XXXIII. PER LA PASSIONE DI NOSTRO SIGNORE.
Ohimè le rosee guance! ohimè il bel viso!
Ohimè il guardo, il parlar soave e santo
Che dolcezze spargea di paradiso!
Occhi, piangete il caso amaro: e tanto
Sia forte il lagrimar, che al fin dal ciglio
Esca tutto il mio cor disciolto in pianto.
Il fior de' campi e delle valli il giglio
Da man crudele lacerato e pesto
Languisce: ahi fiero scempio, ahi rio consiglio!
Così dianzi un pensier doglioso e mesto
A pianger m'invitava un Dio pendente
Dal tronco di ferale arbor funesto:
Quindi allo sguardo mi piangea presente
Del Calvario il dirupo orrido e brutto,
E l'ira dell'ebrea turba furente.
Tutto mettea spavento, e dappertutto
Ai gridi al bestemmiar che il cielo assorda
Eco l'aure facean carche di lutto.
Nuda le braccia ed irta il crin, l'ingorda
Crudeltà d'ogn'intorno ivi scorrea,
Del sangue di Gesù fumante e lorda;
E scuoteva il flagello, e respingea
Lungi dal monte la Pietà; che in vano
Piegar quei petti barbari volea.
Dopo molto aggirarsi, essa lontano
Il piè rivolse inorridita, un velo
Facendo ai rai coll'una e l'altra mano;
E pria che al suo signor di morte il tèlo
Il dì troncasse, a dimandar mercede
Sola col suo dolor levossi al cielo.
Colla parte di me che intende e vede
Dietro le tenni, e le dorate porte
Varcai con essa dell'eterea sede.
Ma il cielo, ohimè! lieto non era; e smorte
Gli Angeli della pace avean le gote,
E in pianto amaro le pupille assorte:
Sparse neglette e d'armonía già vuote
Tacean le cetre; e sol s'udìan frequenti
Rotti singulti e sospirose note.
Sollevaron le fronti egre e dolenti
Al venir della dea quei cori eletti,
Sospendendo le lagrime e i lamenti:
E in folta schiera intorno a lei ristretti,
Ma timorosi di funeste cose,
Stettero attenti ad ascoltarne i detti.
Giunta innanzi al gran Padre e l'amorose
Luci in lui fisa, ai gemiti ai sospiri
Mescolando le sue voci affannose,
— Gran Dio, diss'ella, e ancor laggiù non miri
Del tuo figlio lo scempio? e ancor placato
I suoi crudi non t'hanno aspri martìri?
Perchè l'hai fra l'angoscie abbandonato?
E fermo in tuo furor, d'atre saette
Siedi e di lampi rubicondi armato?
Io so ben che sei giusto e che son rette
Le vie che segni, e so qual ostia il lezzo
Dee purgar che irritò l'alte vendette:
Ma col rigore non bilanci il prezzo,
E sei colla pietade ognor lo sdegno
Di tua giustizia a raddolcire avvezzo.
Che più resta a soffrir? in lui ritegno
Non ebbero i tormenti, e fino al fondo
Ei ne bebbe il fatal calice indegno.
Ma di quel sangue prezioso e mondo
Sola una stilla non potea bastare
Le colpe tutte e riscattar del mondo?
Fu pur sangue il sudor che a lui grondare
Fe poc'anzi nell'orto il solo aspetto
Presente all'alma del vicin penare.
Io l'ho visto di funi avvinto e stretto
Strascinato a morir da ingordi cani,
Sangue il viso e la fronte e sangue il petto:
Ed or legato a un sasso ambe le mani,
Di flagelli mirai fiera tempesta
Via strappargli la carne a brani a brani;
Or corona di spine aspre contesta
Forargli il capo, lacerargli i nerbi,
E solcargli di piaghe ampie la testa.
Ahi! che in narrarti i suoi tormenti acerbi
Io rinnovo al mio cor quante ferite
A lui diero quei mostri empi e superbi.
Taccio l'onte gli oltraggi e l'infinite
Ignominie sofferte, e le contrade
Del suo sangue vermiglie e colorite.
Di propria man l'ingrata umanitade
Alfin l'ha fitto in croce, e trionfando
Or s'allegra di tanta indegnitade.
Ah! quel braccio dov'è che un dì volando
Del ciel trattenne al vecchio Abram repente
Il ferro esecutor del tuo comando?
Pel reo dritto non è che l'innocente
Sia punito e perisca; e consentire
Tu nol dêi, che sei giusto e insiem clemente.
Chi chiamarti vorrà nell'avvenire
Dio di pace e d'amor, s'anche il tuo figlio
Tu medesmo così danni a morire?
Ah no! cangia pensier, cangia consiglio:
Guardami; io son che prego. — Avría più detto
Se meno il pianto le piovea dal ciglio:
Abbassò nel finir la fronte al petto,
E ammutì: ma nel mezzo alla mestizia
Parlava ancora il suo dolente aspetto.
Rinnovossi sul ciel lutto e tristizia:
E il favellar della Pietà commosse
Anche il cor dell'eterna alta Giustizia.
Essa amica negli atti in piè rizzosse,
— Io son paga, sclamando; e soddisfatto
Nell'Uomo Dio già il mio rigor placosse.
Ma non è pago Amor: egli l'ha tratto
Al feral varco: inchina il guardo e mira;
Vedil che stassi di ferire in atto.
Ei già l'arco di morte allenta e tira:
Già lo stral sen volò: già chiude i lumi,
Già piega il capo la grand'ostia e spira. —
Sì disse: e al basso riguardaro i numi,
E vider come trionfando Amore
Ferisca, e tutto già di sangue ei fumi.
Allor d'atre procelle e di terrore
L'aria turbossi, e traballò la terra
Scossa da un rumoroso ampio tremore:
Si spezzarono i monti; e di sotterra
In nero ammanto uscîr l'ombre sepolte;
E i venti s'azzuffâr coll'onde in guerra.
Piobbe sangue la luna; e, indietro vòlte
Le spaventate rote, al sole un nembo
Innalzò di tenèbre orrende e folte:
Svenne del dì la luce; e dentro il lembo
Della veste i color sparsi cogliendo
Sbigottita fuggì con essi in grembo.
Solo tra quel mortal buio tremendo
Torvo gli occhi e col crine ispido e ritto
Il palpitante Orror gìa trascorrendo:
E in mirar sulla croce un Dio confitto
Batteasi il volto, e si pentìa che mai
Non scese al cor di chi l'avea trafitto.
Così l'egra Natura acerbi lai
Spargea, morto annunziando il suo Fattore.
Io mi scossi frattanto; e mi trovai
Molle tutto di pianto e di sudore.