XXVII

By Francesco Bolognetti

Già Monsignor, le scole di Bologna

sono a termine tal che poca spesa

per darle compimento più bisogna.

Voi pur foste inventor di tanta impresa,

molto vi debbiam tutti, che la mente

sempre ad opre honorate havete intesa;

l'utile, che da voi prendiam, si sente

più manifesto ogni hor, ma nel futuro

toccarassi con man più che al presente.

Non farà tempo mai, né morte oscuro

tra la Savena e il Rheno il nome vostro,

sì di consiglio in fresca età maturo;

poi quando in maestà di bisso e d'ostro

il Tebro adorno vi vedrà, soggetto

sarete alhor di più lodato inchiostro.

Gli alti consigli alhor nel vostro petto

chiusi staran, de l'esule et oppressa

religion voi speme e voi ricetto.

Nel vostro cor la virtù salda impressa

sempre vedrassi, e quel felice giorno,

cui tanto di veder desio, si appressa.

Ma dove prima incominciai ritorno,

che la nostra città per voi risplende

di leggi e d'edificii d'ogni'ntorno.

Questo palazzo homai di par contende

col Vaticano, aggiunta quella parte

che dal nostro collega il nome prende;

non so chi avanzi o la materia, o l'arte

del mirabil sacello, hoggi ben degno

d'esser descritto e celebrato in carte.

Ma veggio che fermarsi a questo segno

non può quel generoso animo altero

che tien svegliato in voi sempre l'ingegno.

So che volgete ogni hor dentro al pensiero

cose maggiori assai che Rota o Fonte,

e di vederne tosto effetto spero.

Ciascun legger vi può scolpito in fronte

l'interno cor, ma non trovo parole

bastanti a far l'alte vostr'opre conte.

Da lor medesme più chiare che il sole

però fansi, e più sempre si faranno,

ma solo hoggi parlar vuo' de le Scole,

per voi ridotte in termine d'un'anno

sì gran machina, a tal c'homai sicura-

mente al suo fin senza contrasto vanno.

Ma, Signor, l'ampie loggie e l'alte mura

non son del nostro studio i primi honori,

né questa è vostra anchor principal cura.

Ma che da noi condotti sian lettori

vi veggio sovra ogni altra cosa inteso,

de i più rari d'Europa e dei migliori;

nel numero non già, ma sì nel peso,

sta la perfettione, e troppo sono,

come per prova chiaro habbiam compreso.

Quel, che talhor con voi, Signor, ragiono,

per darvi in scritto in man la penna ho tolta

poi che approvate il parer mio per buono.

E voi sapendo haver la mente volta

a riformar lo studio che stia bene,

torno a dir quel ch'io dissi un'altra volta.

Ciò è, che tor la sponga a noi conviene,

e l'abaco tornar bianco e polito,

qual già vi dissi anchor, se vi sovviene.

S'una sol volta il numero fallito

si trova haver nel far conto il mercante,

prende la sponga, o si sputa sul dito.

E noi c'habbiam già tante volte e tante

fatti errori sì grandi, e questi a voi

stan pur la notte e il dì sempre davante.

Bisogna anchor, che l'abaco da noi

sia scancellato e in bianco ben ridutto,

com'era in prima e rinovato poi.

Quei dottori, che fan leggendo frutto,

e che son de lo studio fondamento,

riposti sian col lor stipendio tutto.

E se non basta, a quei diasi augumento

notabile, che il giusto lo richiede,

non riuscendo un buon dottor fra cento.

Poi s'alcun giovenetto anchor si vede

di gran speranza con l'affaticarsi,

soccorrer si devria d'ampia mercede.

Doppio bene si fa col dimostrarsi

a questi liberal, che l'opra e il merto

si premia, e viene a gli altri essempio a darsi.

Ma poscia tanti, che scorgete aperto

a lo studio non far proffitto alcuno,

sendovi il modo novamente offerto,

fate ogni opra possibile, che ogniuno

dal Pontefice officio habbia o governo,

che ogni huom forse a ciò fia meglio opportuno.

Altra strada, Signor, non ci discerno,

che la gabella al fin possa supplire,

e saria forse il grande abuso eterno.

Ma che volete far? Ch'io il vuo' pur dire

di quei pedanti guffi triviali

che ciascun d'essi ha venticinque lire.

Se voi sapeste ben, Signor mio, quali

molti siano di lor, meco direste

che fosser guffi o simili animali.

E così quei, che sol leggon le feste,

che pro fanno a lo studio, da dottore

non havend'altro a pena che le veste?

Questi almen siano esclusi, e fra poc'hore,

non dico giorni, del rotolo tolti,

e si augumenti più tosto il Rettore.

Essi prudenti son, ma noi siam stolti

nel premiargli, che senza fatica

sen van con grassi e rubicondi volti.

Questa è pur, Signor mio, sententia antica,

ch'ogni fatica il premio aspetta, e questo

del riposar non so che mai si dica.

So ben, che voi non giudicate honesto

il dar mercede al sonnolento, al grasso,

col defraudarne il macilente e il desto.

Con voi concorro anch'io, ma dove lasso

quel che accennato alquanto io v' ho disopra,

convien che indietro io mi ritiri un passo.

Io so che vostra Signoria si adopra,

perché i Rettori ogni anno siano fatti,

conoscendo esser questa una sant'opra.

Ma perché pochi si ritrovan matti,

veggiamo indietro ritirarsi ogni hora

molti, che a tale impresa sarian atti.

Dunque giudico ben crescergli anchora

notabilmente la provisione,

perché il Rettor tutto lo Studio honora;

alhor ben poi si trovarian persone,

che non ricusarian carico tale,

ricche di grado e di conditione.

Questo pedante e quel messer cotale

privar più tosto, in ciò poi convertendo

la lor provision, non saria male.

E così dico, perché in voi comprendo

di riformar lo studio alto desio,

né d'offendere alcun d'un giota intendo.

E chiamo prima in testimonio Dio,

poscia voi Monsignor, che ben sapete

qual sia la mente e il desiderio mio.

Conchiudo adunque, che se voi giungete

al superbo edificio una riforma,

d'Europa il più bel Studio qui farete;

da cui prenderan gli altri essempio e norma;

ma perché in questa e in tutte l'altre cose,

col bene il Reggimento si conforma

Dio nel cor di ciascun benigno pose

giusto, e retto pensier, mente perfetta,

sol volta a degne imprese e gloriose;

ciò tutto al Reggimento si rimetta.