XXX

By Francesco Beccuti

Tosto che sente esser vicino il fine

candido cigno a l'ore sue dolenti,

empie l'aria di canto e le vicine

rive fa risonar di nuovi accenti:

tal è il mio canto, poi che le meschine

membra dan luogo ai lunghi miei tormenti

e le nate di duol rime, ch'io canto,

son de la morte mia l'esequie e 'l pianto.

Se pure ardisse il corpo co' l'interno

dolor c'ha in sé, piangendo, accompagnarsi,

gli converria, per piangere in eterno

come Aretusa in fonte liquefarsi;

ma, perché 'l poco umor, se ben discerno,

non può dal grand'ardor non asciugarsi,

fia più leggier che muti il duolo atroce

come Eco, il corpo in sasso e l'alma in voce.

Ove si vede, ove s'intende o legge

a l'immensa mia doglia doglia pare?

qual usanza, qual uom, qual dio, qual legge

permette altrui perir per bene amare?

qual buon giudicio in due contrari elegge

chi dee lasciar, lascia chi dee pigliare?

Benché in donna non è gran meraviglia,

ch'a la parte peggior sempre s'appiglia

E, se ben per l'addietro ogni pensiero

posi in quella bellezza, in quel valore

che finti fùr, fin che vedere il vero

non mi lasciò l'aspra passion d'amore,

or l'error veggio ed emendarlo spero,

che son del cieco laberinto fuore

ed a me stesso a disamare insegno

col cor privo d'amor, colmo di sdegno.

Non crediate però che 'l dolor mio

e 'l pianto sia perché lasciato m'abbia;

anzi mi doglio e piango il tempo ch'io

fui servo altrui ne l'amorosa gabbia:

già fu grande l'amor, grande 'l desio,

or è maggior lo sdegno e più la rabbia;

già ne cantai ed or perdere mi duole

in soggetto sì vil queste parole.

Ma quel di che m'affliggo e mi tormento

è che mi dà la fede e vuol ch'io creda,

giurando ella che m'ama, e in un momento

la veggio darsi a un insensato in preda:

quanto possa la fede e 'l giuramento

di donna quindi ogni uomo estimi e veda:

che farà in regni, in oro, in gemme, in ostro,

se così usa ella in acquistarsi un mostro?

Quanto odiasse Natura il vostro sesso

in molti effetti e molti mostrar volse

ma più ch'in tutti gli altri 'l fece espresso,

quando i vizi, del ciel banditi, accolse

e ne fe' un corpo al suo simìle e, messo

che gli ebbe il tòsco in sen, ch'a l'aspe tolse,

lo tuffò in Stige, indi di fuoco armollo

e a la rovina nostra consacrollo.

Quindi vennero gli odi e le contese,

l'ire e l'insidie a disturbar la terra

e la malnata gelosia ch'accese

il foco in Asia e spinse Europa in guerra;

quindi 'l serpente rio quel laccio tese

che l'aperta del ciel porta ci serra;

quindi la povertade e tutti i mali

ch'empiono ognor l'inferno de' mortali.

Volgi l'istorie insin da' miglior tempi,

quand'era più novello e fresco il mondo,

piene le carte troverai d'esempi

nefandi e rei di questo sesso immondo

non di lussuria pur, ma di quant'empi

vizi si serran nel tartareo fondo;

perché il demonio rio le guida e regge,

non rispetto d'onor, non dio, non legge.

Che non fan queste scellerate, quando

quella furia sfrenata le raggira?

Senza mirar s'è lecito o nefando,

fan ciò ch'accennan la lussuria e l'ira:

la reina di Creti, un toro amando

(ve' scellerato amor a che la tira!)

mugge nel cavo legno e fa far l'opra

dove 'l mostro real Dedalo cuopra.

Poi che 'l padre tradì, scannò il germano

per un che pur allor veduto avea

e pei campi lo sparse a brano a brano

per più sicura andarsene Medea.

Arse Creusa e, se 'l disegno vano

l'antiveduta spada non facea,

periva Teseo; alfin, da rabbia oppressa,

uccise prima i figli e poi se stessa.

Con altissima astuzia ebbe dal padre

l'incesta Mirra il disiato fine;

Scilla la patria a le nimiche squadre

die', svelto al padre co' la vita il crine;

chi fe' a Babel le mura alte e leggiadre

spregiò le leggi umane e le divine

e, seguendo il furor bestiale e fiero,

si congiunse col figlio e col destriero.

Un'altra il buon giudizio e 'l patrio regno

toglie e la libertate al re Siface,

e fa che mandi a remi e vele un legno

fin in Sicilia a disturbar la pace;

poi vedi gir quasi al medesmo segno

un altro re che la medesma face

quasi a simil ruina ardente spinse,

ma il gran volere altrui quel fuoco estinse.

