XXVII

By Giovanni Alfonso Mantegna

Non perché Febo apra le porte al giorno,

né perch'al dipartir lasci la notte,

cesso, co' pianti, ohimè, che da questi occhi

nascon, stemprar la mia dogliosa vita

per luochi incolti e solitari boschi,

poscia che vuol così l'empia mia sorte.

Perché mi désti, o ciel, sì fiera sorte

che mai venga per me candido giorno,

ma, fatto abitador d'oscuri boschi,

sol torni al danno mio, pallida notte?

Perché, donna, ahi lasso, anzi mia vita

scorger non è concesso ai dolenti occhi?

Chi mi vieta il seren de' duo begli occhi?

i zaffiri e le perle, o fiera sorte?

Chi 'l vero ben de la mia stanca vita

mi toglie, il sol che fea soave giorno

e sparir l'ombra a l'offuscata notte,

vaghi e ameni i pi` selvaggi boschi?

Non pensava, infelice, per li boschi

far verdi i faggi con l'umor de li occhi;

né pensava ad ognor de l'aspra notte

biasmar l'ingrata, inessorabil sorte;

né pensava io dal chiaro, amato giorno

lungi menar la mia sì trista vita.

Or, per lasciar questa mia frale vita,

vo cercando i pi` folti, alpestri boschi,

ove condor non vuol mai Febo il giorno,

e appagar con l'onde di questi occhi

la spietata, crudel, e orribil sorte

che mi fa inanzi tempo veder notte.

Ma se colei – che può l'oscura notte

render tranquilla e mia deserta vita

condor in pi` gioiosa e dolce sorte,

e può ritrarmi dagli ombrosi boschi –

gioir potranno mai questi afflitti occhi,

lieto sarà pi` ch'altro mai quel giorno.

Ma passa il giorno e passa anche la notte,

né pur si mostra agli occhi miei la vita

che da' boschi mi tragga a miglior sorte.