XXXIV

By Francesco Bolognetti

Di giugno a i dicesette dal Vergato

partimmi, e tra il meriggio e l'occidente

io m'indrizzai da pochi accompagnato;

condur meco non volsi molta gente

di Bargi andando a spese del Commune,

ch'esser non mi parea conveniente.

Già mio figlio Alessandro, e seco alcune

genti a Bologna indietro havea mandate,

genti da tratener molto opportune.

E giunta essendo al colmo sua la state,

io me ne gia, come si fa, pian piano

ragionando co'miei di cose grate.

Quella mattina io stetti a Vimignano

a messa, e desinai col Brescia poco

da la chiesa, ove messa udi', lontano.

In fino a diciott'hore in festa e in gioco

stetti co' miei, se ben quivi la stanza

calda era in guisa, che parea di foco;

montai poscia a cavallo, et a l'usanza

dei giovani, scherzando sempre giro

Don Pirin da Liserna e Ser Baldanza,

e in tal maniera fuor di strada usciro,

quattro miglia allungando, e più la via,

preso a man destra un'ampio e torto giro,

nessun, fuor ch'essi, de la compagnia

sapea la strada, e un'altro anchor, che alquanto

male a cavallo di lontan seguia.

Quel dì fu sì gran caldo et era tanto

cocente il sol, di nubi d'ogni'ntorno

cinto, e quasi ristretto in ogni canto,

che per dolor mi giva il capo intorno

e la troppo erta spiaggia per vantaggio

nud'era e tutta esposta al mezo giorno.

E quei smarrito havendo il buon viaggio

ci condussero al fin per un paese

aspro, horrido, sassoso, erto e selvaggio;

talché ciascun giù dal caval discese,

e taciti alhor tutti diventati,

tosto il suo per la briglia ogniun si prese.

Ma tanto eran quei lochi dirupati,

che da i cavalli a voto con periglio

di non precipitarsi eran passati;

io tenea tutto intento e fermo il ciglio

al mio spesso gridando: “Guarda guarda”

mentre a man sel trahea dietro un famiglio.

Fuor di quei precipitii a la gagliarda

poi cavalcossi, ma però già l'hora

quando a Bargi arrivossi era assai tarda,

quivi per non turbar gli ordini alhora

con gli altri tutti a cena m'assetai

ma poscia, senza far punto dimora,

ad un mio servitor cheto accennai

che subito in man tolto un lume acceso

ne la camera sol mi ritirai.

Dove coi panni, sopra il letto steso

stanco da vero, chiusi gli occhi a pena

la fronte havendo calda e il capo peso.

Poiché fornita gli altri hebber la cena,

una picciola mensa quivi tosto

poser di piatti e di vivande piena,

ma perché ben non mi sentia disposto

feci quindi levar subito, eccetto

certe marasche, torta, alesso, arrosto,

e da la sete, c'havea grande, astretto

a poco a poco così passeggiando,

quelle tutte mangiate, entrai nel letto.

Poi sol rimaso e i lumi estinti, quando

mi pensai di dormir quelle sett'hore

che almen fo sempre, a Dio mi raccomando,

m'assalse a l'improviso un gran dolore

di stomaco, talch'io ben manifesta

mente conobbi d'haver fatto errore

quel brusco in fondo a porvi; e in quella e in questa

parte del letto spesso mi volgea,

toccandomi hora il polso, hora la testa.

E se un rispetto sol non mi tenea,

di destar gli altri, fuor del mio costume

gemuto havrei talhor, tal doglia havea.

Comparso a pena poi de l'alba il lume,

come commisi, alcun de la famiglia

vennero e tosto abbandonai le piume,

quand'io più d'huopo d'abbassar le ciglia

e di posarmi havea, gir mi convenne

su l'alpe, indi lontan cinque o sei miglia,

per una strada, o Dio, c'haver le penne

saria bisogno, rotta, erta e sassosa.

La sù poi giunto, ecco la parte venne

e quando io più sperai trovar la cosa

ferma e conchiusa già per la sentenza

del Camaglian, più la trovai dubbiosa.

Ben mostrai nel patir gran patienza

tanta insolentia di que' rei villani

del giudice lor thosco a la presenza.

Affumicati visi, habiti strani

havean, con una cetta sotto il braccio,

forse venuti per menar le mani;

le stravagantie da lor dette, io taccio,

perché vi recarei gran noia, basta

che mi trovai fu volta in grande impaccio.

Benché sottil, parea di bona pasta

quel giudice, col qual sempre da parte

parlando, racconciai la cosa guasta.

Sempre quei tenni de la nostra parte,

che a i lor contrarii non desser risposta,

ma ben vi bisognò destrezza et arte.

O quante volte pria che fosse posta

la meta prima, quel giudice accorto

salì di Montecalvo l'ampia costa.

E fitta in terra un'hasta hor dritto, hor torto

guardava, un'occhio chiuso e l'altro aperto,

come fassi a piantar frutti ne l'horto.

Io, che a fatica in fino alhor sofferto

sì lungo indugio havea, percioché il sole

mi cocea il capo quivi al discoperto,

gli persuasi al fin pur con parole,

che principio si diede a por la meta,

tronco il dir di coloro, anzi le fole.

Ma quella gente, a scorrer consueta

di qua sul nostro, di tal cosa, bassi

gli occhi tenendo, poco apparve lieta,

né come in tali occasioni fassi

per drizzar tosto quel termine intero

volea porgere aiuto in portar sassi.

