XXV
Non vorrei da l'un canto esser mai stata
a quel bel loco, per dover partire,
come fei, non ben quivi anco arrivata.
Così gravoso il ben suol divenire,
che, quant'egli è maggior, via maggior duolo
col dilungarsi in noi suol partorire:
tosto ne va 'l piacer trascorso a volo;
né ponendo in ragion l'util passato,
a la perdita mesti attendem solo.
E non vorrei però da l'altro lato
sì vago nido non aver veduto,
a la tranquillità soave e grato.
E, se pari al desio non l'ho goduto,
quanto guastato più, tanto più caro,
il lasciarlo mi fôra dispiaciuto.
E pur, formando un pensier dolce amaro,
con la memoria a quei diletti torno,
che infiniti a me quivi si mostráro:
sempre davanti gli occhi ho 'l bel soggiorno,
da cui lontan col corpo, con la mente,
senza da me partirlo unqua, soggiorno:
ricrear tutta in me l'alma si sente,
mentre qua giù sì lieto paradiso
da dover contemplar le sta presente.
Da questo lo mio spirto non diviso
va ripetendo le bellezze eterne,
dal soverchio piacer vinto e conquiso.
E, mentre le delizie avido scerne,
nel gioir di se stesso, afflige i sensi,
che non puon separati ancor goderne:
così, quanto m'avien ch'amando pensi
a l'abitazion vaga e gentile,
tra gioia e duol convien che 'l cor dispensi.
In questo piglio in man pronta lo stile;
e, per gradir al sentimento, fingo
quel loco quanto possi al ver simìle:
e, se ben so ch'a impresa alta m'accingo,
tirata da la mia propria vaghezza,
senz'arte quel ch'io so disegno e pingo.
Oh che fiorita e gioconda bellezza
quivi mostra e dispiega la natura,
raro altrove o non mai mostrarla avezza!
Certo è questa, quell'unica fattura,
in cui, vinta se stessa, a tutte prove
ripose ogni sua industria, ogni sua cura.
Di tutto quel che piaccia al mondo e giove,
favorevole il cielo a cotal opra,
il maggior vanto eternamente piove.
Quivi 'l ciel manda il suo favor di sopra,
né men la terra in adornar tal parte
con gli altri, a gara, elementi s'adopra.
Vince l'imaginar d'ogni umana arte
la disposizion di tutto 'l bene,
ch'unito quivi intorno si comparte;
e pur di quell'altezza, ove perviene
l'eccellenza de l'arte in cose belle,
vestigie espresse il bel luogo ritiene.
Così determinarono le stelle
far quivi in dolci modi altrui palese
quanto puon destinar e influir elle.
In questo avventuroso almo paese
l'ornamento del ciel si mostra in terra,
ch'a farlo un paradiso in lui discese.
Di lieti colli adorno cerchio serra
l'infinita beltà del vago piano,
dove Flora e Pomona alberga ed erra.
Quasi per gradi su di mano in mano
di fuor s'ascende 'l poggio da le spalle,
sempre al salir più facile e più piano;
quinci in giù per soave e destro calle
s'arriva a la pianura in pochi passi,
ch'è posta in forma di rotonda valle:
se non che in guisa rilevata stassi,
ch'è quasi, entro a quei colli, un minor colle,
che 'ntorno a lor si dispiani e s'abbassi,
sì che d'entrarvi a Febo non si tolle,
poco alzatosi fuor de l'oriente,
nel prato d'erbe rugiadoso e molle.
Entra 'l sol quanto entrar se gli consente
da un bosco d'alti pini e di cipressi,
pien d'ombre amiche al dì lungo e fervente;
e gode di veder quivi con essi
de la sua amata in corpo umano fronde,
già braccia e chiome, or verdi rami spessi,
tra' quai quanto può penetra e s'asconde,
per la memoria ch'anco entro 'l cor serba,
de l'amorose piaghe profonde.
De la ninfa la sorte così acerba
pietoso Apollo ai grati rami tira,
ed a quivi posar vago tra l'erba:
l'aria d'intorno ancor dolce sospira
di Dafne al caso, e spirto d'odor pieno,
le vaghe foglie ventilando, spira.
E 'l ciel, là più ch'altrove mai sereno,
fa che d'ogni stagion la copia vuote
in quella terra il corno suo ripieno.
