XXXIV
Alfin cangiato è amor, che sì m'attrista
in amaro e pungente,
e incende il sangue, e in modo il cor trafige
che riposarsi mai non può né sente.
Da la palude tenebrosa e trista,
da la profonda Stige,
gelido acuto serpe
m'entra nel sen, per cui strisciando serpe,
e l'anima tremante che s'afflige
stringe e dal petto sterpe.
Ahi lasso, ahimè! che gli occhi a terra fige,
e il viso discolora
la mia (debb'io dir più dolce?) nimica,
quando avien ch'io le dica
quel che l'averle detto (ohimè!) m'accora.
D'altri arde e pensa, ed il pensier nutrica,
ahi, che ben me n'aveggio!
A lei lucido e vago è il foco altrui,
atro e noioso il mio; che più far deggio?
O maligno venen, qual son, qual fui?