XXVII
Già Monsignor, le scole di Bologna
sono a termine tal che poca spesa
per darle compimento più bisogna.
Voi pur foste inventor di tanta impresa,
molto vi debbiam tutti, che la mente
sempre ad opre honorate havete intesa;
l'utile, che da voi prendiam, si sente
più manifesto ogni hor, ma nel futuro
toccarassi con man più che al presente.
Non farà tempo mai, né morte oscuro
tra la Savena e il Rheno il nome vostro,
sì di consiglio in fresca età maturo;
poi quando in maestà di bisso e d'ostro
il Tebro adorno vi vedrà, soggetto
sarete alhor di più lodato inchiostro.
Gli alti consigli alhor nel vostro petto
chiusi staran, de l'esule et oppressa
religion voi speme e voi ricetto.
Nel vostro cor la virtù salda impressa
sempre vedrassi, e quel felice giorno,
cui tanto di veder desio, si appressa.
Ma dove prima incominciai ritorno,
che la nostra città per voi risplende
di leggi e d'edificii d'ogni'ntorno.
Questo palazzo homai di par contende
col Vaticano, aggiunta quella parte
che dal nostro collega il nome prende;
non so chi avanzi o la materia, o l'arte
del mirabil sacello, hoggi ben degno
d'esser descritto e celebrato in carte.
Ma veggio che fermarsi a questo segno
non può quel generoso animo altero
che tien svegliato in voi sempre l'ingegno.
So che volgete ogni hor dentro al pensiero
cose maggiori assai che Rota o Fonte,
e di vederne tosto effetto spero.
Ciascun legger vi può scolpito in fronte
l'interno cor, ma non trovo parole
bastanti a far l'alte vostr'opre conte.
Da lor medesme più chiare che il sole
però fansi, e più sempre si faranno,
ma solo hoggi parlar vuo' de le Scole,
per voi ridotte in termine d'un'anno
sì gran machina, a tal c'homai sicura-
mente al suo fin senza contrasto vanno.
Ma, Signor, l'ampie loggie e l'alte mura
non son del nostro studio i primi honori,
né questa è vostra anchor principal cura.
Ma che da noi condotti sian lettori
vi veggio sovra ogni altra cosa inteso,
de i più rari d'Europa e dei migliori;
nel numero non già, ma sì nel peso,
sta la perfettione, e troppo sono,
come per prova chiaro habbiam compreso.
Quel, che talhor con voi, Signor, ragiono,
per darvi in scritto in man la penna ho tolta
poi che approvate il parer mio per buono.
E voi sapendo haver la mente volta
a riformar lo studio che stia bene,
torno a dir quel ch'io dissi un'altra volta.
Ciò è, che tor la sponga a noi conviene,
e l'abaco tornar bianco e polito,
qual già vi dissi anchor, se vi sovviene.
S'una sol volta il numero fallito
si trova haver nel far conto il mercante,
prende la sponga, o si sputa sul dito.
E noi c'habbiam già tante volte e tante
fatti errori sì grandi, e questi a voi
stan pur la notte e il dì sempre davante.
Bisogna anchor, che l'abaco da noi
sia scancellato e in bianco ben ridutto,
com'era in prima e rinovato poi.
Quei dottori, che fan leggendo frutto,
e che son de lo studio fondamento,
riposti sian col lor stipendio tutto.
E se non basta, a quei diasi augumento
notabile, che il giusto lo richiede,
non riuscendo un buon dottor fra cento.
Poi s'alcun giovenetto anchor si vede
di gran speranza con l'affaticarsi,
soccorrer si devria d'ampia mercede.
Doppio bene si fa col dimostrarsi
a questi liberal, che l'opra e il merto
si premia, e viene a gli altri essempio a darsi.
Ma poscia tanti, che scorgete aperto
a lo studio non far proffitto alcuno,
sendovi il modo novamente offerto,
fate ogni opra possibile, che ogniuno
dal Pontefice officio habbia o governo,
che ogni huom forse a ciò fia meglio opportuno.
Altra strada, Signor, non ci discerno,
che la gabella al fin possa supplire,
e saria forse il grande abuso eterno.
Ma che volete far? Ch'io il vuo' pur dire
di quei pedanti guffi triviali
che ciascun d'essi ha venticinque lire.
Se voi sapeste ben, Signor mio, quali
molti siano di lor, meco direste
che fosser guffi o simili animali.
E così quei, che sol leggon le feste,
che pro fanno a lo studio, da dottore
non havend'altro a pena che le veste?
Questi almen siano esclusi, e fra poc'hore,
non dico giorni, del rotolo tolti,
e si augumenti più tosto il Rettore.
Essi prudenti son, ma noi siam stolti
nel premiargli, che senza fatica
sen van con grassi e rubicondi volti.
Questa è pur, Signor mio, sententia antica,
ch'ogni fatica il premio aspetta, e questo
del riposar non so che mai si dica.
So ben, che voi non giudicate honesto
il dar mercede al sonnolento, al grasso,
col defraudarne il macilente e il desto.
Con voi concorro anch'io, ma dove lasso
quel che accennato alquanto io v' ho disopra,
convien che indietro io mi ritiri un passo.
Io so che vostra Signoria si adopra,
perché i Rettori ogni anno siano fatti,
conoscendo esser questa una sant'opra.
Ma perché pochi si ritrovan matti,
veggiamo indietro ritirarsi ogni hora
molti, che a tale impresa sarian atti.
Dunque giudico ben crescergli anchora
notabilmente la provisione,
perché il Rettor tutto lo Studio honora;
alhor ben poi si trovarian persone,
che non ricusarian carico tale,
ricche di grado e di conditione.
Questo pedante e quel messer cotale
privar più tosto, in ciò poi convertendo
la lor provision, non saria male.
E così dico, perché in voi comprendo
di riformar lo studio alto desio,
né d'offendere alcun d'un giota intendo.
E chiamo prima in testimonio Dio,
poscia voi Monsignor, che ben sapete
qual sia la mente e il desiderio mio.
Conchiudo adunque, che se voi giungete
al superbo edificio una riforma,
d'Europa il più bel Studio qui farete;
da cui prenderan gli altri essempio e norma;
ma perché in questa e in tutte l'altre cose,
col bene il Reggimento si conforma
Dio nel cor di ciascun benigno pose
giusto, e retto pensier, mente perfetta,
sol volta a degne imprese e gloriose;
ciò tutto al Reggimento si rimetta.