Quivi con l'urne non mai stanche o vuote
a portar l'acque son le ninfe pronte,
tai che 'l cristal sì chiaro esser non puote:
queste versando van da più d'un fonte
le succinte e leggiadre abitatrici
di questo e quel vicin ben colto monte;
ed a l'altre compagne cacciatrici,
che, dietro i cervi stanche, a rinfrescarsi
vanno le fronti angeliche beatrici,
co' bei liquidi argenti intorno sparsi
porgon dolce liquor da trar la sete,
e le candide membra da lavarsi.
Dai freschi rivi e da le fonti liete,
quasi scherzando, l'acque in vario corso
declinan verso 'l pian soavi e quete;
e, poi che 'n lenta gara alquanto han corso,
per via diversa si raggiungon tutte
verso un bel prato, a lor dinanzi occorso;
e da natural arte a far instrutte
bello quel sito a maraviglia, vanno
per canali angustissimi ridutte.
Quivi entrate, a varcar poco spazio hanno,
ch'a un fiorito amenissimo giardino,
dolce tributo di se stesse dànno:
con man distesa e passo tardo e chino
dàn di se stesse le più dolci e chiare
al giardinier ch'a l'uscio sta vicino.
Questi, com' a lui piace, le fa entrare,
ch'obedienti a l'arte, fan quel tanto
ch'altri accorto dispon che debban fare.
Non cede l'arte a la natura il vanto
ne l'artificio del giardin, ornato
d'alberi colti e sempre verde manto;
sovra 'l qual porge, alquanto rilevato,
d'architettura un bel palagio tale,
qual fu di quel del sol già. poetato:
infinito tesor ben questo vale
per l'edificio proprio, e gli ornamenti,
che 'n ricchezza e in beltà non hanno eguale
I fini marmi e i porfidi lucenti,
cornici, archi, colonne, intagli e fregi,
figure, prospettive, ori ed argenti
quivi son di tal sorte e di tai pregi,
ch'a tal grado non giungono i palagi,
che fêr gli antichi imperadori e regi.
Ma le commodità di dentro e gli agi
son così molli, che gli altrui diletti
al par di questi sembrano disagi.
Per li celati d'òr vaghi ricetti,
sul pavimento, che qual gemma splende,
stan sopra aurati piè candidi letti.
Di sopra da ciascun d'intorno pende
di varia seta e d'òr porpora intesta,
che 'l contegno de' letti abbraccia e prende;
di coltre ricamata o d'altra vesta
di ricca tela ognun s'adorna e copre,
sì ch'a fornirlo ben nulla gli resta.
Di diversi disegni e diverse opre
su coverte e cortine in tutti i lati
vario e lungo artificio si discopre.
I dèi scender dal cielo innamorati
dietro le ninfe qui si veggon finti,
in diverse figure trasformati;
e d'amoroso affetto in vista tinti,
seguitar ansiosi il lor desio,
dove dal caldo incendio son sospinti.
Qui trasformata in vacca si vede Io,
e cent'occhi serrar il suo custode,
al suon di quel, che poi l'uccise, dio.
Da l'altra parte Danae in sen si gode
vedersi piover Giove in nembo d'oro,
ov'altri più la chiude e la custode;
il quale altrove, trasformato in toro,
porta Europa; ed altrove, aquila, piglia
Ganimede e 'l rapisce al sommo coro.
Di Licaon fatta orsa ancor la figlia,
mentre ucciderla il figlio ignota tenta,
assunta in cielo ad orsa s'assomiglia:
né pur orsa celeste ella diventa,
figurata di stelle in cotal segno,
ma 'l figlio in ciel l'altr'orsa rappresenta.
Quanto è possente il nostro umano ingegno,
che vive fa parer le cose finte
per forza di colori e di disegno!
Di seta e d'oro e varie lane tinte,
nei tapeti, ch'adornan quelle stanze,
da l'imitar le cose vere èn vinte.
