XXXII

By Francesco Berni

Tu ne dirai e farai tante e tante,

lingua fracida, marcia, senza sale,

che al fin si troverà pur un pugnale

meglior di quel d'Achille e più calzante.

Il papa è papa e tu sei un furfante,

nodrito del pan d'altri e del dir male;

hai un pie' in bordello e l'altro in ospitale,

storpiataccio, ignorante e arrogante.

Giovan Mateo e gli altri che gli ha appresso,

che per grazia de Dio son vivi e sani,

ti metteran ancor un dì in un cesso.

Boia, scorgi i costumi tuoi ruffiani

e se pur vòi cianciar, di' di te stesso:

guàrdati il petto, la testa e le mani.

Ma tu fai come i cani,

che, dà pur lor mazzate se tu sai,

come l'han scosse, son più bei che mai.

Vergognati oramai,

prosontuoso, porco, mostro infame,

idol del vituperio e della fame,

ché un monte di letame

t'aspetta, manegoldo, sprimacciato,

perché tu moia a tue sorelle allato;

quelle due, sciagurato,

c'hai nel bordel d'Arezzo a grand'onore,

a gambettar: “Che fa lo mio amore?”

Di quelle, traditore,

dovevi far le frottole e novelle

e non del Sanga che non ha sorelle.

Queste saranno quelle

che mal vivendo ti faran le spese,

e 'l lor, non quel di Mantova, marchese;

ch'ormai ogni paese

hai amorbato, ogni omo, ogni animale:

il ciel, Iddio, il diavol ti vol male.

Quelle veste ducale,

o ducali, acattate e furfantate,

che ti piangon in dosso sventurate,

a suon di bastonate

ti seran tolte, avanti che tu moia,

dal reverendo padre messer boia;

che l'anima di noia

mediante un bel capestro caveratti

e per maggior favor poi squarteratti;

e quei tuoi leccapiatti

bardassonacci, paggi da taverna,

ti canteran il requiem eterna.

Or vivi e ti governa;

ben che un pugnale, un cesso, o ver un nodo

ti faranno star queto in ogni modo.