XXXIV

By Giovan Battista Nicolucci

Alfin cangiato è amor, che sì m'attrista

in amaro e pungente,

e incende il sangue, e in modo il cor trafige

che riposarsi mai non può né sente.

Da la palude tenebrosa e trista,

da la profonda Stige,

gelido acuto serpe

m'entra nel sen, per cui strisciando serpe,

e l'anima tremante che s'afflige

stringe e dal petto sterpe.

Ahi lasso, ahimè! che gli occhi a terra fige,

e il viso discolora

la mia (debb'io dir più dolce?) nimica,

quando avien ch'io le dica

quel che l'averle detto (ohimè!) m'accora.

D'altri arde e pensa, ed il pensier nutrica,

ahi, che ben me n'aveggio!

A lei lucido e vago è il foco altrui,

atro e noioso il mio; che più far deggio?

O maligno venen, qual son, qual fui?