E, perché nulla a desiar avanze,
ch'orni di Giove un'alta regia degna,
dove, lasciato 'l ciel, qua giuso ei stanze,
qualunque ebbe tra noi la sacra insegna,
ch'a quei con le sue man Dio stesso porge,
che d'esser suoi vicari in terra ei degna,
qualunque di pastor al grado sorge
de la chiesa divina, in espresso atto
nobilmente dipinto ivi si scorge:
quivi ciascun pontefice ritratto
più che dal natural vivo si vede,
di tela, di colori e d'ombre fatto;
e, com'a tanta maestà richiede,
da l'altre in parte eccelsa e separata
sì reverende imagini han lor sede.
Similmente, in maniera accomodata,
di quei l'effigie ancor son quivi, i quali
del ciel sostengon la felice entrata:
quanti mai fùr nel mondo cardinali,
quivi entro stan co' papi in compagnia,
e vescovi, e prelati altri assai tali.
Perché conforme al paradiso sia
quell'albergo divino, in sé ritiene
di gente i volti così santa e pia.
Di quel ch'al sacerdozio si conviene,
da l'essempio di molti espressi quivi,
in perfetta notizia si perviene:
questi, ancor morti, insegnar ponno ai vivi,
anzi in ciel vivon sì, che 'l loro nome
in terra sempre glorioso arrivi.
E, perch'alcun io non distingua o nome,
di quelli intendo, che fùro innocenti,
e del demonio fêr le forze dome.
Le costor fronti a mirar riverenti,
così pinte, ne fanno, e in noi pensieri
destano de le cose più eccellenti:
seguendo l'orme lor, fan ch'altri speri,
che tien lo scettro de la casa vaga,
d'alzarsi al ciel per quei gradi primieri.
Questa de la sua vista ognuno appaga,
e sol de la memoria al cor m'imprime
colpi, che 'nnaspran la già. fatta piaga.
Di que' be' colli a le frondute cime
alzo 'l pensier, che, dal duol vinto e stanco,
fa che gli occhi piangendo a terra adime.
Standomi sul verron del marmo bianco,
dove 'l palagio alzato agguaglia il monte,
ricreata posava il braccio e 'l fianco:
qui piagner Filomena le triste onte
con la sorella sua dolce sentìa
da lor non così chiare altrove cònte:
da le fontane ad ascoltar venìa
questo e quel ruscelletto, e mormorando
quasi con lor piangeva in compagnia.
Ben poscia a quel tenor dolce cantando
givan gli augelli per li verdi rami,
del loro amor le passion mostrando.
Oh che liete querele, oh che richiami
formavan contra 'l ciel, sì come suole
chi, benché ridamato, altrui forte ami!
Con voce più che d'umane parole
par che sappian parlar quelli augelletti,
sì ch'ad udirli ancor fermano il sole.
Talor narrano poi gli alti diletti,
che spesso dagli amati abbracciamenti
prendon, de le lor vaghe al fianco stretti.
Di gran dolcezza il cielo e gli elementi,
per tal piacere e per molti altri assai,
quivi gioiscon placidi e contenti;
e, rischiarando ognor più Febo i rai,
la fiorita stagion vago rimena
di molti, non che d'un, perpetui mai.
D'arabi odor la terra e l'aria piena,
l'una più sempre si rinverde e infiora,
l'altra ognor più si tempra e rasserena.
Oh che grata e dolcissima dimora,
dove, quanto di vago ognor più miri,
tanto più da veder ti resta ancora!
Dovunque altri la vista a mirar giri,
ne la beltà veduta oggetto trova,
che più intente a guardar le luci tiri;
e nondimen, perch'ognor cosa nova
d'intorno appar, che l'animo desvia,
ad altra parte vien ch'indi le mova.
La bellezza del sito, alma, natia,
gli occhi fuor del palazzo a veder piega
quanto ivi ricca la natura sia;
ma poi di dentro tal lavor dispiega
l'arte, che la natura agguaglia e passa,
ch'ivi l'occhio, a mirar vòlto, s'impiega;
e, mentre da un oggetto a un altro passa,
l'un non gustato ben, da nòve brame
tirato, impaziente il preso lassa.
Così non trae, ma più cresce la fame
d'assai vivande un prodigo convito,
che de l'una al pigliar l'altra si brame:
così ne la virtù de l'infinito,
senza mai saziarne, ci stanchiamo,
s'al sommo bene è 'l pensier nostro unito.
Questa insazietà grande proviamo
espressamente, allor che l'intelletto
divin, filosofando, contempliamo.
