XXXII. SOPRA I DOLORI DI MARIA VERGINE.

By Vincenzo Monti

Non è questo il Calvario? e non son queste

Le ferali di morte ombre angosciose?

Io sento l'aure taciturne e meste

Gemer tra i cedri e tra le querce annose,

E fin dai fondamenti ultimi e cupi

Commosse introno traballar le rupi.

Oh flebil monte! oh flebili tenèbre!

Qual gelido spavento il cor m'agghiaccia?

Veggo di nube pallida e funèbre

Il sol coprirsi per terror la faccia,

Di mirar ricusando il tuo delitto,

Empia Sionne, e il suo Fattor trafitto.

Egli alfine spirò. Lagrime, uscite

In larga vena ad innondarmi i rai:

E voi balze petrose, ah, non mi dite

Come spirò; ch'io già l'intesi assai:

E tu per poco, o ciel, lascia ch'io veggia

Fra quali oggetti il mesto sguardo ondeggia.

Chi è colei che al duro tronco appresso,

Atteggiata di doglie e smorta in viso,

Immobil stassi al par del tronco istesso,

Con gli occhi volti all'innocente ucciso?

L'ambascia acerba che sul cor trabocca

Ogni accento le tronca in su la bocca.

Al sembiante divin, su cui repente

Si distese un cor pallido e fosco,

Se il giorno incerto al guardo mio non mente,

Misera genitrice, io ti conosco.

Ah, qual ti trovo? Tu non sei più quella

Ch'eri poc'anzi, sì leggiadra e bella.

Dov'è la faccia rilucente e schietta

Qual roseo volto di nascente aurora?

Bianca come la luna, e al pari eletta

Del sol che i colli e le campagne indora?

Sparì, qual raggio nell'orror di notte

Che guizza fra le cieche ombre interrotte.

Così dunque tu sei la fortunata,

La benedetta fra l'ebree donzelle?

Così ten vai di glorie incoronata

Del ciel regina a passeggiar le stelle?

Già dileguossi la tua gioia: e solo

Sei fatta albergo d'amarezza e duolo.

— Verrà la punta d'un acuto acciaro,

Simeon disse, a trapassarti il core:

E tu sarai di lungo pianto amaro

Dotata un giorno e di crudel dolore. —

Ahi, che il presagio per tuo rio tormento

Fu pieno d'un funesto adempimento!

Lidi arenosi dell'estrema Egitto,

Voi la vedeste oppressa di paura

Fuggir col figlio e collo spirto afflitto

In fra il silenzio della notte oscura:

D'ogni fronda il tremar, d'ogni aura il fischio

Moltiplicava alla sua tema il rischio.

Si rallegrò la paretonia riva,

Esultarono i colli, e fuor del fiume

Dall'ignote spelonche il Nilo usciva

Per riverenza all'appressar del nume:

Tacquer d'Iside i sistri e la cortina

Su la novella deità vicina.

Tu intanto, richiamando al tuo pensiero

L'ira d'un re spietato e i tradimenti

Onde sparser di sangue ampio sentiero

Di Betelemme i pargoli innocenti,

Scossa dal tristo immaginato oggetto

Stringervi il figlio inorridita al petto.

Ma che giovò d'un truce empio tiranno

Scampar l'ingordo insidioso artiglio,

E col prezzo crudel di tanto affanno

Fuggitiva salvarti il caro figlio;

S'egli vittima al fin cadèr dovea

Della rabbiosa crudeltà giudea?

Miralo tutto sanguinoso e pesto,

Scarnato i fianchi, illividito e nero.

Ahi, che il grande spettacolo funesto

Fa ribrezzo e paura anche al pensiero!

Questo, o madre, è il tuo figlio? è questo il viso

Già delizia ed amor del paradiso?

Qual avido leon che un agnelletto

Ancide, e lorda le grand'ugne e i denti,

Così l'ebreo perverso e maledetto

Su queste incrudelì membra innocenti.

Povero redentor, povero core,

Quanto ti costa un infinito amore!

Mesta in mirarti la Pietà superna

La mano agli occhi per l'orror si mette:

Sola resiste la Giustizia eterna

Che rovescia su te le sue vendette:

Ma questa è l'ostia che l'ingrata e rea

Umanitade al suo fallir chiedea.

Ecco il serpe di vita; ecco quel sasso

Che Dio spiccò dalla pendice aprica

De' monti eterni, e rotolando abbasso

L'idolo infranse della colpa antica.

Colpa felice e bella, che d'un tanto

Riparatore meritasti il vanto!

Ei vuotò sino al fondo il vaso orrendo

Nel fiele babilonico temprato:

Ed in quel nero calice tremendo

V'era il tossico ancor del mio peccato:

Questo, più che l'altrui, fu il rio veleno

Che l'alma tutta gli sconvolse in seno.

Quell'urto intelligenza alta d'amore

Dal sen del figlio propagò, e sospinse

Spietatamente della madre al core,

Che d'orrore agghiacciossi e si restrinse.

Così alla madre ed al figliuol trafitto

Fu crudele egualmente il mio delitto.

Ed io resisto ancora? e la superba

Fronte ancor alzo a sì lugùbre oggetto?

A me, Vergine, a me la spada acerba

Che a te stridendo si piantò nel petto!

Guarda questo mio cor quanto è orgoglioso,

Quanto ai sospiri e al lagrimar ritroso!

Qui svenarlo io risolvo; e a poco a poco,

Finchè le brame del dolor sien paghe,

Arder lo vuò di caritade al foco,

E poi chiuderlo dentro alle tue piaghe:

Ivi in mezzo alle pene e all'amarezza

Perderà il fasto e la natìa durezza.