XXXIV
Perché, compagne amate,
Perché tanto stupor? Che avvenne al fine?
Il verno ritornò! Grande, inudito
Veramente è il disastro: e non potea
Prevedersi da noi. Deh un tal portento
D'esagerar cessate. Al guardo mio
Forse esposto non è? Nol veggo anch'io?
So che il bosco, il monte, il prato
Non han più che un solo aspetto:
Che gelato il ruscelletto
Fra le sponde è prigionier.
Dal rigor del freddo polo
Sento anch'io qual aura spiri:
So che agghiacciano i respiri
Su le labbra al passaggier.
Ma che perciò? Ne' miei tiepidi alberghi,
A dispetto del verno, aure temprate
Forse non respirate? Ad onta forse
Dell'avaro terreno, i fiori, i frutti
Delle stagion più liete
Qui abbondar non vedete? E se tremate
Nelle vostre capanne, e se di tutto
Là soffrite difetto,
Ne ha colpa il verno? Alle stagioni amiche
Perché non imitarmi? Allor che intesa
Er'io d'aridi rami a far tesoro,
Sul faggio e su l'alloro
Ad incider perché di Tirsi il nome
Perdeva i dì la spensierata Irene?
Dalle campagne amene al mio soggiorno
Quand'io facea ritorno
Di grappoli e di pomi onusta il seno,
Perché del suo Fileno
Nice di selva in selva
Correa gelosa ad esplorare i passi?
Quando provvida io trassi
A' miei tetti le spiche in fasci unite,
Su le sponde fiorite
D'ombroso stagno a che d'Elpino al fianco
I pesci Egle insidiar ne' lor ricetti?
Di cure sì diverse ecco gli effetti.
Non v'insulto, o compagne: anzi alla vostra
Negligenza degg'io tutto il più caro
Frutto de' miei sudori,
Ch'è il piacer di giovarvi. Oh me felice!
Se l'istesso amor mio, che or vi difende,
Pròvvide ancora in avvenir vi rende.
Chi vuol goder l'aprile
Nella stagion severa,
Rammenti in primavera
Che il verno tornerà.
Per chi fedel seconda
Così prudente stile,
Ogni stagione abbonda
De' doni che non ha.