XXVI
Lasso, ch'Amor – non sazio a farmi oltraggio
e con suoi duri strali
aprirmi d'alta piaga il lato manco,
che non destò mai di pietade un raggio,
ma sol colpi mortali
ricevuto ha da lui non visti unquanco,
perché misero e stanco
sentissi a tutte l'or fresco dolore –
in tenebroso orrore
ha condotta la mia sì frale vita
che non trovo al suo mal pietoso aìta.
O fiera legge, iniqua, alpestra e dura!
Perché a sì cruda sorte
voleste pormi un segno, o stelle ingrate?
Perché con giusta e con egual misura
non apriste le porte
a le gioie? A le porte congiurate
al mio danno, o spietate
voglie del ciel, sempre use a 'mpoverirme.
Che uopo era scovrirme
tante bellezze, s'in amare tempre
pianger gli occhi dovean col pianto sempre?
E ben denno versar di pianto un lago
gli occhi afflitti e dolenti,
poiché scorger non ponno il chiaro sole,
il viso dolce, delicato e vago,
ove gli tratti venti
stan fermi al grato odor de le viole,
ove mirar si suole
soave, amena e lieta primavera;
u' non giunse mai sera,
ma sempre fresche stanno e rugiadose
con gli altri le vermiglie rose.
Senza veder mai vera luce i giorni
andrai de' miei tristi anni,
s'avvien che sorte lunga tela ordisca
a la mia vita, e ch'io presto non torni
a farmi polve e' miei dolor finisca.
E perché io non ardisca
chiamarmi il pi` felice e il pi` beato
uom che mai fosse nato,
mi furon tolti i lampeggianti rai,
cagion degli aspri miei angosciosi lai.
Raggi aventar vedansi da l'altera
fronte, serena e bella,
che speglio è sol d'amor degli occhi miei;
onde saver per conoscenza vera
si può che vera stella
era de' nembi al cor molesti e rei.
E vènno pur da lei
le cocenti scintille e 'l vivo fuoco,
de' quali a poco a poco
ne' lampi accesi dileguar mi sento
e son del danno mio lieto e contento.
Ma, pi` ch'ogni martìr che il cor combatte,
è che non può lo 'ngegno
andar col mio desìr veloce a paro
in dir la bianca neve e 'l puro latte,
il prezioso e degno
naso, in cui il ben del ciel mirando imparo,
il ciglio al mondo raro,
onde nascon ognor gli acuti dardi
che non furon mai tardi
ferirmi il cor, di cui saldar la piaga
non può mai forza d'erbe o d'arte maga.
Ohimè, ché morte par che 'l lor viaggio
chiuda a gli spirti accensi!
Ed io il pur ben vorrei per minor danno!
E dal suo grembo or fuggo, or in lui caggio,
pensando quai dispensi
dolci notti ch'al cor scolpite stanno,
mia donna, e fatto m'hanno
senza lor quasi un uom d'ombroso bosco;
onde ben riconosco
che 'n lodar i rubin, le perle e l'oro,
le calte e i gigli ognor languisco e moro.
Né potrò mai – se pria con mesti gridi,
cinta d'oscuro nembo,
non di sfoghi i sospir questa spenta alma –
ridir le grazie, ohimè lasso, ch'io vidi
accolte nel suo grembo;
lieta pace goder, tranquilla e alma
e, sgombra ogn'altra salma
de' fallaci desìri, il suo pensiero
poggiar lieto e altero
verso l'alto valor, la cortesia,
che sempre nuova fan la pena mia.
Or può ben dir ciascun se con ragione
questa mal nata spoglia
di martìr in martìr varcando passo!
Ma se 'l voler del mio destin dispone
infinita sua doglia,
non piagge o monti o colli a dietro lasso,
non fiume o sterpo o sasso,
ch'io non chiamai ch'a farmi compagnia,
vengan, poiché da ria
nebbia tolto mi fu tutto il mio bene
e seco la mia verde, or secca, spene.
Canzon, poiché non lice
per tempo alcun veder la donna nostra,
chiaro a ciascun dimostra
come piangendo andrem per gli antri oscuri,
s'avien che fragil vita in pianto duri!