XXXIV. - Capitolo sulle vitrù della frutta

By Bernardo Giambullari

Rendendo grazie al sommo Creatore

principalmente perché da Lui viene

ogni recriazione, ogni sapore;

avendo ciaschedun le voglie piene

di ciascuna vivanda, or gusterete

collo 'ntelletto come s'appartiene.

Per non essere offesi dalla sete,

l'altre vivande via si levin tutte,

e solo 'l vino in mensa lascerete;

però che chi le labbra avessi asciutte,

tacitamente ciascun possa bere,

mentre che de' panier trarrò le frutte.

Le sono appunto di trenta maniere,

come vo' 'ntenderete: compartite

sono 'n tre parte, a dieci per paniere.

Dell'un si mangia, come voi udite

sol quel di drento, e l'altro quel di fore;

del terzo il tutto. È la prima di vite

uva lugliola, dolce di sapore,

moscadella, pisana e la vernaccia,

zibibbo sodo di giallo colore;

razzese e corso che fa bella faccia,

greca, trebbiana e malvagìa fine

che pochi son color che la non piaccia;

canaiuole, gallette e passerine,

sancolombane e grosse e zappolino

e martinacce e lonze e le caprine,

e perugine col ventre pollino,

bergo, vaiano e l'uve paradise,

la qua' non senton mai calcio nel tino;

rafone e angiole e di più divise,

le qua' non conto rugiadose e fresche,

c'hanno a' mie' versi le rime conquise.

Ancor ci son l'uve saracinesche;

dell'altre non vi conto e nomi strani:

non so se le son unghere o tedesche.

Fichi vi son, castagnuoli e pisani,

albi, grassegli, porcinegli e sampieri,

piattoli, lardaiuoli e bitontani,

datteri, piccioluti e cavalieri,

cigoli grassi che gli è un piacere,

corbini e batalon, verdegli e neri.

Ecci di più ragion di belle pere

giugnole, rogge e ciampoline belle

e sementine che danno buon bere;

diacciuole e cortigiane e moscadelle,

San Niccolò e la spinosa sana,

quagliole e tarsie e pere carvelle,

rubine e montacchiese e sanza grana,

pere bugiarde e pere zuccherine,

e la pera bonella e la fontana.

Ancor ci restan le pere ruggine

le qua' s'uson di dar ne' piattelletti

cogli anici alle nozze cittadine.

Ancor nel primo de' tre panieretti

ci son più mele fra quest'altre cose

che spesse volte a ber con lor ti metti:

appioni, calamagne e mele rose,

malateste, appiuole e mele a spicchi,

mele francesche e cotogne odorose;

mele ferruzze da tal ser ismicchi

che vendon l'altre per pigliar danari

per avarizia, che 'l diavol gl' impicchi.

Sonci cederni begli, e qual son cari;

con essi insieme ci sono e limoni,

che non son frutte da uomini avari.

Fragole e more c'è di tre ragioni;

e nomi lor gli de' saper ciascuno.

Le bianche son di dolce condizioni.

Sonci le gelse e quelle che fa 'l pruno,

e corbezzole e sorbe giù nel fondo.

De' tre panieri appunto n'è vuot'uno.

Or cominciamo a vuotare il secondo,

del qual si mangia appunto infin all'ossa

de' noccioli che son chi lungo e tondo.

La prima a maturar di queste mossa

è la ciliegia che buondì si chiama,

e dopo questa la marchiana grossa,

e l'acquaiuola, la qual poco s'ama,

e moraiuole e duracine fine,

e l'amarena che l'arrosto brama;

ciriege sangiovanni e agostine;

e dopo queste di più d'un sapore

rugiadose ci son molte susine:

giugnole e maglianese e le belfiore,

porcine e da dommasco e catelane,

avosine e sampiere d'un colore,

verdacchie e amoscene le più sane,

partore e del mal nome, o vuo' dir coglile,

e prugnole ch' al gusto sono strane.

Pesche ci son di quelle da dir: toglile

a qualunche vicin s' egli è villano,

e se le son nel sacco va' e scioglile.

Sono spiccicatoie a piena mano,

così delle duracine verdigne,

pesche cotogne di color non sano,

e pesche rosse che paion sanguigne,

e bacoche ci son simile a queste,

e giuggiole che son tutte rossigne.

Le corniole ci son ch'alle foreste

si truovon sempre ne' boschi silvani,

e chi ne cerca si rompe la veste;

datteri c'è di paesi lontani

e po' di sotto nespole e ulive,

le qua' fanno sentir freddo a' villani.

Nell'ultimo di queste frutte dive

del sicondo panier, qual or si spaccia,

miliache ci son grosse e giulive.

Or metto mano al terzo che si schiaccia

prima ciascuna, a volerla mangiare,

o dipartilla dal guscio si faccia.

Le mandorle ci sono dolce e amare,

e le noce che fanno buon savore,

e nocciuole che son da trastullare,

e melarance con agro sapore,

e melagrane ci son dolce e forte,

e papaveri pieni insino al fiore;

lumie e pine ch' hanno tante scorte:

prima che 'l frutto lor si possa avere,

bisogna che si rompin ben tre porte.

Le castagne ci son, che ventoliere

sarebbe più lor nome che castagna,

perché le fan parlar più che 'l dovere;

sonci e lupini, ch' hanno una magagna:

che certamente e' fanno ber più vino

che non si rico' l'anno in Villamagna.

Or è finito il terzo panierino:

i' non so più che frutte mi vi dare;

per queste ho cerco dimolto cammino.

Da mensa ciaschedun si può levare,

e con amor per Dio in caritate

delle vivande a' poveri donare.

E ringraziamo Iddio che ce l' ha date.