Vedi 'l domator d'Asia come cade

morto per man de l'empia Clitennestra,

e cinquanta sorelle c'han le spade

tutte sanguigne in man fuor ch'Ipermestra;

né trovò in sì gran numero pietade

albergo, ma timor tenne una destra,

dal qual tanti fratelli uccisi fôro

la notte infausta de le nozze loro.

Ve' come i sensi a quello ch'in due parti

divise il mondo Cleopatra invola,

come il terzo de' suoi lascia tra' Parti

ucciso, mentre a rivederla vola;

oblia se stesso, l'alma patria e l'arti

ch'imparò già di Cesare a la scola;

onde, alfin vinto, in sen d'una bagascia

l'onor, la vita e 'l grande imperio lascia.

Vedi Annibal, che in tutte l'altre imprese

non pur mostrossi intrepido ed invitto,

ma aperse l'alpi altere, ove contese

co' la Natura e fêlle alto despitto;

una femmina poi in Puglia il prese

e 'l fe' di vincitor prigione e vitto,

e si può dir che fosse Capua a lui

quel che fu Canne agli avversari sui.

Vedi Sanson robusto, che gli Ebrei

non pur difende da l'ostil procella,

ma un grosso stuol d'armati Filistei

rompe col fulminar d'una mascella;

vedi poi come i tradimenti rei

d'una vile e sfacciata femminella

menan un uom sì glorioso e forte

prigione e cieco a volontaria morte.

Se Bibli usa, scrivendo, ogni argomento

che 'l casto frate a le sue voglie muova,

se per un lavorio d'oro e d'argento

l'ascoso re l'avara moglie trova,

acciò che muoia a Tebe, e s'altre cento

e ne l'età più vecchia e ne la nuova

fan questi eccessi ed altri che non dico,

a che più di narrarne m'affatico?

Altri ammirâr le donne che in ogni arte

sono eccellenti ov'hanno posto cura:

sì come ne' perigli altre di Marte,

altre in ricami d'òr, altre in pittura,

altre in musica ed altre hanno le carte

scritte sì ben, ch'eterno il nome dura.

Cedo, ma mostrinmi una ch'al suo amante

aver servato mai la fé si vante.

E come mentre al mal l'animo applica,

usa fortezza, diligenza e senno,

così a l'onesta ed utile fatica

timida trema e di morir fa cenno:

e quanto sia del nostro sesso amica

sanlo i Sciti, sal l'isola di Lenno;

né gloria sopra quella gloria crede

d'uccider l'uomo e rompergli la fede.

Servar la fede e star contente a un solo,

atto stiman che sia d'animo vile;

or prender questo or quello e sempre un stuolo

d'amanti aver e del sesso virile

spoglie arrecar e trar lacrime e duolo

stiman di loro degno atto e gentile;

e qualunque di lor ne tratta peggio

è tenuta più bella e di più pregio.

E chi n'è in dubbio e chi 'l contrario sente

e chi in scritto e chi a bocca in ciel le pone,

dite pur che non è di sana mente

e c'ha i sensi offuscati da passione

e che se n'avvedrà quando fien spente

le fiamme ond'arde, e, poi ch'a la ragione

avrà reso il suo seggio la pazzia,

concorrerà ne la sentenza mia.

E s'io potessi con parole il viso

farvi, i costumi e le maniere espresse

di quel ch'in luogo mio per suo Narciso

l'ingrata donna, che fu mia, s'elesse,

non so se più la maraviglia o 'l riso

o la pietà ne' vostri cuor potesse;

anzi so che n'avreste ira e cordoglio,

che di tant'util perdita mi doglio.

Me stesso ricovrai, perdendo quella,

quella eterna nimica d'onestate,

tromba d'alte bugie, di frodi ancella,

esempio de l'infide e de l'ingrate,

di virtù più nimica e più rubella

di fé di quante al mondo ne son state

vagabonda, superba, arpia rapace,

lusinghiera, sfacciata, incesta, audace.

E se non che pur temo far me stesso

degno di biasmo, mentre biasmo altrui,

direi sua vita infame e chi fu spesso

cortese e largo nei bisogni sui,

la vil turba d'amanti ch'ella ha appresso,

la patria, il nome d'essa e di colui

che, col favor di chi dovea vietarlo,

fe' il grand'oltraggio a chi non dovea farlo.

Non tanto al rio fanciul che cieco strinse

nei danni miei gli strali e le facelle

e privo di giudizio mi sospinse

a reputarla fra le cose belle,

né a chi di sì vil nodo il cor m'avvinse,

quant'odio porto al ciel, quanto a le stelle,

quanto a la sorte mia, poi che le piacque

farmi nascer dal sesso ond'ella nacque.

Per non farle veder s'io posso e voglio

in vitupero suo, fin pongo omai;

ripongo il calamar, la penna, il foglio

lontan da me per non darle più guai:

e tempo verrà poi che 'l gran cordoglio

sopra di lei scender veder potrai;

e Dio permetterà che sia punita

la puzzolente sua nefanda vita.