XXVI
Or che una nube ingrata
Del sol t'asconde i rai,
Quanta pietà mi fai,
Clizia infelice!
Quando in quel fior che dal tuo nome ha i fregi
Si perdé tua beltade e tua speranza,
Per unica mercede e sol conforto
De' tuoi teneri affetti
Ti fu dal Cielo e dal destin concesso
Il poter a tua voglia almen dal suolo
Vagheggiar nelle sfere il tuo bel nume.
Ma che? Misera al pari, o ninfa o fiore,
Oggi questo piacer che sol ti resta
A te goder non lice
Or che una nube ingrata
Del sol ti asconde i rai;
Quanta pietà mi fai, Clizia infelice.
Senza il misero piacer
Di veder quel bel che adori
Veggo languir tue foglie,
Perdersi tua beltà,
Povero fiore.
Ed or che a me si toglie
Mirar la bella Irene,
Il suo smarrito bene
Anche ne' danni suoi
Piange il mio core.
M'intendi? Io tutto dissi: ahi qual tormento!
Sai tu, bel fiore amato,
Sai tu, ninfa gentil che in lui t'ascondi,
Perché di tue sventure,
Perché de' mali tuoi tanto mi duole?
Provo quelle in me stesso,
Questi in me stesso io sento: Irene, oh Dio!
Irene ch'è il mio sol, Irene amata
Che a me si strugge, e il di cui moto io sieguo,
Veder non posso, ed il vederla almeno
Era il solo piacer degli occhi miei:
Questo è il solo pensier che somiglianti
Rende gli affanni tuoi a' danni miei,
E rende i miei tormenti a' mali tuoi.
Qual somiglianza, oh Dio!
Tu la luce del sol scorger non puoi;
Irene almen veder ah! non poss'io.
Contemplare almen chi s'ama
È diletto dell'affetto,
Se non è bella mercede
Del desir d'amante cor:
Se non è sfogo alla brama,
È però premio alla fede,
Bel ristoro è dell'amor.