XXVI

By Giovanni Alfonso Mantegna

Lasso, ch'Amor – non sazio a farmi oltraggio

e con suoi duri strali

aprirmi d'alta piaga il lato manco,

che non destò mai di pietade un raggio,

ma sol colpi mortali

ricevuto ha da lui non visti unquanco,

perché misero e stanco

sentissi a tutte l'or fresco dolore –

in tenebroso orrore

ha condotta la mia sì frale vita

che non trovo al suo mal pietoso aìta.

O fiera legge, iniqua, alpestra e dura!

Perché a sì cruda sorte

voleste pormi un segno, o stelle ingrate?

Perché con giusta e con egual misura

non apriste le porte

a le gioie? A le porte congiurate

al mio danno, o spietate

voglie del ciel, sempre use a 'mpoverirme.

Che uopo era scovrirme

tante bellezze, s'in amare tempre

pianger gli occhi dovean col pianto sempre?

E ben denno versar di pianto un lago

gli occhi afflitti e dolenti,

poiché scorger non ponno il chiaro sole,

il viso dolce, delicato e vago,

ove gli tratti venti

stan fermi al grato odor de le viole,

ove mirar si suole

soave, amena e lieta primavera;

u' non giunse mai sera,

ma sempre fresche stanno e rugiadose

con gli altri le vermiglie rose.

Senza veder mai vera luce i giorni

andrai de' miei tristi anni,

s'avvien che sorte lunga tela ordisca

a la mia vita, e ch'io presto non torni

a farmi polve e' miei dolor finisca.

E perché io non ardisca

chiamarmi il pi` felice e il pi` beato

uom che mai fosse nato,

mi furon tolti i lampeggianti rai,

cagion degli aspri miei angosciosi lai.

Raggi aventar vedansi da l'altera

fronte, serena e bella,

che speglio è sol d'amor degli occhi miei;

onde saver per conoscenza vera

si può che vera stella

era de' nembi al cor molesti e rei.

E vènno pur da lei

le cocenti scintille e 'l vivo fuoco,

de' quali a poco a poco

ne' lampi accesi dileguar mi sento

e son del danno mio lieto e contento.

Ma, pi` ch'ogni martìr che il cor combatte,

è che non può lo 'ngegno

andar col mio desìr veloce a paro

in dir la bianca neve e 'l puro latte,

il prezioso e degno

naso, in cui il ben del ciel mirando imparo,

il ciglio al mondo raro,

onde nascon ognor gli acuti dardi

che non furon mai tardi

ferirmi il cor, di cui saldar la piaga

non può mai forza d'erbe o d'arte maga.

Ohimè, ché morte par che 'l lor viaggio

chiuda a gli spirti accensi!

Ed io il pur ben vorrei per minor danno!

E dal suo grembo or fuggo, or in lui caggio,

pensando quai dispensi

dolci notti ch'al cor scolpite stanno,

mia donna, e fatto m'hanno

senza lor quasi un uom d'ombroso bosco;

onde ben riconosco

che 'n lodar i rubin, le perle e l'oro,

le calte e i gigli ognor languisco e moro.

Né potrò mai – se pria con mesti gridi,

cinta d'oscuro nembo,

non di sfoghi i sospir questa spenta alma –

ridir le grazie, ohimè lasso, ch'io vidi

accolte nel suo grembo;

lieta pace goder, tranquilla e alma

e, sgombra ogn'altra salma

de' fallaci desìri, il suo pensiero

poggiar lieto e altero

verso l'alto valor, la cortesia,

che sempre nuova fan la pena mia.

Or può ben dir ciascun se con ragione

questa mal nata spoglia

di martìr in martìr varcando passo!

Ma se 'l voler del mio destin dispone

infinita sua doglia,

non piagge o monti o colli a dietro lasso,

non fiume o sterpo o sasso,

ch'io non chiamai ch'a farmi compagnia,

vengan, poiché da ria

nebbia tolto mi fu tutto il mio bene

e seco la mia verde, or secca, spene.

Canzon, poiché non lice

per tempo alcun veder la donna nostra,

chiaro a ciascun dimostra

come piangendo andrem per gli antri oscuri,

s'avien che fragil vita in pianto duri!