porse a rischio tal nessun voleva.
Qual, se sola nel bosco si rimane
vitella, che smarrito abbia l'armento,
e per l'usate strade e per le strane
cerca la madre piena di spavento,
e a le parti vicine e a le lontane,
muggendo fe' sentire il suo tormento,
tal la misera Bocchia, lagrimando,
per lo mare qua e là se n'iva errando.
Sendo passato poco più del mese,
visto giunto in quel mare il forte Alcide,
baldanza grande la donzella prese,
tosto che tante navi insieme vide
e volta ad Ercol disse: – Se cortese
sei a chi nel valor tuo si confide,
signor, ti prego a usarmi cortesia
e pietà aver de la miseria mia!
Là dove sorge la città di Tinge
sta un gigante crudel che di ciascuno,
ch'al lito in questo mar procella spinge,
fa strazio che gli ancide ad uno, ad uno,
ché con le braccia al petto gli si stringe
questo mostro crudele ed importuno,
e il fiato gli fa, con molta angoscia,
e gli si mangia il manigoldo poscia.
Il so, signor, che questo fier vidi io
schiacciare i marinar di questo legno,
e far sazio di loro il ventre rio,
(con mio molto dolor) pieno di sdegno;
mi rubbò poscia il caro padre mio,
e dentro a quella terra ove è il suo regno,
il tien prigione e lo si serba vivo
per farlo, a voglia sua, di vita privo.
Però quanto più posso e so ti prego
poscia ch'armata tal qui condutto hai
che non mi faccia, per tua bontà, niego
di trar da morte il padre e me di guai;
e s'a farmi tal grazia ora ti piego,
più bella impresa non facesti mai,
che, morte dando a tal mostro, puoi fare
sicur questo paese e questo mare.
E salvando mio padre trarrai fora
mille e mille prigion, che costui serva,
per far di lor strazio crudele ognora,
ché non gli piaccia più avergli in conserva;
io (pur che il padre mio, signor, non mora)
mai sempre ti serò suggetta e serva
e sempre pregherò chi regge il mondo
che 'n ogni impresa tua ti sia secondo! –
Ad Ercole piangendo così espose
la donna la cagion de i dolor suoi,
a cui, con lieto viso Ercol rispose:
– Donna gentile, assicurar ti puoi,
e Dio lodar che, quel malvagio pose
il padre tuo tra' suoi prigion, che noi
salvo lo ti darem, poi ch'egli è vivo
e il mostro vedrai di vita privo! –
Ne la nave, ciò detto, Alcide scese
de la donna, per girsene ad Anteo,
ma tosto ch'ella il suo voler comprese,
con mesto volto incontro gli si feo,
e disse: – Il parlar mio già non ti accese
a fatto tal, perché da questo reo
tu fussi ucciso, ma acciò ch'egli vinto
fusse e da te, salvo il mio padre, estinto.
Il che male averrà se tu disegni
solo venire a quell'orribil mostro,
il quale è tal che poria tutti i regni,
solo, sopporsi del paese nostro,
e visti se ne son sì chiari segni
ch'or creder puoi quel che col dir ti mostro,
che se fusti il valor, fusti la forza,
perderesti con lui, ch'ognuno sforza.
Però se cerchi aver vittoria, mena
teco l'armata e tutta la tua gente
e credi certo che con essa, a pena
mostro vincer porai tanto possente;
il venir meco solo è un pormi in pena
e farmi più che non sono or, dolente
che, se per me ti vedessi cadere,
io non potrei maggiore affanno avere.
Sì che se pur, tu vuoi soccorso darme,
non venir solo! – Ercole allora poco:– Non sapendo ch'io sia, tu puoi prezzarme
e aver può in te questa paura luoco,
ma quando mover tu mi vedrai l'arme,
tu vedrai che non fa di paglia foco
quel che di lui farò, sì che andiam pure
posponendo i sospetti e le paure! –
Bocchia, di tai parole assicurata,
la picciola barchetta ratta volse
per gir là ove era quella alma spietata,
ch'a' suoi die' morte e il padre poi le tolse;
a pena la donzella da l'armata,
per andarsene a Tinge, il legno sciolse,
che vide ivi su il lito il mostro fiero
ch'avea i prigion sotto crudele impero.
Per sorte il crudo lungo il lito giva,
cercando, come far solea, pastura,
e lo sdegno e il furore entro bolliva,
non discoprendo alcun per la pianura;
in tanto al lito il fort'Ercole arriva
e vede la spiacevole figura
di quel malvagio che fa strazio grande
di ciascuno ch'arriva in quelle bande.
