XXXIV

By Pietro Metastasio

Perché, compagne amate,

Perché tanto stupor? Che avvenne al fine?

Il verno ritornò! Grande, inudito

Veramente è il disastro: e non potea

Prevedersi da noi. Deh un tal portento

D'esagerar cessate. Al guardo mio

Forse esposto non è? Nol veggo anch'io?

So che il bosco, il monte, il prato

Non han più che un solo aspetto:

Che gelato il ruscelletto

Fra le sponde è prigionier.

Dal rigor del freddo polo

Sento anch'io qual aura spiri:

So che agghiacciano i respiri

Su le labbra al passaggier.

Ma che perciò? Ne' miei tiepidi alberghi,

A dispetto del verno, aure temprate

Forse non respirate? Ad onta forse

Dell'avaro terreno, i fiori, i frutti

Delle stagion più liete

Qui abbondar non vedete? E se tremate

Nelle vostre capanne, e se di tutto

Là soffrite difetto,

Ne ha colpa il verno? Alle stagioni amiche

Perché non imitarmi? Allor che intesa

Er'io d'aridi rami a far tesoro,

Sul faggio e su l'alloro

Ad incider perché di Tirsi il nome

Perdeva i dì la spensierata Irene?

Dalle campagne amene al mio soggiorno

Quand'io facea ritorno

Di grappoli e di pomi onusta il seno,

Perché del suo Fileno

Nice di selva in selva

Correa gelosa ad esplorare i passi?

Quando provvida io trassi

A' miei tetti le spiche in fasci unite,

Su le sponde fiorite

D'ombroso stagno a che d'Elpino al fianco

I pesci Egle insidiar ne' lor ricetti?

Di cure sì diverse ecco gli effetti.

Non v'insulto, o compagne: anzi alla vostra

Negligenza degg'io tutto il più caro

Frutto de' miei sudori,

Ch'è il piacer di giovarvi. Oh me felice!

Se l'istesso amor mio, che or vi difende,

Pròvvide ancora in avvenir vi rende.

Chi vuol goder l'aprile

Nella stagion severa,

Rammenti in primavera

Che il verno tornerà.

Per chi fedel seconda

Così prudente stile,

Ogni stagione abbonda

De' doni che non ha.