XXXIX. - In lode di bella donna

By Bernardo Giambullari

O glorioso, o trionfante Amore

che tutto l'universo hai 'n balia,

per la tua vigoria

la qual sommette a sé ogni valore,

tu se' di tutto general signore,

perch' alla forza tua non è rimedio:

dove tu pon l'assedio,

conviene in ogni loco abbi vittoria.

I' ho già 'nteso per alcuna storia

dell'aspre guerre che per te son fatte,

e simile disfatte

di mortal guerre in perpetue pace.

Non è nessuno in tanta contumace

che, se tu vuoi, che tu nol facci lieto.

I' penso per l'adrieto

com'i' parti' da te con tanto sdegno,

avendo al tutto la forza e lo 'ngegno

in me disposto di ma' più seguirti,

né volere ubbidirti

e, non che altri, me volere amare.

Ben mi credetti da te ribellare

avendomi tu fatto tale ingiuria,

che in su quella furia

arei la vita mia data in diposito,

e detto ch' è del mio fermo proposito

il quale avevo fatto in su quel punto,

che ma' più sare' giunto

d'alcuno amor, po' ch' i' n'ero scampato.

Lasso! ch' i' sono or più che mai legato

nelle tuo ferze, e più che mai suggetto,

e nel misero petto

sento mie core in una ardente fialma.

Le forze ho spente, e per partirsi l'alma

dal mio misero corpo ognora aspetta

per la crudel saetta

non aspettata qual mi diè Cupido.

Alzo le palme in ginocchioni e grido

a voi misericordia, o sacri iddei:

confermate costei

nel presente volere, e son contento.

Omè! ch' i' temo ed ho sì gran pavento,

per quel ch' i' veggo a tutte quante l'ore,

che 'l suo tiepido core

non si voglia scaldar d'un altro foco.

Vogliate conservarmi in questo loco,

o sacri iddei, e tu, graziosa Venere,

o sì disporre in cenere

presto mie corpo, se 'l disio manca.

I' sento tanto la mie vita stanca

ch'i' ho abbandonato ogni piacere,

e tutto il mio volere

è sol pensar di compiacer costei.

Se le vostre virtù mostrate in lei

pari di me, non vi chiegg'altro dono:

el più contento sono

che fussi mai d'Amore, e più non bramo.

Or lascio voi, e a costei ch' i' amo

mi volto con benigna riverenza,

e alla sua presenza

mi raccomando con pietosa voce.

Alma gentil, nella tuo chiara foce

l'ancora gitto e qui fermo il mie legno,

e 'n sulla gaggia il segno

del mio volere aperto t'ho spiegato.

Non sono a te da fortuna guidato,

ma da pronto voler per la tuo fama,

la quale ogni cor chiama

a 'nnamorarsi delle tua bellezze.

Giugnendo a te, le tua piacevolezze

e' leggiadri costumi e' dolci sguardi,

avvelenati dardi,

son suti a me, che m' han ferito il core,

e son venuto servo di signore,

e di tal servitù contento sono,

pur che sì fatto dono

fortuna o 'nvidia non me 'l voglin tôrre.

La forza non varrebbe a me d' Ettorre

né di Sanson né del feroce Achille,

s'Amor d'altre faville

in te volesse nuova fiamma accendere.

I' priego sol a te, che puoi difendere

col tuo voler la mia dubbiosa sorte,

pur che costante e forte

tu mi conservi la promessa fede.

Come regnare in te chiaro si vede

virtù e sapienza e carità,

in te stabilità

di quest'altre virtù sie fondamento.

Alma leggiadra, al mio proponimento

avendo detto quel che vale e tiene,

ora mi s'appartiene,

volendo questa lalda esser più degna,

trattar di tuo biltà, sì come insegna

tu se' d'ogni virtù e leggiadria,

ché certo par che sia

in ciel criata tuo degna figura.

Oh, veramente mai fece natura

quaggiù in terra un'anima vestita

di bellezza infinita

senza macula alcuna in sé trovare.

I' guardo e penso in particulare

le tua leggiadre membra d'assortire

e per ordine dire

quanto richiede della lor bellezza.