Lascia sempre di sé più caldo affetto,
ne l'affannata mente, il ver supremo,
ond'ha perfezzion l'uom da l'oggetto;
benché l'affanno è tal, ch'ognor più scemo
del mortal fango il nostro spirto face,
e d'ir al ciel gli dà penne a l'estremo.
Felice affanno, che ristora e piace
ne l'unir di quest'anima a quel vero,
che gli umani desir pon tutti in pace:
a quel, che del suo eccelso magistero
mostrò grand'arte in queste alme contrade,
feconde del piacer celeste intiero.
Qui di là su tal grazia e favor cade,
ch'abonda al compartirsi in copia molta
la gioia in ogni parte e la beltade;
sì che, mentre ad un lato ancor sol vòlta
gode la vista, in quel più sempre scorge
nova maniera di vaghezza accolta,
né de l'una ben tosto ancor s'accorge,
che s'offre l'altra e, quasi pur mo' nata,
meraviglia e diletto insieme porge.
Del giardin vago è la sembianza grata,
e, mentre in lui la maniera risguardi
d'ogni parte ben colta e ben piantata,
lepri e conigli andar pronti e gagliardi
nel corso vedi; e, mentre che t'incresce
d'esserti di tal vista accorto tardi,
ecco ch'altronde ancor vaga schiera esce
di cervi e capri e dame e d'altri tali,
onde la maraviglia e 'l piacer cresce.
Ma poi tra quelle schiere d'animali
scopri distinto del giardino il piano
d'acque in angusti e limpidi canali,
e splender su per l'onde di lontano
vedi i pesci guizzando, che d'argento
sembra che nuotin d'una e d'altra mano.
E mentre l'occhio a vagheggiar è intento
il piacer vario del fiorito suolo,
più sempre di mirar vago e contento,
di questo ramo in quel cantando a volo
gir vede copia d'augelletti snelli,
quai molti insieme, e qual vagando solo.
Quinci s'accorge che di fior novelli
e frutti antichi son quei rami carchi,
non pur di nidi d'infiniti augelli.
Senza che 'l guardo quinci e quindi varchi,
l'incontran d'ogni parte i piacer tutti,
in quest'officio non mai stanchi o parchi.
E, se nel giardin visti in un ridutti,
fiere, augei, pesci, rivi ,arbori e foglie,
fior sempre novi, e d'ogni stagion frutti
a mirar in disparte altri s'accoglie,
e, come nel guardar talvolta occorre,
da la pianura a l'alto a mirar toglie,
ne la beltà de' vaghi colli incorre,
ch'a la vista, che s'alza, umili e piani,
lietamente si vengono ad opporre.
Questi, dal bel palazzo non lontani,
sembra che, per raccôrlo in mezzo 'l seno,
si stringan verso lui d'ambe le mani;
e 'ntanto spiegan tutto aperto e pieno
il grembo lor di dolcezze infinite,
che la vista bear possono a pieno.
Le pecorelle, a pascer l'erbe uscite,
biancheggian per li poggi, a cansar lievi,
per poco d'ombra timide e smarrite:
di questi monti son queste le nevi;
ché quindi 'l verno standosi ognor lunge
non vien giamai che 'l bel terreno aggrevi.
Quindi letizia e molto utile giunge,
de le gregge bianchissime ai signori,
di quel che se ne tonde e uccide e munge.
Sparsi per l'ombre, siedono i pastori,
e, le canne dispari a sonar posti,
cantan de' loro boscarecci amori;
e, se i greggi talvolta erran discosti,
col fischio il caprar sorto gli richiama,
poi torna de la musa ai suoi proposti.
Talor la pastorella ivi, ch'egli ama,
de la fistola al suon mossa ne viene,
in modo che di lui cresce la brama:
fisse le luci avidamente ei tiene
ne le braccia e nel sen nudi, e nel viso,
e d'abbracciarla a pena si ritiene.
Ma poi quindi a guardar l'occhio diviso
tira l'udito suon d'un corno roco,
quando più in quei pastori egli era fiso;
ed ecco, da color lontano un poco,
cani co' cacciator disposti in caccia,
ciascuno intento al suo ufficio e 'l suo loco.
