XXX. AD AMORE.

By Vincenzo Monti

Lasciami in pace, Amor. Per lo sentiero

Del ciel tutto non anco

Due volte rinnovò la luna il corno,

Da che dopo il servir d'un lustro intero

Lo spirto infermo e stanco

Fece alla prima libertà ritorno.

De' miei sospiri ancor tepide intorno

Van l'aure, e i piè profondamente impresso

Serbano il solco della tua catena.

Di mia sofferta pena

Fanno ancor fede il rio l'antro il cipresso,

Ove il nome sì spesso

Di lei segnava, che sul fiume u' giacque

L'arso Fetonte a morte mi spingea,

Se del Tevere all'acque

A sottrarmi dall'empia io non correa.

Ahi che la calma del mio cor fu breve!

Si dileguò dal petto,

Come lampo di luce disiata

Che la selva trascorre incerto e lieve,

E il pellegrin soletto

Si duol del raggio passeggiero, e guata.

Perfido Amor, tu all'alma affaticata

Nuovi stenti prepari e nuovi affanni;

E mentre Bacco dai domati Eoi

A seppellir tra noi

Torna del verno fuggitivo i danni,

Tu fai vento coi vanni

Alle fiamme sopite; e una donzella

Di sembianze m'additi alme e celesti,

Che dall'Arno la bella

Sponda latina a innamorar traesti.

Su la neve del collo intatta e viva

Sparsa ell'avea la bruna

Sua chioma, e il capo avvolto in crespi veli.

Dalle vesti il bel seno un poco usciva,

Come candor di luna

Che dalle nubi tremula trapeli.

Dal più puro dei cieli

Io la credea discesa, chè mortale

Già non sembrava; e ponea l'occhio attento

Agli omeri d'argento

A risguardar se vi spuntavan l'ale.

Sua bocca liberale

Di sorrisi era sì gentili e bei,

Di sì soavi angeliche parole,

Che avría per l'aria i rei

Nembi dispersi e in ciel fermato il sole.

Un freddo un foco allor mi corse al core,

Che il piede instupidito

Mi tremò sotto, e il volto scolorossi.

Tentai tre volte palesar l'ardore,

E tre volte smarrito

L'accento ch'era per uscir fermossi.

Ma da secreta intelligenza mossi

Parlaron gli occhi, e con sguardo languente

Emendando il tacer del labbro avaro

L'interno disvelaro

Alla nemica mia stato dolente.

Ella il vide; e repente

Partì, quasi sdegnando la crudele

D'un mortale i sospiri; e certo è degna

Più che Leda e Semèle

Che Giove istesso amante ne divegna.

Partissi; e al corto arnese al portamento

Alle forme imitando

Del primo ciel la cacciatrice diva

Che lascia in dietro men veloce il vento

Cervi e damme stancando

Del volubil Eurota in su la riva,

Fra la baccante gioventù festiva

Della bella progenie di Quirino

Sovra cocchio dorato ella comparve

Girò le luci, e parve

Un paradiso aprir quando vicino

Trasse il volto divino.

Arser l'aure d'intorno, e d'amor tocchi

Volaro a lei da cento palchi i cuori,

Chè scritto era in quegli occhi

— Io son cosa celeste; ognun m'adori. —

Stuol frattanto d'illustri lusinghiere

Alme figlie di Tebro

Per la contrada sopraggiunge e passa,

Tutte legan di bende forastiere

Il crin prolisso e crebro.

E qual greca ti sembra e qual circassa.

La bionda capigliera in giù si lassa

Negligente cader su i bianchi petti,

Bianchi qual fresca neve che in solinga

Rupe il vento sospinga

Quando il gelo imprigiona i ruscelletti.

Volano i zefiretti

A lambir quelle chiome e que' bei volti,

E innamorati li vorrian rapire:

Ma non hanno gli stolti

Del robusto aquilon l'ali e l'ardire.

Pur vista sì leggiadra ed improvvisa

Non d'intero diletto

Potea far dono all'anima meschina;

Ch'essa tutta d'amor vinta e conquisa

In traccia d'altro oggetto

Correa già dal suo corpo pellegrina.

Indarno grida la ragion reina,

E la richiama da sentier sì torto;

Chè la voce alla misera non giunge

Corsa già troppo lunge.

Indarno questa cetra al fianco io porto,

Dolce un tempo conforto

Nei travagli d'amor; chè la possanza

Langue del suono, onde nel cor mi venne

Dolce un tempo speranza

D'alzarmi all'etra su gagliarde penne.

N'è tua la colpa, Amor. Tu in me lentato

Hai l'apollineo spirto,

E la forza ch'io bebbi ai fonti ascrei.

Forse, o crudo, al tuo carro incatenato,

L'allor cangiando in mirto,

Solo i tuoi canterò dardi e trofei?

Non fia: l'aura che vien dalli tarpei

Maestosi dirupi un suon robusto

Mi chiede e degno di romana orecchia,

Or che torna la vecchia

Felice età del fortunato Augusto,

Mercè di lui che al giusto

Forte braccio del provvido Fernando

Commise il fren della difficil Roma,

Perchè nato al comando

E sa porle le mani entro la chioma.

Ve' come per lui tutta ella s'allegra;

E al venerato impero

Piega la fronte al mondo sì temuta;

E nella gloria d'ubbidir rintegra

Il dolce onor primiero

Della vantata libertà perduta.

Ve' come esclama e padre lo saluta

Dovunque passa: ed egli le sorride,

Qual sorride il gran Giove in lieto volto

De' numi al popol folto

Che beato d'intorno a lui s'asside.

L'atro allor non gli stride

Fulmine in pugno, ma gli giace al piede

Dimenticato e freddo; onde secura

La terra esulta, e vede

Di fior vestirsi il colle e la pianura.

Canzon, dal tuo cammin lungi tu vai.

Del magnanimo eroe cui Roma applaude

Dir tutta non potrai

La meritata laude,

Se Amor che l'estro intorbida e confonde

Non mi sgombra la cetra in cui s'asconde.