La prima cosa in cima dell'altezza

del tuo leggiadro corpo, o chiara stella,

si è la trezza bella

che paion fila d'oro crespe e bionde.

Muove da loro una luce ch'asconde

e occupa la vista più che 'l sole

a chi mirar gli vuole

essendo occulti ne' legami involti.

In sulle spalle poi vedergli isciolti

paion razzi di sol piover dal cielo,

e sì bianco ogni pelo

che 'l candido par bruno allato a questa.

È poi di sotto la spaziosa testa,

lucente più ch'una leggiadra spera,

d'ogni bellezza intera,

che sol pensando è una maraviglia.

Come diparton ben le vaghe ciglia

che paion duo razetti di fin oro!

Quivi sotto è 'l martoro

che par che nel mie cor saette fiocchi.

Oh, i' non vidi mai e più begli occhi

con uno sguardo di tal contenenza,

con soave presenza,

che quando gli alzi pare el paradiso.

In mezzo in fra le luce nel bel viso

si vede tanto ben proporzionato

il bel naso affilato

che signoreggia duo 'ncarnate rose,

pulite e belle tue guance amorose,

che paion latte e sangue nette e pure,

sanza porvi misture,

naturalmente lucide e gentile.

Al mondo non sarebbe cor sì vile

che a veder quelle labbra vezzose,

che per simile cose

non venissi a mirar volonteroso.

Ridendo il tuo bel viso grazioso

dimostra alquanto e piccioletti denti

lattati e rilucenti

che paion di cristallo o d'ariento;

e disotto le labbra il gentil mento

con un foretto a forma d'una perla,

e la gola a vederla

in fra l'altre non par cosa mortale.

Tanto le membra tue belle e quale

rispondon tutte con gran gentilezza

all'onesta grandezza

come a leggiadra donna si richiede.

I' penso e guardo che dal capo al piede

in te non so veder nulla magagna,

né solo una compagna

ti truovo di bellezza in questo mondo.

Sento per fama che ben gite al fondo

dimolte son per lor bellezze isparte.

Non tutte, ma in parte

racconterò di quelle che si legge.

I' piglierò il fior della lor gregge;

ma sia qual vuol di lor leggiadra e degna,

tu porterai la 'nsegna

d'ogni biltà, e di virtù corona.

Almena fu leggiadra di persona,

bella di viso e di costumi ornata,

e Lucrezia lodata

fu di biltà, e la troiana Elèna.

Rinsuona al mondo la fama serena

d'Isotta e di Cornelia e di Medea

e di Pantassilea

e di Penelopè di biltà piena,

anco di Tisbe e sì di Pulisena,

di Fedra e d'Adriana e di Giuletta,

e d'Ero giovinetta,

e della vaga e bella Lionida

come si sente che lor fama grida,

di tutte queste e di più altre assai,

tu te ne porterai

d'Amore in sul trionfo lo stendardo.

Oh, quanto si richiede a te riguardo,

essendo di biltà tanto famosa!

Deh! voglia esser piatosa

della mie vita con amor fedele.

Ma se tu penserai l'esser crudele

quanto sta male a donna signorile,

se mai tu fusti umile,

la tuo biltà non ti metta in superba.

Altra ricchezza al mondo non si serba

dopo la morte, se non buona fama;

e chie la superbi' ama,

con suo dispregio ogni anima il proverba.

Non volere esser come Fedra acerba

ch'acconsentì d' Ipolito la morte;

non volere a tal sorte,

amando te, a mie vita por termine.

Drento al mie cor mi par sentire un vermine

che per amarti la vita mi rode;

mi veggo alle prode

come Leandro per seguitare Ero.

A te mi raccomando e in te spero.

Tu se' tutto il mie bene e 'l mie disio,

e in terra uno dio

a me tu se' dove 'l mie core adora.

Tant'esser può che mai trapassi un'ora

ch' i' non t'abbi nel core e nella vista,

quant'un'anima trista

può in etterna gloria possedere.

Or voglia tu quest'amor mantenere.