XXX. - Io non son Diana cruda
I' ti ringrazio mille volte, Amore,
po' che m'ha' dato un sì gentil signore.
E s'i' fui mai, Amor, cruda o acerba
contra di te, vogli' essere umile,
e priego quel signor che 'l mie cor serba,
come ne' suoi sembianti egli è gentile,
così vogli' esser nell'amor virile,
amando me, che son sua servidore.
Riscalda, Amor, nel generoso petto
il cor del mie signor, che sol d'un fuoco
arda col mio d'un voler costretto
perseverando in questo dolce gioco.
Omè ch' i' ardo, e più non trovo loco,
e felice mi chiamo a tutte l'ore:
Ormai non sia nessun che pensi o creda
ch' i' fussi d'altr'amor legata o presa.
Già fu chi si pensò d'avermi in preda.
credendo offender me, fu sua l'offesa;
e vivo lieta di tal fiamma accesa,
e bramo di piacere al mio signore.
Nell'età pura fui ammaestrata
ch' i dovessi esser cruda degli amanti;
fino presente i' ho bene osservata
la legge data dagli antichi canti;
ma ' nostri cor non son però diamanti:
resister più non posso a tanto ardore.
I' non ho il cor di porfido o diamante
non son Diana cruda o Calvanea:
s'i' sono innamorata èccene tante,
e leggesi di Tisbe e di Medea.
L'essere ingrata è cosa troppo rea:
amar si dee chi ama con onore.
Ma la perfida invidia e' ma' parlanti
non mi lascian vedere il mie disio,
sì come veggon l'altre e lor amanti;
ma egli è tanto grazioso e pio
che non farebbe contro al voler mio
né altro amore alberga nel suo core.
O canzonetta mia, non prender posa:
da' mie' sospiri ed amorosi canti
or ti diparti e sie tutta graziosa;
e genuflessa al mio signor davanti
mi raccomanda, e di' che gli altri amanti
al tutto son privati del mio amore.