Per folti arbusti un can quivi si caccia,
e per terra latrando un altro fiuta,
e de l'orme seguendo va la traccia,
e tanto corre in fretta e 'l luogo muta,
che d'una macchia fuor la lepre salta:
il bracco geme e in seguirla s'aiuta;
gridan le genti, e intorno ognun l'assalta;
chi le spinge da tergo il veltro in fretta,
qual corre a la via bassa, e quale a l'alta.
E mentre qua e là ciascun s'affretta,
il tuo sguardo, ch'a lor dietro s'aggira,
s'incontra in piacer novo che 'l diletta:
però ch'altrove d'improviso mira
gente ch'al visco ed a le reti stese
schiera d'augelli accortamente tira.
In queste e quelle insidie non comprese
di quei c'han maggior prezzo a le gran mense
vengon tutte le sorti in copia prese.
A chi stender più franco il volo pense,
più facilmente incontra d'esser còlto
ne le non viste reti, ancor che dense.
Ma 'l tuo sguardo, che va d'intorno sciolto
da questa novità de l'uccellare,
vien da un altro piacer più novo tolto;
perché dinanzi ad abbagliarlo appare
del sol un raggio, il qual mandan reflesso
l'acque d'un fonte cristalline e chiare.
E l'occhio, alquanto chiusosi in se stesso,
dopo quel vacillar s'apre, e ritorna
a guardar quivi dentro l'ombra presso;
e di smeraldi in fresca riva adorna,
di liquido cristal sopra un ruscello,
vede ch'altri a pescar lento soggiorna:
l'amo innescato tien sospeso in quello,
e con la canna in man fermato attende
che 'l pesce cada al morso acuto e fello.
Altri con reti in varia guisa il prende,
e, con piè nudi da la sponda sceso,
frugando per le buche il laccio stende:
si lancia e scuote il pesce vivo e preso,
né cessa di sala per fin che more,
tratto del fonte in un pratel disteso.
Vince di questo il soave sapore
quel di quant'altro mai stagno o palude
alberghi, o fondo salso o dolce umore.
Nulla di quel, che in sé beato chiude
un terren paradiso, un ciel terrestre,
dal paese amenissimo s'esclude.
Di semicapri dèi turba silvestre
il fertile terren pianta e coltiva,
sotto influsso di stelle amiche e destre;
e quella, che del capo al padre viva
uscìo, de' boschi e de le cacce dea,
di questi monti ha in custodia l'oliva.
Quel, che vivo nel ventre infante avea
la madre allor che 'l consiglio l'estinse
di Giunon fella, a lei contraria e rea
che Giove tolto al proprio lato il cinse,
n', fin che nove mesi fùr finiti,
dal bianco, ove 'l nudriva, unqua il discinse,
qui gli olmi guarda, e le ben colte viti;
le biade di Proserpina la madre,
Vertunno e Flora gli arbori graditi.
Mille, scese dal ciel, benigne squadre
d'eletti spirti infiorano il bel nido,
e 'l guardan da le cose infeste et adre.
Dolce de' miei pensieri albergo fido,
pien d'aranci e di cedri, e lieto in guisa
che vince ogni concetto, ogni uman grido,
resta la mente mia vinta e conquisa,
che 'l ben in te con larga mano infuso
dal celeste Motor forma e divisa;
e, come tu sei bel fuor d'uman uso
così ne l'opra de l'imaginarti
riman l'ingegno inutile e confuso;
e, se vaga pur vengo di lodarti,
come confusa son dentro, confondo
de le tue lodi l'ordine e le parti.
Ben, quanto in questo assai mai corrispondo,
tanto ne la prontezza del desire
con grata rispondenza sovrabondo.
Vorrei, ma in parte non so alcuna, dire
le lodi del signor, che ti possiede,
né stil uman porìa tant'alto gire.
Com'ogni loco è cielo, ove Dio siede,
ma poi nel ciel, ch'è adorno a maraviglia,
espressamente ferma la sua sede,
così gran lode ogni soggiorno piglia
da quel signor, dovunque mai perviene,
che regge 'l mio voler con le sue ciglia;
ma pur il seggio suo proprio ei ritiene
in voi, perciò sommamente beate,
contrade soavissime ed amene:
per lui tante beltà vi furon date,
e senza lui de' vostri pregi intieri
sareste senza dubbio alcun private.
