XXV
Donne d'alto valor ricche ed altere,
Maraviglia nessuna in voi si deste,
Se l'umide mie reti, e l'ombre nere
Sono al venir più che non soglion preste;
Che semo anche noi vaghe di vedere
Nove bellezze, ed alti giochi e feste;
E perché maggior parte me ne tocchi,
Mi doglio, che non abbia altrettanti occhi.
E se al vibrar del vostro ardente raggio
Tener potess'io fermi gli occhi miei,
Non fu vêr voi sì presto il mio viaggio,
Come a girmene via pigra sarei.
Starovvi pur quel breve spazio ch'aggio,
Che se tardassi qui quanto vorrei,
Foran quest'ombre dileguate e rotte,
E volto avrei di dì, più che di notte.
Non vi debbo parer troppo importuna,
Purché sì tosto al mondo oggi mi mostri,
Che non però non fia quest'aria bruna,
Né perderan color le gemme e gli ostri;
Che ad onta delle stelle, e della luna
Bastano a farmi chiara gli occhi vostri:
Copra sua porta il cielo ai lumi suoi,
Che sempre è giorno, ovunque sete voi.
Vedete più che mai serena ed alba
L'aria girar che la mia voce or fiede;
E com'esser può sera là ond'è l'Alba?
Ecco qui l'Alba, che tra voi si siede,
E 'l ciel rischiara, e 'l mar già fosco inalba.
Quando si vide mai quel ch'or si vede,
La notte star con l'Alba a faccia a faccia,
E l'una, come suol, l'altra non scaccia?
Il nero e lieve carro che mi porta,
Non viene, Alba gentil, tanto oggi innante,
Che l'allegrezza altrui si faccia corta,
Ma per gioir del vostro almo sembiante;
Perché, quando del sol sarete scorta
Sarò costretta di fuggirvi avante;
Mentre dunque all'incontro posso avervi,
Io vo' saziar questi occhi di vedervi.
Ma perché, mal mio grado, Alba felice,
Bisogna, ch'io mi parta, e vi dia loco;
Poiché veduta v'ho, quanto a me lice,
Il che quanto al desio sempre fia poco,
Seguirò il mio cammin, né si disdice,
Che, spento il dì, qui stia in festa, e in gioco,
Acciò vedan tant'occhi che han qui intorno,
Che 'l lume vien da voi, e non dal giorno.
E se l'alba del ciel, quando qui apparve,
Per quel che le ore poscia me n'han detto,
E per quel che a me stesso intender parve,
Ch'allor allor fuggia dal tuo cospetto,
Promise chiari e lieti i dì recarve;
Io che non son men serva, vi prometto,
Mentre i cieli quaggiù lasciar vi vonno,
Tranquille recar l'ombre e molle il sonno.
E perché nel donar de' miei tesori
Dal giorno non sia vinta in cortesia,
Offro a voi, donne belle, a voi, signori,
Cui forse spiace la presenza mia,
Le grazie mie, le veneri, e gli amori,
E i riposi, e i diletti; e vo' che sia
Tanto il vostro dormir dolce e quieto,
Quanto il vegghiar fu dilettoso e lieto.