XXX

By Francesco Bolognetti

Più volte in dubbio son tra me rimaso,

se de la terra Iddio si prenda cura,

o se pur quella si governi a caso.

Con ordine sì bel, con tal misura

veggio al venir, veggio al partirsi il sole

far chiaro il dì, lasciar la notte oscura.

E veggio come varia il lume invole

Cinthia al fratel, che sol per se risplende,

tornando sempre al termine che suole.

E veggio come più leggiero ascende

sopra gli altri elementi il foco acceso,

e come appresso a quel l'aria si stende.

Veggio librate dal lor proprio peso

l'acqua e la terra, ch'un sol globo fanno,

starsi nel centro egual per tutto appeso.

E veggio a i tempi suoi la terra ogni anno

varii frutti produr secondo il seme,

che a tutti l'esca e il nutrimento danno.

Di tante cose ogniuna e tutte insieme

creder mi fan che il tutto sia per opra

di Dio, nostro refugio e nostra speme,

che immobil stando in se medesmo, sopra

gli elementi e le sphere onnipotente,

la providentia Sua mai sempre adopra.

Ma poi nuovo pensier dentro la mente

spesso m'ha desto e m'ha gran dubbio infuso,

visto a torto perir qualche innocente

e per contrario un'altro che sempr'uso

sia stato a gli homicidii, a le rapine,

regnar felice e prospero qua giuso.

Pensar questo mi fa, che non s'inchine

a risguardar sì basso il Padre eterno,

né c'habbian parte in noi l'opre divine,

e che di tutto questo mondo inferno

la sorte sola, o sia fortuna, o sia

fato, o stella, o destino habbia governo.

Ma finalmente pur la prigionia

del thesorier Minal trasse d'errore

e di confusion la mente mia.

Già chiaro son, che Dio sommo fattore

spesso inalza un malvagio, acciò che poi

sia la percossa nel cader maggiore.

Oh quanto son gli alti misterii suoi

nascosti, oh quanto l'opre sue perfette,

se ben capir non le possiamo noi!

Che scorra un picciol mal talhor permette,

acciò che poi da quel nasca un gran bene,

spesso tra il dolce anchor l'amaro mette,

perché il nostro desir vano s'affrene,

e per farci veder, che la speranza

nel mondo collocar non ci conviene.

Questa sol per tre giorni è nostra stanza,

quell'altra eterna, ov'ei ci chiama ogni hora,

ma di non l'ascoltar passa in usanza.

Lascia Dio scorrer cosa anco talhora,

ch'esser pare a noi mal, perché la gloria

sua manifesta più si mostri anchora.

E s'io potessi de la sacra historia

dire ogni giusto, che sia stato afflitto

da Dio, per dargli di Sathan vittoria,

farei veder, che gli fermò sul dritto

sentier con freno tal, ma troppo angusto

termine al mio parlar trovo prescritto.

Basta che spesso in questo mondo il giusto

giacer meschin si vede, et anchor spesso

essaltato qua giù l'empio e l'ingiusto.

Ma l'ignorantia mia chiara confesso,

sendo cose per noi troppo profonde,

perché l'un venghi alzato e l'altro oppresso.

Con gran misterio questo Iddio ci asconde,

ma tegniam pur per chiara cosa e nota,

che senza il voler suo non cade fronde.

D'un certo divin lume essendo nota

la cieca mente nostra, per essempio

del Figulo bastar ne die' la rota.

Ma ritorniamo a ragionar de l'empio

Minal, che nacque sol per gli altrui danni

d'ogni vitio più raro asilo e tempio.

Costui, levato essendo ad alti scanni

da chi di Pietro alhor reggea la nave,

cagione a molti fu d'estremi affanni.

Perché volendo Iddio l'inique e prave

opre sue castigar, sì come ho detto,

la percossa al cader fosse più grave.

O sempre giusto, o santo, o benedetto

Rettor del Ciel, Te sol mirando adoro

quanto più posso con devoto affetto.

E tu, cui dopo quel supplice honoro,

vicario suo, che le terrene some

sostieni, e ch'apri e chiudi il sommo choro,

per quella gran pietà natia, che il nome

ti diede alhor, che del maggior diadema

cinto apparisti l'honorate chiome.

Te supplico, o Signor, per quella estrema

bontà, che fu a quei padri acuti sproni

d'alzarti a la potentia più suprema,

che a i tuoi ministri avari non perdoni,

mostrando al mondo chiaro e manifesto,

che a i rei castigo e dai mercede a i buoni.

Così gran Padre, e mio Signor, con questo

modo, ad un tempo istesso havrà suo loco

il giusto e misto anchor fia con l'honesto.

E con quella humiltà, Signor, t'invoco,

che si conviene al basso stato mio,

prostrato a i piedi tuoi, vile, e di poco

o nessun grido, e tu terreno Iddio.