Questo empio, che d'orrore empia ogni bosco,
e contra gli uomini era sì inclemente,
e d'ingegno sì rozzo era e sì losco
che Dio sprezzava con malsana mente,
era via più che nera pece, fosco,
arso da' caldi rai del sole ardente,
le man, la barba avea di sangue brutta,
per la gente a reo fin da lui condutta.
Ambiduo gli occhi avea qual fiamma rossi,
e i denti che sembravan d'elefante,
e smisurate sì le membra e gli ossi,
ch'a lui non nacque pari unqua gigante;
furon grandi i Ciclopi e furon grossi,
ma alcuno a lui giamai non andò inante
ché così lungo era da i pié a la fronte,
e così grosso, che pareva un monte.
Qual famelico astor, che l'augel veda
veloce verso lui move le penne
per far sazia la fame con tal preda,
tal verso Alcide il fier gigante venne,
e disse: – Non bisogna che tu creda
ottener quel ch'alcun mai non ottenne
ch'a ognun che giunga qui, convien lottare
meco e il simile a te converrà fare!
E se mi vinci, te n'andrai sicuro
ove a grado ti fia volgere il piede,
ma se tu vinto resti, i' t'assicuro
ch'avrai di pugna tale agra mercede! –
Ercole allor: – Poco ti stimo e curo
e tengo certa e indubitata fede
che de i mali, ch'altri ha da te sofferti,
da me la pena avrai che d'aver merti! –
Qual in furor venir suole ed in ira
serpe, che sia da viandante tocca,
che con infiammati occhi irato il mira,
e a lui si lancia con aperta bocca,
tale, al costui parlare, Anteo s'adira
e di sdegno crudel l'alma trabocca
e dice: – Sciocco i' ti farò pentire
di quanto hai di dirmi ora avuto ardire! –
Ciò detto, del leon libico Anteo
depon la dura pelle arditamente;
visto ciò Alcide, del leon Nemeo
si spoglia anch'egli il cuoio imantinente,
e poi che questi e quei nudo si feo,
e a la vittoria volsero la mente,
guardatisi dal capo insino al piede,
al suo vantaggio ognun di lor si diede.
Ercole del licore allor si asperse
ch'usar solean gli antichi ne la lotta,
ma Anteo tutto d'arena si coperse
per aver più vigor, più forza allotta;
perché inanzi la pugna il valor scerse
del forte Alcide ed ebbe una gran dotta,
che non gli fusse assai toccar la terra
co' piedi solo in così acerba guerra.
Era madre la terra al fier gigante,
onde le dava ella tal forza e ardire
toccandola ei ch'uccise ognuno inante,
ché il fort'Ercol l'andasse ad assalire;
ma or non parendo a lui che con le piante
toccar la madre assai fusse a compire
l'opra, d'arena si coperse tutto,
indi pensando accor non picciol frutto.
Venuti a pugna, con le forti braccia
l'uno e l'altro si die' a cingersi il collo,
ma per questo Ercol, per quanto Anteo faccia
non piega il capo alcun, né alcun da crollo,
anzi, con ferma fronte e ferma faccia,
tale il suo nemico ha quale assaltollo,
si maraviglian ambidue d'avere
par destrezza trovata e par potere.
Tutto il valore usar non vuole Alcide
nel primo cominciar de la battaglia,
ma poi che lasso il suo nemico vide
sì che par ch'a resister più non vaglia,
cerca quello essequir ch'egli antivide
e con quanta forza ha l'oste travaglia,
la cervice or gli preme, or petto a petto
giunge, or l'urta, or l'incalza, or il tien stretto.
Le gambe lasse, or con le man gli avinge,
l'urta ora col ginocchio e con gran core,
l'aggira, il torce, il preme e sì lo stringe
ch'a pena di trar fiato ave vigore;
al fin con quanta forza ave lo spinge
e fa cadere in terra il traditore;
le ginocchia a la panza gli ha e a la gola
le mani sì che non può dir parola.
Pensa seco il figliuol d'Anfitrione
far di costui quel che già fe' a Nemea,
del mostro che caddeo al monte Tritone,
mandato a uccider lui da Giunon rea
che come suffocò quel fier leone
che la pelle inviolabile tenea,
così Anteo si pensò di suffocare
poi che sel vide sotto in terra stare.
