XXVI

By Auteur inconnu

Vaghe donne e cittadini,

deh, udite i contadini.

Benché noi siàn di contado

chiamati siàn villani,

le virtù ci sono a grado.

sendo noi giovan e sani;

e non siàn menni né vani,

ma di trar maestri fini.

Sendo noi qua giù l’altrieri,

no’vedemmo andar cantando

quegli armati balestrieri

che s’andavon millantando,

che van sempre fracassando

porte, sbarre e rivellini.

E dicìen di scaricare

a ognor quattro o se’ volte,

e discorrere e menare

pred’assai legate e sciolte:

le promesse lor son molte,

po’ non vaglion duo lupini.

Del trar bene diritto e spesso

buon maestri tutti siàno

e’ non è buco né fesso

ch’alla prima non vi diàno;

sempre in punto lo tegnàno

come franchi paladini.

Il saeppolo è migliore

che non è la balestrina,

perché fa manco romore,

trae all’erta e alla china,

ogni piccola bambina

a suo posta par che ’l chini.

Quando in villa abbiàn l’ostesse,

perché l’abbin della carne,

no’ ci andiamo a star con esse

col saeppolo a cercarne:

portiàn loro pincioni e starne,

quaglie e tordi e uccellini.

No’ sappiàn trar col bonzone,

con la mira e anco al gitto,

e talvolta nel groppone

più che mezzo l’abbiàn fitto;

quand’egli è sodo e diritto,

sbranere’ diamanti fini.