XXVI

By Pietro Metastasio

Or che una nube ingrata

Del sol t'asconde i rai,

Quanta pietà mi fai,

Clizia infelice!

Quando in quel fior che dal tuo nome ha i fregi

Si perdé tua beltade e tua speranza,

Per unica mercede e sol conforto

De' tuoi teneri affetti

Ti fu dal Cielo e dal destin concesso

Il poter a tua voglia almen dal suolo

Vagheggiar nelle sfere il tuo bel nume.

Ma che? Misera al pari, o ninfa o fiore,

Oggi questo piacer che sol ti resta

A te goder non lice

Or che una nube ingrata

Del sol ti asconde i rai;

Quanta pietà mi fai, Clizia infelice.

Senza il misero piacer

Di veder quel bel che adori

Veggo languir tue foglie,

Perdersi tua beltà,

Povero fiore.

Ed or che a me si toglie

Mirar la bella Irene,

Il suo smarrito bene

Anche ne' danni suoi

Piange il mio core.

M'intendi? Io tutto dissi: ahi qual tormento!

Sai tu, bel fiore amato,

Sai tu, ninfa gentil che in lui t'ascondi,

Perché di tue sventure,

Perché de' mali tuoi tanto mi duole?

Provo quelle in me stesso,

Questi in me stesso io sento: Irene, oh Dio!

Irene ch'è il mio sol, Irene amata

Che a me si strugge, e il di cui moto io sieguo,

Veder non posso, ed il vederla almeno

Era il solo piacer degli occhi miei:

Questo è il solo pensier che somiglianti

Rende gli affanni tuoi a' danni miei,

E rende i miei tormenti a' mali tuoi.

Qual somiglianza, oh Dio!

Tu la luce del sol scorger non puoi;

Irene almen veder ah! non poss'io.

Contemplare almen chi s'ama

È diletto dell'affetto,

Se non è bella mercede

Del desir d'amante cor:

Se non è sfogo alla brama,

È però premio alla fede,

Bel ristoro è dell'amor.