XXXIII

By Francesco Bolognetti

Il dì secondo de la Pentecoste

la sera stetti al Tulliano, dove

si tratta bene e non si paga l'hoste.

Lunedì fu di Maggio a i decinove,

montato a punto era a cavallo in quella,

che a sonar vespro il fraticel si move.

De i Bolognetti miei da la Gabella

è questo Tullian, ch'io dico, stanza

superba, grande, accommodata e bella.

L'altra mattina, come ho sempre usanza

partimmi, a pena in ciel sorta l'aurora,

che sempre il sol di leggierezza avanza,

anchor che scorger non poteasi alhora

perché le nubi dense, e l'aer crasso

non pur quella coprian, ma il sole anchora,

io me n'andai con gran piacere al Sasso,

dov'hebbi messa a la chiesa di sopra,

già detta essendo a la Madonna a basso.

Ma pria quel precipitio, e come scopra,

l'un fiume e l'altro, e poscia anchor guardai

di quella Chiesa e l'artificio e l'opra.

L'Ave Maria poi detta, io me n'andai

a l'altra Chiesa, a cui nel gir si poggia,

a man destra, e la messa ivi ascoltai;

fornita poi la messa, in una loggia

quivi a coperto star convenni alquanto,

mentre dal ciel cadea con tuoni pioggia.

De la famiglia mia mangiar in tanto

staffieri, et alcun'altro, e poi veduto

di nubi il ciel coperto in ogni canto,

di voler gire innanzi risoluto,

il feltro domandai, mutai capello,

quel tempo a più d'un segno conosciuto.

E così tutti stretti in un drapello

sen gimmo, et io che non crescesse il Rheno

tra me medesmo havea sempre martello.

E d'aspre cure a la mi' usanza pieno,

da quelle punto essendo a meraviglia,

pungea il cavallo anch'io, lentando il freno,

talché una parte de la mia famiglia

rimase indietro a forza, sì veloce

passai piovendo quelle diece miglia.

Giunto poi dove il Vergatello ha foce

trovai, che alcun de' miei notari udito

né visto havean di me lettra, né voce,

onde havean già di desinar fornito.

Desinai dunque anch'io, provisto come

poteasi, asciutto in prima e rivestito.

L'altro dì mi lavai poi barba e chiome;

l'altro quel monte così grande ascesi,

che da la forma ovata acquista il nome,

gran piacer quivi a risguardar mi presi

quelle due Chiese antiche, e d'ogni'ntorno

da lunge a rimirar tanti paesi.

Messer' Hercol Lombardi un altro giorno

visitai, ch'era alhora a la sua Pieve,

e più d'un hora fei seco soggiorno.

Sì gentil lo trovai, che mi fu greve

da lui partirmi, e ben per le sue tante

cortesie comendar molto si deve.

La dominica prossima a Labante

andai, che a i venticinque fu di maggio,

dove in pietra cangiarsi udia le piante,

di parte in parte tutto quel selvaggio

loco volsi veder, con quelle grotte,

dove del sol giamai non entra il raggio.

Tanto quivi tardai ch'era di notte

quando al Vergato giunsi e con periglio

cavalcai quelle vie sassose e rotte,

talhor discesi a piedi, e più d'un miglio

per volta fei, con gli occhi a guardar pronti

dove fermassi il pie' chinando il ciglio.

E de le gentilezze di quei monti

al poeta mandai colme due ceste,

per adornarne le sue vaghe fonti.

Più di poi me n'andai cercando hor queste

montagne, hor quelle, havendo in compagnia

molti villani ogni hor, ma più le feste.

Giunsi un dì per sassosa angusta via

a casa d'un, ch'è vostro grande amico,

detto il barba Giovanni da Cavria:

m'imagino che proprio al tempo antico

ne l'età d'or vivesser le persone

come vive costui, c'hora vi dico.

La casa sua con senno e con ragione

governa, e figli, e moglie, in tutto privo

d'ogni disagio e d'ogni ambitione.

Io tengo tanto il viver d'hoggi a schivo,

ch'io mi vuo' ritirar pur che a Dio piaccia,

ch'io sia di qui a diece anni anchora vivo,

l'uccellare, il pescar, l'andare a caccia,

con gli studii saran le mie facende,

così la cura lunge si discaccia.

Chi può farlo, e nol fa, non ben l'intende,

perché a negotiar se diece, o venti

tu servi, un centinaio e più si offende.

Lasciar voglio e i Palazzi, e i Reggimenti

dove l'invidia sempre e l'odio regna,

con le fraudi e l'insidie e i tradimenti;

quivi d'offender l'un, l'altro s'ingegna,

e quel, che meglio sa coprir gli inganni,

persona è detta e più saggia e più degna.

Ma ritorniamo a quel barba Giovanni,

che dentro serba un cor sincero e schietto;

benché fuor cinto sia di rozzi panni.

Veder mi fece un freddo ruscelletto

far cose quivi, che da dotta mano

sembrano fatte di scultor perfetto.

Io ne feci spiccar molte pian piano,

e quel medesmo appresentai pur'anco,

perch'io non fossi quivi stato in vano.

Per tempo a pie' l'altra mattina franco

di Rofeno montai su l'alta rocca,

già divenuto ogni altro anhelo e stanco;

né scrivervi potrei, né dirvi a bocca

la letitia, ch'io n'hebbi e il gran piacere,

che anchor pensando a ciò nel cor mi tocca.

La Trinità non men volsi vedere,

poi col Toledo ogni vicino loco

e di Salvaro anchor le rupi altere,

de la visita il tempo essendo poco

dopo venuto, o Dio come si stette

tutto quel tempo sempre in festa e in gioco,

si dispensaro in tal visita sette

continui giorni, e per noi fur per tutto

le più commode stanze sempre elette.

La prima sera a Gaggio fui condutto

in casa dei Tanari, e in quella sala,

dove ogni galant'huomo ha il suo ridutto,

con lo staio gli scuti, e con la pala

qui si misuran, dove ascender volsi

quell'alta torre e si adoprò la scala.

Al descender poi giù, quand'io rivolsi

indietro gli occhi al precipitio grande

del mio capriccio tacito mi dolsi.

L'altro dì fui là dove in giro spande

Belveder l'ampie braccia, e quivi stei

di letto mal, ma ben poi di vivande

tutto quel, ch'altri havrebbe in cinque o in sei

giorni fatto cercando e dentro e fuori

sì gran Commune, in due giornate io fei.

Qui tende e capre e pecore e pastori

vidi su l'alpi asceso, e la marina,

nuovi arbori e nuov' herbe e nuovi fuori.

A Capugnano andai l'altra mattina,

la sera a Granaglion, dove la gente

per la più parte attende a la rapina;

al Bagno, a Casio, e quindi finalmente

a Castiglione andai, là dove il Conte

Giovanni a caso ritrovai presente.

Quel gentil huomo con le voglie pronte,

ma con gli effetti più lauto m'accolse

a la sua mensa e con gioconda fronte.

La sera al partir poi, quando si tolse

da lui licenza, havendo fatto molto,

d'haver fatto anchor poco si condolse.

Men venni a Casio, e la mattina volto

indietro ritornai dritto al Vergato

da la famiglia mia lieta raccolto,

dove sei giorni, o sette riposato,

me n'andai poscia a por quelle confine

tra gli huomini di Bargi e di Fossato.

E diedi a quella gran contesa fine

onde s'havean tra lor la vita tolta

quelle genti fra lor spesso a decine,

ma questo poi dirovvi un'altra volta.