XXXIX. - In lode di bella donna
O glorioso, o trionfante Amore
che tutto l'universo hai 'n balia,
per la tua vigoria
la qual sommette a sé ogni valore,
tu se' di tutto general signore,
perch' alla forza tua non è rimedio:
dove tu pon l'assedio,
conviene in ogni loco abbi vittoria.
I' ho già 'nteso per alcuna storia
dell'aspre guerre che per te son fatte,
e simile disfatte
di mortal guerre in perpetue pace.
Non è nessuno in tanta contumace
che, se tu vuoi, che tu nol facci lieto.
I' penso per l'adrieto
com'i' parti' da te con tanto sdegno,
avendo al tutto la forza e lo 'ngegno
in me disposto di ma' più seguirti,
né volere ubbidirti
e, non che altri, me volere amare.
Ben mi credetti da te ribellare
avendomi tu fatto tale ingiuria,
che in su quella furia
arei la vita mia data in diposito,
e detto ch' è del mio fermo proposito
il quale avevo fatto in su quel punto,
che ma' più sare' giunto
d'alcuno amor, po' ch' i' n'ero scampato.
Lasso! ch' i' sono or più che mai legato
nelle tuo ferze, e più che mai suggetto,
e nel misero petto
sento mie core in una ardente fialma.
Le forze ho spente, e per partirsi l'alma
dal mio misero corpo ognora aspetta
per la crudel saetta
non aspettata qual mi diè Cupido.
Alzo le palme in ginocchioni e grido
a voi misericordia, o sacri iddei:
confermate costei
nel presente volere, e son contento.
Omè! ch' i' temo ed ho sì gran pavento,
per quel ch' i' veggo a tutte quante l'ore,
che 'l suo tiepido core
non si voglia scaldar d'un altro foco.
Vogliate conservarmi in questo loco,
o sacri iddei, e tu, graziosa Venere,
o sì disporre in cenere
presto mie corpo, se 'l disio manca.
I' sento tanto la mie vita stanca
ch'i' ho abbandonato ogni piacere,
e tutto il mio volere
è sol pensar di compiacer costei.
Se le vostre virtù mostrate in lei
pari di me, non vi chiegg'altro dono:
el più contento sono
che fussi mai d'Amore, e più non bramo.
Or lascio voi, e a costei ch' i' amo
mi volto con benigna riverenza,
e alla sua presenza
mi raccomando con pietosa voce.
Alma gentil, nella tuo chiara foce
l'ancora gitto e qui fermo il mie legno,
e 'n sulla gaggia il segno
del mio volere aperto t'ho spiegato.
Non sono a te da fortuna guidato,
ma da pronto voler per la tuo fama,
la quale ogni cor chiama
a 'nnamorarsi delle tua bellezze.
Giugnendo a te, le tua piacevolezze
e' leggiadri costumi e' dolci sguardi,
avvelenati dardi,
son suti a me, che m' han ferito il core,
e son venuto servo di signore,
e di tal servitù contento sono,
pur che sì fatto dono
fortuna o 'nvidia non me 'l voglin tôrre.
La forza non varrebbe a me d' Ettorre
né di Sanson né del feroce Achille,
s'Amor d'altre faville
in te volesse nuova fiamma accendere.
I' priego sol a te, che puoi difendere
col tuo voler la mia dubbiosa sorte,
pur che costante e forte
tu mi conservi la promessa fede.
Come regnare in te chiaro si vede
virtù e sapienza e carità,
in te stabilità
di quest'altre virtù sie fondamento.
Alma leggiadra, al mio proponimento
avendo detto quel che vale e tiene,
ora mi s'appartiene,
volendo questa lalda esser più degna,
trattar di tuo biltà, sì come insegna
tu se' d'ogni virtù e leggiadria,
ché certo par che sia
in ciel criata tuo degna figura.
Oh, veramente mai fece natura
quaggiù in terra un'anima vestita
di bellezza infinita
senza macula alcuna in sé trovare.
I' guardo e penso in particulare
le tua leggiadre membra d'assortire
e per ordine dire
quanto richiede della lor bellezza.