Bagna in angoscia tal di sudor molto
la dura madre il travagliato Anteo;
ella, visto il vigore al figliuol tolto,
forza molto maggior che pria gli deo,
e, col novo valor, contra Ercol volto,
più feroce che pria l'assalse il reo;
poi, sentendosi lasso, sen cade anco
e valor piglia e a la tenzon vien franco.
E qual solean multiplicar le teste
a l'idra, quando Ercol le ponea a terra,
e con esse, più fiere e più rubeste,
moversi il mostro a fargli maggior guerra,
tale Anteo forze più vivaci e deste
ricovra e più feroce Ercole afferra,
qualora cade e sì lo stringe e preme
ch'Ercole si duole e pien di sdegno freme.
Non vide mai Giunon cosa che tanto
grata ie fusse, onde più speme avesse
di veder così rotto, Ercole e infranto,
ch'esser lo sdegno suo sazio devesse;
ella seco pensò che darsi vanto
de la morte d'Alcide Anteo potesse,
e vistol tutto molle di sudore,
seco disse: – Costui certo ora more! –
Ercol con la sua forza e con l'altrui
Anteo la pugna acerbamente mesce,
e tanto valor dà la terra a lui
che quasi da dar troppo le rincresce,
che insin da l'ime viscere in costui
manda il vigore e 'n lui la forza accresce,
e mentre egli Ercol vincer s'affatica,
maggior che il figlio sente ella fatica.
Stupefatto sta Alcide che ritorni
Anteo dal suo cader sempre più forte,
né sa come tal forza in lui soggiorni
che già condutto egli non l'abbia a morte;
pur pensa di far si che se ne scorni
e poscia che l'insidie sue ebbe scorte,
tacito disse: – Più non caderai
ne la terra co i pie' pur toccherai! –
E le man poste a l'uno e a l'altro fianco
del nemico, a traverso Ercol il prese
e il miser, fatto già per tema bianco,
sul petto a viva forza, si suspese;
Anteo pria che gli venga il valor manco
e senta del nemico più aspre offese,
per liberarsi fa ciò che far puote
e si dibatte e torce e piega e scuote.
Qual s'a la rete il pescatore ha accolto
il tonno, poscia ch'è de l'onde fore,
s'egli ben guizza e si dibatte molto,
tornar non puote al suo lasciato umore,
tal da le braccia d'Ercole, Anteo involto,
benché si torca e grave duol l'accorre,
scior non si può ma si rinforza in vano
per tornarsi a corcar su il duro piano.
Ercol lo stringe ed egli a l'aria manda
voce, onde ne risona ogni campagna;
a la madre il meschin si raccomanda,
di non poterlo aitar ella si lagna,
ad Ercole mercede al fin dimanda,
ma nulla val che mercé cheggia, o piagna
che 'n guisa il preme, ch'uopo è che lo spirto
esca for di quel corpo ispido ed irto.
Nol lasciò Alcide pria che tutto ghiaccio
venne il crudele e poi ch'egli fu morto,
aperse lieto l'uno e l'altro braccio
onde cadde ei sì che non fu più sorto;
for si conobbe allora esser d'impaccio
Bocchia e di tal vittoria ebbe conforto;
ma quanto la donzella ne fu allegra,
tanto restò Giunon dolente ed egra.
Perché veduto Anteo morto le parse
che non potesse sotto il ciel più avere
cose, ond'ella devesse imaginarse
di poter Ercol più morto vedere;
onde sì di furor, sì di sdegno arse
che non sapea ove pace, o requie avere.
Ercole, spento Anteo, l'Africa scorse
e ove bisogno fu soccorso porse.
Ché quante avea in sé fiere allora ancise,
e fe' da' mostri liber quel paese,
e il timor da quel popol si divise,
ch'a lavorar la terra ognun s'accese,
e ingegno tale a coltivarla mise,
che dal colto terren molto util prese,
Ercol fondovvi una città gentile,
detta, da cento porte, Ecatompile.
Indi l'armata verso Iberia volse
ov'egli il corso preso aveva pria,
e la donzella ne la nave tolse
per gire a Tinge per spedita via;
né prima ad altra impresa dar si volse
ch'egli non desse a quella figlia pia
il padre e non vedesse i prigion sciolti
ch'ivi ne' lacci Anteo teneva involti.
Or giunto al fin del mare il forte Alcide,
per voler gir ne l'oceano a Gade,
da un altissimo monte chiuse vide
a poter più oltre andar tutte le strade,
ché il monte un mar da l'altro si divide
ché quel d'Iberia a l'ocean non cade,
onde turbato se ne sta e sospeso,
veggendosi intercetto il camin preso.
