XXVII
Surge, nunc surge, nec tantum prolixe
manebis contra me senza pietade,
che vedi quanto umìle a i tuoi piè vegno;
non tanto far che Amor si mova a sdegno
verso la tua gentile umanitade,
dove natura ogni suo sforzo misse.
Non sì pietosi versi al greco Ulisse
gli mandò mai Penelope, né tanti
furon di Tisbe i pianti
o di molti altri, quanto sono i miei:
di tant' odio il perché saper vorrei.
Non Troiol sì con lagrime bagnava
il sigil, se mandava
lettere a sua Criseida, i cui sembianti
ambo gli fece amanti,
com'io lavo di pianto i tristi carmi:
dunque, poi che tu puoi, deh, vogli aitarmi!
Tuos humiliter oculos leva;
aspice, e me vedrai con quanto onore,
più ch'io non posso, tua persona essalto.
Perché l'umil tuo cor pur fai di smalto?
Nol concede ragion, nol vuole Amore,
che in te più ch'altra cosa speme aveva,
e così ho e arò; né tanto Sceva
fece giammai per Cesare a Durazzo,
che insanguinò lo spazzo
da tutte parti, né curò morire.
Morte non temerei per te servire,
né cheggio, alma gentil, che una cosa:
sol tua voce pietosa;
questa render mi può ciascun sollazzo,
ché di lagrime guazzo
spesso a i piedi mi fo, e languendo cheggio
morte, ché temo con vita di peggio.
Numquam audisti me quia semper voco
mei miserere a te, con un tal modo
che a pietà crederei muover lo inferno.
Ve' che me stesso per piacerti sperno,
e tu di cappio fai più duro nodo,
poi di favilla m'hai messo in gran foco.
Omè, ve' che per te non trovo loco;
per te vo quasi come forsennato,
e dove m'ha menato
Fortuna, vo senza guardar la via.
Tal volta io stesso non so chi mi sia:
deggio ire a un loco, in un altro mi trovo;
questo ognora m'è novo,
e tal passando m'arà salutato,
che lui ho bestemmiato,
non intendendo altrui, né altri me;
e tu di questo sol cagion ne se'.
Heu michi, dum tempus erit ergo
quod tu dimictas me e ad altro attenda
Fortuna, che pur darmi tanta pena?
E tu, Amor, che puoi, alquanto affrena
questa noverca, ché più non mi offenda,
qual tanto aggrava il mio debile tergo.
Non vale incontro a lei scudo né sbergo,
che via non passi il suo colpo mortale,
col velenoso strale,
qual punse Isifil, Deidamia e Dido;
onde con pianto strido,
perché Amor non fu mai senza Fortuna:
due cose sono, e desse due fann' una,
né de i dolenti servi a lor non cale.
Dunque nulla mi vale
pur pietà domandar, quando non l'hanno,
né più tra me sperar così faranno.
Ideoque fortunam maladico
et maladicam sic ogn'altra cosa,
che s'ode o vede o sente sopra terra.
Maggior ch'io m'abbia, aver non posso guerra,
perché a ciascun la mia vita è noiosa
e morto mi vorria il maggior amico:
pensi ogni gente che vorria il nimico.
Non la metà di sé poté dir Fazio;
quanto il mio è maggior strazio!
Né delle diece patti l'una scrivere
potrei, se sempre vivere
dovessi, essendo a sdegno a chi si move,
contrario al mondo ed all'inferno e a Iove.
Ancor non è Amor di me sì sazio,
ma per più lungo spazio
egli e Fortuna e tu con loro inseme
farete quel di che mia vita teme.
En igitur me curvo postquam dego
sine spe, né farò mai più contesa,
ma lascerò alla rota far suo corso.
Omè, ch'io son da tante parti morso
ch'Ercole né Sanson faria diffesa;
e però Morte chiamo, adoro e prego:
quand'io mi credo scioglier, più mi lego.
Non sì Arrighetto fu mai ne' suoi versi
disperato a dolersi,
quanto esser più debb'io; se più potessi,
non ch'io solo il dicessi,
ma tutto il mondo nol racconterebbe.
Deh, pur increscer di me ti dovrebbe,
se i pensier da ragion non hai riversi;
e, se fusser, pentersi
devrieno, e seguitar quel ch'è ragione,
ché assai ne inganna falsa oppinïone!
— Cum magno fletu, cantilena, vade
quocumque vis, ché più di me non curo,
poi ch'io mi veggio d'ogni grazia privo:
e, così stando, non moro né vivo
nel tenebroso loco buio e oscuro,
ove in me più non veggio chiaritade;
sopra che tutto, va' in quelle contrade
dove tu troverai chi mi soggioga;
quanto più puoi, la roga
che gli occhi verso me pietosi levi;
e così allevierà mie affanni grevi.