La prima cosa in cima dell'altezza
del tuo leggiadro corpo, o chiara stella,
si è la trezza bella
che paion fila d'oro crespe e bionde.
Muove da loro una luce ch'asconde
e occupa la vista più che 'l sole
a chi mirar gli vuole
essendo occulti ne' legami involti.
In sulle spalle poi vedergli isciolti
paion razzi di sol piover dal cielo,
e sì bianco ogni pelo
che 'l candido par bruno allato a questa.
È poi di sotto la spaziosa testa,
lucente più ch'una leggiadra spera,
d'ogni bellezza intera,
che sol pensando è una maraviglia.
Come diparton ben le vaghe ciglia
che paion duo razetti di fin oro!
Quivi sotto è 'l martoro
che par che nel mie cor saette fiocchi.
Oh, i' non vidi mai e più begli occhi
con uno sguardo di tal contenenza,
con soave presenza,
che quando gli alzi pare el paradiso.
In mezzo in fra le luce nel bel viso
si vede tanto ben proporzionato
il bel naso affilato
che signoreggia duo 'ncarnate rose,
pulite e belle tue guance amorose,
che paion latte e sangue nette e pure,
sanza porvi misture,
naturalmente lucide e gentile.
Al mondo non sarebbe cor sì vile
che a veder quelle labbra vezzose,
che per simile cose
non venissi a mirar volonteroso.
Ridendo il tuo bel viso grazioso
dimostra alquanto e piccioletti denti
lattati e rilucenti
che paion di cristallo o d'ariento;
e disotto le labbra il gentil mento
con un foretto a forma d'una perla,
e la gola a vederla
in fra l'altre non par cosa mortale.
Tanto le membra tue belle e quale
rispondon tutte con gran gentilezza
all'onesta grandezza
come a leggiadra donna si richiede.
I' penso e guardo che dal capo al piede
in te non so veder nulla magagna,
né solo una compagna
ti truovo di bellezza in questo mondo.
Sento per fama che ben gite al fondo
dimolte son per lor bellezze isparte.
Non tutte, ma in parte
racconterò di quelle che si legge.
I' piglierò il fior della lor gregge;
ma sia qual vuol di lor leggiadra e degna,
tu porterai la 'nsegna
d'ogni biltà, e di virtù corona.
Almena fu leggiadra di persona,
bella di viso e di costumi ornata,
e Lucrezia lodata
fu di biltà, e la troiana Elèna.
Rinsuona al mondo la fama serena
d'Isotta e di Cornelia e di Medea
e di Pantassilea
e di Penelopè di biltà piena,
anco di Tisbe e sì di Pulisena,
di Fedra e d'Adriana e di Giuletta,
e d'Ero giovinetta,
e della vaga e bella Lionida
come si sente che lor fama grida,
di tutte queste e di più altre assai,
tu te ne porterai
d'Amore in sul trionfo lo stendardo.
Oh, quanto si richiede a te riguardo,
essendo di biltà tanto famosa!
Deh! voglia esser piatosa
della mie vita con amor fedele.
Ma se tu penserai l'esser crudele
quanto sta male a donna signorile,
se mai tu fusti umile,
la tuo biltà non ti metta in superba.
Altra ricchezza al mondo non si serba
dopo la morte, se non buona fama;
e chie la superbi' ama,
con suo dispregio ogni anima il proverba.
Non volere esser come Fedra acerba
ch'acconsentì d' Ipolito la morte;
non volere a tal sorte,
amando te, a mie vita por termine.
Drento al mie cor mi par sentire un vermine
che per amarti la vita mi rode;
mi veggo alle prode
come Leandro per seguitare Ero.
A te mi raccomando e in te spero.
Tu se' tutto il mie bene e 'l mie disio,
e in terra uno dio
a me tu se' dove 'l mie core adora.
Tant'esser può che mai trapassi un'ora
ch' i' non t'abbi nel core e nella vista,
quant'un'anima trista
può in etterna gloria possedere.
Or voglia tu quest'amor mantenere.