Molte cose con l'animo rivolve
e 'n varie parti con l'ingegno scorre,
e dopo pensier molti, si risolve
volere al navicar quel passo sciorre;
tutti i soldati a quella impresa volve
che nessun dal parer suo si sa torre,
e si dier tutti, co' martelli in mano,
a farsi via di andar ne l'oceano.
Quale in Sicila risonar si sente
sotto il cavernoso Etna, l'aspra incude
del fabro sicilian, quando l'ardente
fulmine batte e le saette crude,
con la sua rara e affumicata gente
che con lui dentro a la caverna chiude,
onde sì da' martelli, il monte suona
ch'assorda ivi d'intorno ogni persona.
Tal il lito ribomba e le campagne
ivi d'intorno per l'immense botte
de la turba, che il monte eccelso fragne,
e volan sino al ciel le scheggie rotte,
che perché un mar con l'altro s'accompagne,
non cessano costor giorno, né notte
di far piana la strada alpestre e ria,
per gire ov'ir ciascun di lor desia.
Né con martelli pur, ma con gran foco
cercan che s'apra il monte e che ruine
e ch'atto al navicar si faccia il loco
che già al mondo soleva esser confine;
quel ch'impossibil parve in tempo poco,
condusse con l'ingegno Ercole al fine,
gittando aceto in copia su que' sassi
infiammati dal foco e aprendo i passi.
A questo essempio ne la Traccia Xerse,
mentre ch'ad espugnar la Grecia giva,
per lo monte Ato in mar la via s'aperse,
per l'Ato, che il camin suo gli impediva:
così la strada, con tal modo, offerse
Ercole a ognun che dopo lui veniva,
di torre al navicar gli impedimenti,
e ove il monte era dar le vele a i venti.
Così l'Europa e l'Africa, che unite
eran sin da principio per natura,
furo per sempre allora disunite,
tanta vi pose industria Ercole e cura;
ne le parti del mondo dipartite,
di sé lasciar memoria eterna cura
e due colonne affige su quell'Alpe,
l'una Abila chiamata e l'altra Calpe.
Le quali al navicar un tempo furo
termine sì che non si andò più inanzi,
perché non si tenea nocchier sicuro
d'ir là ove non si sa s'alcuno stanzi;
ma il camin ch'a gli antichi fu sì oscuro,
perché se stesso anco in quest'opra avanzi
il secol nostro ha mostro a' naviganti,
perché passiam più che gli antichi, inanti.
Grazia concessa a noi dal sommo Dio,
a lo stuolo cristian sempre secondo,
perché la fe' del suo figliuolo pio,
vada a quei che si stanno anco in quel mondo,
e se ne scorni l'aversario rio,
vedute de la terra in tutto il tondo
le sante opre di Cristo in guisa sparte
che non vi ha froda sua più alcuna parte.
Mentre il figliuol d'Anfitrion tentava
di aprire il monte e farsi ampio sentiero,
tutta la gente di adunar cercava
Gerion, che potea dal regno Ibero,
i capitani suoi qua e là mandava
a chiamare a l'insegna ogni guerriero;
in Gade quella gente egli accogliea
ch'egli sopposta a le sue voglie avea.
Or mentre cerca aver da l'occidente
soccorso Gerione in questa guerra,
da la Cantabria una spietata gente
mena lo scelerato e crudo Urerra;
ed ognun di costoro è sì inclemente
che non sol l'arme contra l'oste afferra,
ma uccidon sé quando la vecchia etade
lor toglie l'adoprare e lancie e spade.
Druida fiero e avezzo ne la caccia,
conduce gente armata di saette,
dal Pireneo di sì terribil faccia
ch'a ravisarle sol paura mette;
e quei che il Durio, con le sue onde, abbraccia,
genti a battaglia al par d'ogni altra, elette,
ché Celtiberi son detti da Celti,
di forte core e di persona svelti.
Aduna in un tutti quei che son verso
il gelido Aquilon, Licastro e Lida,
a gli Oretan da capitano Perso,
a i Calleci, a i Vaccei, l'altiero Dida;
lo stuolo de i Pleutauri, rio e perverso,
Polican, Mardaluco e Alzerbe guida,
mena Malista i Bardieti e Egone,
Celaudote gli Albetrigi e Gelone.
