XXVIII – Alamanni
O famoso guerrier, di Giove figlio,
Il cui divino onor dispiacque tanto
A la fera Giunon, ch'a morte acerba
Semele indusse allor con nuovi inganni,
Che de l'incarco tuo gravida andava;
Ben si conobbe il dì come devea
Il mondo empir di se l'altero nome;
Quando il gran padre tuo, di lampi e tuoni
E di fulgor vestito e nubi cinto,
Non potendo fallir le sue promesse,
Lagrimando di duol tua madre ancise,
Che non maturo il parto uscisse fuore
Del fulminato ventre. E 'l buon parente
In se stesso ti pose, e tenne tanto,
Che già il decimo mese aggiunse al fine.
Così due volte nato, a la sorella
Ti pose in man de l'infelice madre:
Poi le Ninfe di Nissa ascosamente
Nutrici avesti nel sacro speco.
Ivi crescendo poi d'anni e d'onore,
Gl'Ircan, gli Arabi, i Persi, i Battri e gl'Indi
Sentir quel che potea quell'alto germe
Che ci venne da Giove, e nacque in Tebe.
Ma i superbi trionfi, i regni e l'oro,
Tanto onor, tanta gloria e tante lodi
Ch'indi traesti allor, furon mortali:
Ma l'eterna memoria, il divin nome,
L'esser chiamato dio, gl'incensi, i voti,
Il tirso, i sacrifici, il becco anciso,
I satiri, i Silen ti sono intorno
Perché mostrasti a noi quel sacro frutto,
Quel sacro frutto che ciascuno avanza,
Quanto il poter divin terrena cosa.
Se tu fussi tra lor venuto allora
Quando furo a quistion Nettuno e Palla,
Non mi contrasti alcun che dal tuo solo
La dottissima Atene il nome avrebbe.
Chi potrebbe agguagliar con mille voci
L'infinita virtù ch'apporta seco
Il soave arbor tuo? che di lui privo,
Quasi vedovo e sol saria ciascuno?
La natura de l'uom più saldo e vero
Non ha sostegno alcun; se questa prenda
Con misura e ragion, tra 'l molto e 'l poco.
Quando più gira il ciel ventoso e fosco;
Ch'Apollo è in bando, e le fontane e i fiumi
Son legati dal giel, e i monti intorno
Mostran canuto il pel, uccello e fera
Non si vede apparir, ché stanno ascosi;
Chi fa il buon viator sicuro e lieto
L'alte nevi stampar, calcar i ghiacci,
Se non questo liquor? chi ardente e vivo,
Di più d'un lustro antico, e non offeso
Da l'onde d'Acheloo, nel più gran verno
Può in mezzo l'Appennin portar aprile?
Poi, quando a noi la rondinella riede,
Che vigor, che dolcezza a i corpi e a l'alme
Dona il soave vin, ch'a le chiare onde
Del rivo cristallin sia fatto sposo!
Non ci porta ei ne i cor Ciprigna e Flora?
Poi, che Febo, montando, al punto arriva
Onde le piagge e i colli in fiamma e 'n foco
Torna coi raggi suoi; ch'a pena ardisce
Trar la testa di fuor pur il lacerto;
Che dolce compagnia, che bel ristoro
Si ritrova egli in quel leggiadro e chiaro,
Senza fumo e calor, che il fresco e l'acqua
Fa di noi penetrar là dove questa
Gir non può sola, o più sudore apporta!
Indi, che 'l tempo vien ch'ogni arbor mostra
Spiegate al ciel le vaghe sue ricchezze
Nel tardo autunno; che quel ramo appare
Carco d'oro più fin, quell'altro d'ostro;
Che dir si può di lui, che solo ha forza
D'ammorzar il venen che i pomi han seco?
Già le membra e 'l poter del seme umano,
Per ciascuna stagion, per ogni etade,
Non pur nutre, sostien, conforta, accresce;
Ma l'ingegno, il discorso, e l'altre parti
Che de l'animo son, risveglia, e rende,
Se moderato vien, più acute e pronte.
Questo spoglia il timor, riveste ardire,
Porta in alto i pensier, pigrizia scaccia;
Né gli può cosa vil restare in seno.
Questo ci mostra pian talor il monte
Di Pierio, di Pimpla e d'Elicona;
E ci conduce ove le Muse e Febo
Ci fan dir cose a maraviglia altere.
Chiara tromba sovrana, il cui gran suono
Di così raro onor il mondo ingombra,
Che mille altre cittadi, e Smirna e Rodo,
Sol per gloria acquistar, ti chiaman figlio;
Tu 'l puoi saper; che lui compagno avesti
Per far l'onde sigee sanguigne e 'l Xanto,
E far troppo aspettar la casta sposa.
Or non sa il mondo omai, non è palese,
Che questa è la cagion che l'edra antica,
Perch'al padre Leneo le tempie cinge,
Al santo poetar ghirlanda sia?