Gitene, colli, assai per questo alteri,
ch'avete grazia di servir a lui,
degno di mille mitre e mille imperi.
Quest'è il buon vostro regnator, per cui
vincon le vostre inusitate forme
tutto 'l diletto de' paesi altrui.
Per farsi incontra a le sue gentili orme
crescon l'erbette e i fior, ch'al suo toccarli
vien che nova beltà gli orni e riforme;
e l'onorate man presta a lavarli
dentro la stanza l'acqua dolce arriva,
e dietro vaga ognor par brame andarli.
Da questa una fontana si deriva,
che d'ogn'intorno puro argento stilla
da vena di cristal corrente e viva.
Dentro 'l terren fecondo il cielo instilla
virtù, che fa produr soavi frutti,
e l'aria salutifera e tranquilla:
il piacer sommo e 'l vero fin di tutti
è che 'l signor gli goda e gli divida,
ch'ad arbitrio di lui furon produtti.
Qualunque in verde ramo augel s'annida,
a lui canta, a lui vive, e, s'a lui piace,
lieto sostien ancor ch'altri l'uccida;
qualunque in monte o in piano animal giace,
selvaggio errante, liberale dono
di se stesso a costui contento face;
e le mandre, che quivi in copia sono,
e tutto quel, che la terra produce,
son di lui molto più ch'io non ragiono.
Qui la natura carca si riduce,
per dar del suo tesoro a lui tributo,
che da l'Indo e 'l Sabeo quivi traduce:
non fosse questo ben da lui goduto,
certo è che in tanta copia mai dal cielo
non fôra ad alcun altro pervenuto.
A costui cede il gran signor di Delo,
più del suo chiaro, del valor il lume
cui nube non offusca od altro velo;
e di dolce eloquenzia il puro fiume
a lui dona di Giove il fedel messo,
ch'al cappello ed ai piè porta le piume.
A questo, a cui comandar è concesso
agli elementi, che in quel suo soggiorno
oprano quanto è più gradito ad esso,
andai, dal gran desio tirata, un giorno:
non per error di via, né ch'io passassi
quindi avante d'altronde al mio ritorno;
ma d'Adria mossi a quest'effetto i passi,
né interromper giamai vòlsi il viaggio,
perch'a l'andar via pessima trovassi,
Di questo mio signor cortese e saggio,
nel sentier aspro, mi fu grata scorta
de la virtute il sempiterno raggio:
da così chiaro e dolce lume scorta,
la strada, ch'al desio lunga sembrava,
al disagio parea commoda e corta.
La difficoltà grande superava
d'ogni altra cosa sol con la speranza,
che di veder uom sì gentil portava.
Alfin pur giunsi a la bramata stanza,
né potrei giamai dir sì com'io fossi
raccolta con gratissima sembianza.
A sì dolce spettacolo rimossi
tutti i miei gravi e torbidi pensieri,
che venner meco, allor che d'Adria mossi;
e tra mille gratissimi piaceri
ristoro presi e mi riconfortai,
qual fa ch'il suo ben gode e 'l meglio speri.
Ma poco al mio talento mi fermai
al loco da me dianzi raccontato,
di cui più bello non si vide mai,
né con più vago e splendido apparato
di vasi, e di famiglia bene instrutta,
che pronta al signor serve d'ogni lato,
e intorno a lui con ordine ridutta,
di varia età, di vario pelo mista,
vestita a un modo, corrisponde tutta.
Questa tra l'altre è ancor nobile vista,
veder d'intorno a sé ben divisata
d'onesta gente vaga e doppia lista.
Dunque, de le Fumane unica, amata
terra, ov'albergan le delizie, quante
ogni stanza real pòn far beata,
cedano Baie, e Pozzuol non si vante,
ch'unite in loro han le vaghe Fumane
le grazie di là suso tutte quante.
Cose tutte eccellenti e sopraumane,
dolci a la vista, al gusto, e gli altri sensi,
le piagge han grate agli occhi, al varcar piane.
E, perch'al loco internamente io pensi,
quanto più di lui parlo, e manco il lodo,
e i miei desir di lui si fan più intensi.
Volando col pensier, la lingua annodo.