E mena di Tuisi un drupel rio
unito insieme il desperato Achera,
gente che non conosce, o teme Dio,
tanto impia hanno la mente e tanto fiera;
né il capitan più de i soldati è pio,
perché ne 'n Giove egli, ne 'n Marte spera,
ma la spada sol ha, per vero nume,
come avea Gerione anco in costume.
Co i Ceretani vengono i Vasconi
e duci lor sono Olibrozo e Alzerda:
vengon, con numer d'ottimi pedoni,
Argesta e Breno e da la bella Ilerda
i Massageti, al par de' tutti buoni,
Sace conduce, né vuol che si perda
il tempo, perché il primo esser vorria
che meni a Gerion la compagnia.
Da gli Artabi conduce Arco e da Eluso,
gente a vibrare i forti dardi avezza,
da l'altre Baleari uno stuolo uso
a lanciar mortal piombo con destrezza;
e il popolo di Tide ha insieme chiuso
Gerone di mirabile fortezza
cui solo il travagliarsi in arme piace,
né cosa ha più molesta de la pace.
Da Taracona, che di belle viti
al par d'ogn'altra, è ben dotata e piena,
soldati valorosi e 'n guerra arditi,
di ferro armati il fiero Orando mena;
i Sedentani ha in bella schiera uniti
Orgagno, ch'ogni cor feroce affrena,
quei di Setabo Armarico conduce
e i Vetoni hanno Aridamante duce.
Quei di Castulo tien sotto il suo impero
Atlante, cui diede le poppe altrici
una leonessa;questi era severo
e crudo più d'ogn'altro a' suoi nemici,
e sì destro era al corso e sì leggiero,
che corresse per piani, o per pendici,
come a i pié avesse di Mercurio l'ale,
non lasciava nel corso orma, o signale.
Quei d'Ispal mena seco Nasamone,
quei d'Orta e di Nebrissa il forte Amiro,
una gran squadra dal monte Ierone
Tleponemo conduce e il rio Camiro,
da la ricca Tartesso Anacreone
accoglie gente molta e Cosimiro
quei d'Urso mena, d'Atetua e di Monda,
de l'isole che il Beti altier circonda.
Dan gente i Lusitani, che indivina
da le fibre d'i miseri prigioni,
scorrono questi lungo la marina
a dar di piglio ed a l'insidie buoni;
di quanti o di lontana, o di vicina
parte prendon, per farne a gli dei doni,
taglian le mani e l'offron poscia loro,
duci questi hanno Arringo e Grippo e Goro.
Da Masta, pieno d'ira e d'ardimento,
in copia grande mena gente Forco;
Forco, da porre a ogni grand'uom spavento
che sembra tra' nemici un irato orco;
mentre ad accorre è Gerione intento
sotto l'insegna d'un silvestre porco,
costoro, il gran figliuol d'Anfitrione
l'armata con bell'ordine dispone.
Da la parte più bella de la Spagna
e più abondante, ove una città siede
che così Beti con le sue onde bagna,
come cortese, il suo nome le diede,
mena gente il re Gentio a la campagna
e verso lo stuol d'Ercol move il piede
ché non si vuol con Gerione unire
e gli altri de la Betica seguire.
Ma per far de la figlia aspra vendetta,
che gli avea Gerion tolta per forza,
mentre a diporto iva in una barchetta,
alternando nel mar poggia con orza,
cerca gir contra lui con molta fretta,
co' suoi armati di ferigna scorza
e per ciò se n'andò ratto ad Alcide,
poi che giunto ivi con l'armata il vide.
Ercol, come solea gli amici, il vede
allegramente e con cortese affetto
l'accoglie e poscia gli stringe la fede
di far pentir quel mostro maledetto,
che, col rapirgli la figlia, gli diede
il duol che, ragionando, egli avea detto:
poscia con le sue genti in nave il tolse
e verso Gerion l'armata volse.
Gerion, che lontano dal suo regno
cerca tenere il gran figlio di Giove,
avendo posto in ordine ogni legno,
nel mar con lui venir vuole a le prove;
ma vento avverso rompe il suo disegno,
perché ancor che possente si ritrove,
non può, con quanto egli sa dire e fare,
approssimarsi ad Ercole nel mare.
Onde, prospero avendo Alcide il vento,
temendo Gerion mortale assalto,
a Gade ritornossi in un momento
e a la sua gente fare ivi fece alto;
non fu neghittoso Ercole, né lento,
ma a piene vele andò solcando l'alto,
tanto che giunse al porto, ov'avea accolta
l'armata Gerion, fuor del mar tolta.
