XXXII. SOPRA I DOLORI DI MARIA VERGINE.
Non è questo il Calvario? e non son queste
Le ferali di morte ombre angosciose?
Io sento l'aure taciturne e meste
Gemer tra i cedri e tra le querce annose,
E fin dai fondamenti ultimi e cupi
Commosse introno traballar le rupi.
Oh flebil monte! oh flebili tenèbre!
Qual gelido spavento il cor m'agghiaccia?
Veggo di nube pallida e funèbre
Il sol coprirsi per terror la faccia,
Di mirar ricusando il tuo delitto,
Empia Sionne, e il suo Fattor trafitto.
Egli alfine spirò. Lagrime, uscite
In larga vena ad innondarmi i rai:
E voi balze petrose, ah, non mi dite
Come spirò; ch'io già l'intesi assai:
E tu per poco, o ciel, lascia ch'io veggia
Fra quali oggetti il mesto sguardo ondeggia.
Chi è colei che al duro tronco appresso,
Atteggiata di doglie e smorta in viso,
Immobil stassi al par del tronco istesso,
Con gli occhi volti all'innocente ucciso?
L'ambascia acerba che sul cor trabocca
Ogni accento le tronca in su la bocca.
Al sembiante divin, su cui repente
Si distese un cor pallido e fosco,
Se il giorno incerto al guardo mio non mente,
Misera genitrice, io ti conosco.
Ah, qual ti trovo? Tu non sei più quella
Ch'eri poc'anzi, sì leggiadra e bella.
Dov'è la faccia rilucente e schietta
Qual roseo volto di nascente aurora?
Bianca come la luna, e al pari eletta
Del sol che i colli e le campagne indora?
Sparì, qual raggio nell'orror di notte
Che guizza fra le cieche ombre interrotte.
Così dunque tu sei la fortunata,
La benedetta fra l'ebree donzelle?
Così ten vai di glorie incoronata
Del ciel regina a passeggiar le stelle?
Già dileguossi la tua gioia: e solo
Sei fatta albergo d'amarezza e duolo.
— Verrà la punta d'un acuto acciaro,
Simeon disse, a trapassarti il core:
E tu sarai di lungo pianto amaro
Dotata un giorno e di crudel dolore. —
Ahi, che il presagio per tuo rio tormento
Fu pieno d'un funesto adempimento!
Lidi arenosi dell'estrema Egitto,
Voi la vedeste oppressa di paura
Fuggir col figlio e collo spirto afflitto
In fra il silenzio della notte oscura:
D'ogni fronda il tremar, d'ogni aura il fischio
Moltiplicava alla sua tema il rischio.
Si rallegrò la paretonia riva,
Esultarono i colli, e fuor del fiume
Dall'ignote spelonche il Nilo usciva
Per riverenza all'appressar del nume:
Tacquer d'Iside i sistri e la cortina
Su la novella deità vicina.
Tu intanto, richiamando al tuo pensiero
L'ira d'un re spietato e i tradimenti
Onde sparser di sangue ampio sentiero
Di Betelemme i pargoli innocenti,
Scossa dal tristo immaginato oggetto
Stringervi il figlio inorridita al petto.
Ma che giovò d'un truce empio tiranno
Scampar l'ingordo insidioso artiglio,
E col prezzo crudel di tanto affanno
Fuggitiva salvarti il caro figlio;
S'egli vittima al fin cadèr dovea
Della rabbiosa crudeltà giudea?
Miralo tutto sanguinoso e pesto,
Scarnato i fianchi, illividito e nero.
Ahi, che il grande spettacolo funesto
Fa ribrezzo e paura anche al pensiero!
Questo, o madre, è il tuo figlio? è questo il viso
Già delizia ed amor del paradiso?
Qual avido leon che un agnelletto
Ancide, e lorda le grand'ugne e i denti,
Così l'ebreo perverso e maledetto
Su queste incrudelì membra innocenti.
Povero redentor, povero core,
Quanto ti costa un infinito amore!
Mesta in mirarti la Pietà superna
La mano agli occhi per l'orror si mette:
Sola resiste la Giustizia eterna
Che rovescia su te le sue vendette:
Ma questa è l'ostia che l'ingrata e rea
Umanitade al suo fallir chiedea.
Ecco il serpe di vita; ecco quel sasso
Che Dio spiccò dalla pendice aprica
De' monti eterni, e rotolando abbasso
L'idolo infranse della colpa antica.
Colpa felice e bella, che d'un tanto
Riparatore meritasti il vanto!
Ei vuotò sino al fondo il vaso orrendo
Nel fiele babilonico temprato:
Ed in quel nero calice tremendo
V'era il tossico ancor del mio peccato:
Questo, più che l'altrui, fu il rio veleno
Che l'alma tutta gli sconvolse in seno.
Quell'urto intelligenza alta d'amore
Dal sen del figlio propagò, e sospinse
Spietatamente della madre al core,
Che d'orrore agghiacciossi e si restrinse.
Così alla madre ed al figliuol trafitto
Fu crudele egualmente il mio delitto.
Ed io resisto ancora? e la superba
Fronte ancor alzo a sì lugùbre oggetto?
A me, Vergine, a me la spada acerba
Che a te stridendo si piantò nel petto!
Guarda questo mio cor quanto è orgoglioso,
Quanto ai sospiri e al lagrimar ritroso!
Qui svenarlo io risolvo; e a poco a poco,
Finchè le brame del dolor sien paghe,
Arder lo vuò di caritade al foco,
E poi chiuderlo dentro alle tue piaghe:
Ivi in mezzo alle pene e all'amarezza
Perderà il fasto e la natìa durezza.