Ond'io di questo accorto, anchor che in vero

debole fossi, pur chiamati i miei

tosto a portarne incominciai primiero.

E ne portai su l'opra cinque, o sei

sì grossi, che se il loco sì vicino

non era mai portati non gli havrei.

Così fe' Ser Baldanza e Don Pirino,

Ser Antonio, Don Buoso e gli altri tutti,

che ogni un sen giva sotto il peso chino.

Di ciò si vider manifesti frutti,

che a gara l'un de l'altro i Fossatesi

a portar sassi tosto ecco ridutti.

Beato quel, che gli tolea più pesi

e parve, poste giù quelle securi,

che apparisser men rozzi e più cortesi.

Più non mostravan tanto i volti oscuri,

ond'io de' miei lasciato ivi più d'uno

che di solecitar l'opra procuri,

al confin me n'andai stanco e digiuno

tra Vernia e tra Pistoia e tra Bologna,

dove rimaso non è segno alcuno.

E detto l'ho più volte, che bisogna

porvelo ad ogni modo, che tai genti

si gratariano in terzo un dì la rogna.

Tornai là poscia dove diligenti

color la meta al segno havean condutta,

tutti concordi et a fornirla intenti.

Poi l'hora essendo, quella turba tutta

vidi su l'herba verde al ciel sereno

stretta in più lochi per mangiar ridutta;

volean che anch'io mangiassi un poco almeno,

ma non potea, sì mi trovava stanco,

e venir quasi mi sentiva meno.

Sopra l'herba disteso hora col fianco

destro, talhor supin, talhor boccone

mi gia volgendo et hor col lato manco.

Vennero tutte a me quelle persone,

e coi lor panni letto mi faceano,

chiedendomi del mal mio la cagione.

E fitte l'haste in terra vi poneano

sopra tabbarri e feltri con gran cura,

e in guisa tal dal sol mi difendeano.

Tolto un poco di suppa, la natura

pur si rihebbe, ma poi detto m'hanno

quei, ch'eran meco, ch'io fei lor paura.

E che si ritrovaro in grande affanno,

talch'io ringratio de gli affetti suoi

ciascun, ma poco saria stato il danno.

Al termine secondo s'andò poi,

dove anchor furo le contese istesse

nel far l'accordo fra i thoscani e noi.

Molte cautele apertamente espresse

da la parte contraria usate furo,

ma pur quivi anco il termine si messe.

Poi che a fornirsi fu vicin quel muro

si calò giuso in ripa al Chiaporale,

né mai mi tenni nel calar sicuro.

Con gran difficultade, anchor con l'ale,

gir vi potrebbe il più san'huom del mondo,

non ch'io vessato alhor da sì gran male

udiansi hor risi, hor gemiti, secondo

c'hor questo et hor quell'altro era caduto,

pria che si fosse di quel rivo in fondo.

E se non ch'io da quattro era tenuto

dinanzi, e dietro e d'ambe due le bande,

l'istesso anchora a me saria accaduto.

Giunti nel fondo, andossi un miglio grande

lungo il rivo per strada ombrosa e piana,

cogliendo herbette e fiori e funghi e ghiande.

Io, stanco essendo, appresso una fontana

m'assisi, fra due spiaggie ombrose e vaghe,

l'una e l'altra pochissimo lontana.

E quelle genti alhor, quasi presaghe

de la salute mia, cercando a gara

chine per terra gian mature fraghe,

io mi diedi a mangiarne; o cosa rara

mi ritornò la forza in un momento,

chi non sa tal rimedio hoggi l'impara.

Da queste un certo ardor, ch'era in me spento,

l'usata lena e la forza e la voce

ripresa, ogniuno era in seguirmi lento.

Giunti poi dove il Chiaporal veloce

rapido andando ogni hor, ne la Ramenta

con grato mormorio limpido ha foce,

di Fossato la gente, non contenta

di rimaner tra i soliti confini,

surse di nuovo a le contese intenta.

E quegli essendo a casa più vicini

con orgoglio dicean sì ladre cose,

che non ne havrian mangiato orsi, o mastini.

E con parole più che mai noiose

gridavan, pur sì come piacque a Dio

per l'ultimo quel termine si pose.

Al desiato fin giunto del mio

negotio, e ciò ch'era da far già fatto,

e le contese ogniun poste in oblio,

perché apparisca lungo tempo ogni atto,

dal lor rogato, e dal nostro notaro

si fe' del tutto publico contratto.

Poco avanzando poi del giorno chiaro,

fattemi tutti havendo gran proferte,

verso Orto noi, quei verso Occaso andaro.

E per sassose strade, anguste et erte

a piedi andai fin là guidando il ballo,

dove la terra in ferro si converte.

E visto il ferro farsi, e visto il callo

fatto dal foco, e i mantici e il martello

sì grandi, alhor montai quivi a cavallo.

Benché di notte, il tempo essendo bello,

a Bargi giunto, pria che riposarmi

volsi a piedi salir sopra il castello;

e quivi stato alquanto a vagheggiarmi

quel sito intorno a gran lume di luna,

che ameno e forte e dilettevol parmi,

scesi, e in me la virtù, quasi digiuna

di trent'hore, col cibo ricreata,

posai fin che durò la notte bruna.

La mia famiglia, apparso il dì, levata

tosto vestimmi, e la messa divina

udita, e presa poi licentia grata,

al Vergato tornai quella mattina.