A l'appressarsi al lito ch'Ercol fece,
volse darsi Nicandro a gittar foco
nel solfore nodrito e ne la pece,
e così farsi a entrar nel porto luoco,
ma allora Ercole a lui disse: – Non lece
questo a me far che non son sì da poco,
che, senza tentar ciò non mi dia il core
di vincer Gerion sol col valore! –
Allor Nicandro: – Sono arme da navi,
Ercole, queste e ne le guerre usate
che si fanno nel mar crudeli e gravi,
a danno de' nemici ritrovate,
e mi par maraviglia che vi gravi
che contra Gerion siano aventate,
ma poi che ciò vi pare, or deporrolle
e a tempo miglior poscia adoprerolle. –
Tentò Ercol con la forza, questo detto,
di entrare e 'n rotta il suo nemico porre;
ma stette in sé sì Gerion ristretto
e con tal modo gli si venne a opporre,
ch'ad Ercol non giovò numero eletto,
né le navi con ordine disporre,
perché non potea entrar senza periglio
di por l'armata sua tutta in scompiglio.
Ercol, che vede il pericolo grande,
e cerca vincer con la sua salvezza,
Iuba ad assalir manda in altre bande
l'isola con ingegno e con fortezza;
appena aspetta ch'Ercole commande
questo terribil cor, pien di fierezza,
toglie seco Lissandro e Leonida
e a la parte opposta i legni guida.
Con queste cento undici vele andaro
ove men custodita l'isola era,
e senza aver contrasto, dismontaro
e spiegò ognun di lor la sua bandiera;
un castello andando oltra ritrovaro
a custodia del quale aveva Achera
Gerion messo e Celadonte e Dida,
con la lor gente valorosa e fida.
I quai, visti i nemici a la difesa,
co' soldati ir intorno a le alte mura
e quindi cominciò sì gran contesa
che 'n terra non fu mai cosa più oscura;
e benché da l'assalto sovrapresa
tremi tutta la plebe di paura,
nulla però teme la gente ardita,
né cura, per l'onor, d'espor la vita.
Un ordine infinito d'alte scale
l'essercito di fuori al muro appoggia,
e da ogni parte ogni soldato sale:
questi va dietro a quel che inanzi poggia,
senza dardo temer spiedo, né strale,
né bollente olio, né di pece pioggia;
e se ben quattro e sei ne cadon giuso,
ne saglion venti e trenta arditi suso.
Quei di dentro non lascian cosa a fare
ch'atta paia a scacciare indi i nemici,
sì ch'ove pensano essi soggiogare
la terra e i cittadin fare infelici,
lor facciano essi a fil di spada andare
e rivolgere in lor tutti i supplici;
e molti giù ne caccian ne le fosse
e fiaccan lor, con gittar sassi, l'osse.
Vanno le donne e le donzelle a i tempi,
mentre a le mura sono i forti in guerra,
e pregano i lor dei che da casi empi
voglian servar la loro afflitta terra;
e il destin raffrenare e gli influssi empi,
sì che tutti non vadano sotterra
per mano di color che 'n tempo breve,
cercan quel di lor far, che il sol di neve.
Questo istesso fanno anco i più vetusti,
dogliendosi non esser morti in cuna,
poi che temevan di veder combusti
tutti i tempi e le case ad una, ad una;
ma i forti, gli animosi ed i robusti,
che stiman poco aversa e ria fortuna,
van scorrendo qua e là con l'arme in mano,
per far l'assalto del nemico vano.
E come alani, cui s'offra il cenghiale,
attendon sol che sian lor dati i lassi
per assalir quel crudele animale,
che per la valle impetuoso vassi,
così color, cui sol di gloria cale,
pregano il capitan che il ponte abbassi,
acciò ch'uscir possano imantinente
e strazio far de la nemica gente.
Ma s'ad Achera ben piace vedere
tutti i soldati suoi sì coraggiosi,
non vuol però compire il lor volere
ne i lor disegni sì periculosi;
ma bene esorta tutte le sue schiere
e dice loro: – O forti, o valorosi,
poscia che per lo re, voi preso avete
l'arme, mostrate qui quel che voi sete! –
In tanto il greco stuol salendo agogna
d'aver vittoria e per la terra a ruba
e di cedere a l'un l'altro ha vergogna,
mentre ode il suon de la sonora tuba;
e ben ch'ardito sia qui ognun bisogna,
perché il crudele e dispietato Iuba
non pure incalza minacciando e preme,
ma dà morte crudele a ognun che teme.
E mentre quei di dentro e foco e sassi
gittan ver quei che saglion la muraglia,
e su le scale allungan gli altri i passi,
perché tutto lo stuol su il muro saglia,
Iuba, tentando va, com'entro passi,
e più vicino il suo nemico assaglia,
e de la fossa entra nel più alto golfo,
sprezzando e pece e sassi e calce e solfo.
Una gran doccia ne la fossa entrava,
la qual di fuor di quel castello usciva,
tosto questi entra ne l'aperta cava
e tacito per essa in piazza arriva;
lo stuol, ch'a guardia di quel loco stava,
a fil di spada va, ch'ovunque arriva,
pare un torrente che, con le fier onde,
a terra gli arbor mandi e i campi inonde.
Achera vien con la sua squadra insieme,
per andar tutti contra il crudel oste;
non crediate, signor, che 'n lui si sceme
l'ira, o che da' nemici si discoste,
anzi, come orso, si raggira e freme,
e fa, che caro l'assalirlo coste
a chi gli si avicina, e il primo è Vrada,
cui fa provar se il suo fier brando rada.
Ché gli leva la testa con l'elmetto,
e la fa al ciel volar libera e sciolta,
fende dal capo Alcirdo insino al petto,
poi verso Algreda il fiero brando volta
e a mezzo il taglia, come un ebul, netto;
ed entra poscia ne la densa folta,
e quello fa de la nemica gente,
che far d'erba veggiam falce tagliente.
Quel se ne cade in faccia e quel riverso,
quel riman senza man, quel senza testa,
quel fier nel fianco e quel tronca a traverso,
quel senza braccia e quel senza occhi resta;
ma meno mi poria venire il verso,
s'io vi volessi dire e quella e questa
gente, che fa Iuba feroce essangue,
facendole versar l'alma col sangue.
Intanto giunge il desperato Achera,
maledicendo il ciel, con voce orrenda,
e dice a Iuba: – Ben puoi far che pera
questa vil turba e a l'Acheronte scenda;
or vedrai s'io con la tua morte fiera,
de l'error di costor far saprò emenda,
e se condurre dal nocchier di Stige
i' ti farò con lor tra l'ombre bige.
E qual con l'abbaiar mastin si getta
a dosso al viandante ne la strada,
tal al capo di Iuba Achera in fretta
con un man dritto rivoltò la spada;
potea morto restar, qual bue da acetta
che nel macello in un momento cada,
s'egli non opponeva il forte scudo
al colpo fiero e più d'ogn'altro crudo.
Lo scudo oppose e poi sì crudelmente
ferì il crudele Achera al manco lato,
e fu in ferirlo il braccio sì possente,
che nulla gli giovò l'essere armato;
egli, ch'al fianco il brando entrato sente,
bestemia il cielo, e più che prima, irato
al camaglio una punta fier gli drizza,
tutto pien di furor, pieno di stizza.
E se men fina forse era, o men forte
a la terribil punta quella maglia,
giunto era Iuba a quel gran colpo, a morte,
e fra lor finita era la battaglia;
vista contraria al suo desir la sorte
Achera a dosso a Iuba altier si scaglia
ed a traverso il prende ed il raggira,
ed a farlo cadere in terra mira.
E forse, o con la forza, o con l'ingegno,
la sua voglia avria Achera allor compita,
se non gli avesse van fatto il disegno,
il sangue ch'uscia for de la ferita,
che 'n breve il fe' restar senza ritegno,
sì ch'abbandonò l'alma questa vita,
e bestemiando, scese al lago Averno,
a sostener pena e martire eterno.
A lo scender da Achera da le mura
quei, ch'erano con Iuba ne la terra
entraro tutti per la dozza oscura,
e mossero a i nemici acerba guerra;
con gli altri greci, Lissandro procura
salire il muro e nel salire afferra
in una gamba Celadonte e il caccia
nel castel sì che qual'ovo si schiaccia.
Iuba con la sua squadra in tanto corre
per la gente d'Achera e ne fa strazio,
ma se molte alme ben dal corpo sciorre
vede, non è pero di ferir sazio,
quella misera gente qua e là corre,
ma non può avere a fuggire indi spazio,
che qua e là Iuba qual fulmine vola,
e la vita a i meschin col brando invola.
Dida, che vede la ruina grande
che Iuba fa, poi ch'egli ha morto Achera,
perch'egli a l'orco ognun morto non mande,
lasciò le mura e venne ove Iuba era;
il seguitaro tutte le sue bande,
e sol per vendicar la morte fiera
di Celadonte, la sua compagnia
s'unì con Dida, a la battaglia ria.
In tanto Iuba ad una porta andossi
e l'aperse per forza, onde vi entraro,
passati tutti gli argini ed i fossi,
i greci, e contra i lor nemici andaro;
tremaro a i terrazani i polsi e gli ossi,
tosto che vider rotto ogni riparo,
e con loro, i soldati ebber paura,
sol Dida a Iuba andò con man sicura.
Ma buon per lui ch'avesse preso essempio
da la morte d'Achera e non si fusse
mosso a vendetta far del compagno empio,
cui di colpa mortal Iuba percusse;
ben crudo e fier destino a duro scempio,
quando Iuba assalì il misero indusse,
perché sì tosto ch'a Iuba si volse,
la vita con un dritto egli gli tolse.
Ché il giunse a punto ove a le spalle il collo
si lega e gliel tagliò qual falce gionco,
e con tutto l'elmetto al ciel mandollo,
e lasciò senza nome in terra il tronco,
il qual, die' al suo cader, non minor crollo
che si faccia alno, da radici tronco,
che giù da l'Apenin con furor cada,
e ovunque scende, far si faccia strada.
A i soldati venuti ivi con Dida
vistol cader, mancò speme e valore,
come l'armento, se la cara guida
tolta gli vien, riman pien di timore,
che ne 'n corno, ne 'n pié più si confida,
e se ne va per lo solingo orrore,
temendo di trovar lupo, o pantiera,
onde di corno in corno tutto pera.
Iuba or va in questa ed ora in quella parte,
sì ch'un lampo di foco acceso sembra,
ogni usbergo, ivi benché forte, parte,
e a terra van con l'arme anco le membra:
il braccio da la spalla a quel diparte,
or le gambe da l'anche a questo smembra:
Lisandro e Leonida il simil face,
né val ivi a cercar clemenza o pace.
Né di ferir cessaro i greci prima
che tutti que' soldati a morte giro,
e da i più egregi, insino a la plebe ima,
sentir fero ad ognuno agri martiri,
che vuol Iuba ch'ognun così si opprima
che non rimanga alcun vivo nel giro
di quel castello e non vi sia chi porti
novella a Gerion di tante morti.
Ercol (mentre costor mandano a terra
co' ferri nudi i lor nemici) tenta,
se puote, andar con sua salvezza in terra,
né resti de le sue persona spenta;
ma il porto Gerione in guisa serra,
ch'alcuna occasion non si appresenta
ad Ercole di entrare ed egli saggio
seconda il tempo e attende al suo vantaggio.
Non poté Iuba far, ch'anco non desse,
tra questo tempo, segno del furore,
ché giusto sdegno ne l'alma gli impresse
quando egli volse a quella impresa il core,
perché volse che il foco si mettesse,
ne' tempi senza avere alcun timore
de gli dei di quel luoco e le private
case fur, d'una, in una, al foco date.
Come da l'Etna al ciel sorgon le fiamme,
mentre il solfo entro a le caverne bolle,
sì che par che il gran foco l'aria infiamme,
e che il giogo arda de l'immenso colle,
così sembianza ora di questo damme
il foco che da i tetti al ciel s'estolle,
se sembrar nol vogliamo a quel vetusto,
foco onde il superbo Ilio fu combusto.
Gerion, visto il foco andare al cielo,
s'imaginò ciò ch'avenuto fosse,
e poco fu che non si fe' di gelo,
e gli tremasser le midolle e l'osse;
ma allor gli si arricciò bene ogni pelo
che Iuba dal suo stuol tre guerrier mosse,
che su l'aste le teste ove Ercole era
portar di Celadon, Dida ed Achera.
Ché tosto ch'egli le tagliate teste
mira, da que' soldati ivi condutte,
s'imagina che vivo uno non reste,
tra le genti al castel da lui ridutte;
e mentre il core ave e le luci meste,
sì ch'a pena le tien dal pianto asciute,
un vien che dice che già ad Eritrea
Iuba la gente sua condutta avea.
E che se lor non venia a dar soccorso,
andria, come il castello a fiamma, a foco;
ché già il vittorioso Iuba corso
a le mura era e non lasciava loco
che non tentasse, per porre anco il morso
a quella gente e se tardava un poco,
gliel porria certo; ma oggi ho detto assai:
tempo è signor ch'io mi riposi omai.