XXXIX. L'INVITO A NICE, PER LE FESTE NOTTURNE DEL PRINCIPE BORGHESE.

By Vincenzo Monti

Dunque sempre stancar l'avide ciglia

Vorrai di Giulia su le carte, o Nice?

E tanta al cor pietade ti consiglia

Questa bella dell'Alpi abitatrice?

Non biasmo io già la brama che ti piglia

Di saper quanto avvenne a l'infelice:

Duolmi solo, o crudel, che i pensier tui

Non cangi ancor coll'esempio altrui.

Lascia l'amara istoria, e cerca alquanto

Fra men lugubri idee calma e diletto.

Potrai dimani seguitar col pianto

La sventurata al nuzial banchetto,

E mirar come in lei pugni frattanto

Di consorte e d'amante il doppio affetto;

Mentre di qualche lagrimosa stilla

Tu bagnerai, leggendo, la pupilla.

Or ad altro io ti chiamo; or che il cortese

Espero amico e le stelle cadenti,

Lasciando le diurne opre sospese,

Persuadon la veglia ed i contenti,

Laddove il liberal Genio Borghese

Operator di splendidi portenti

Offre al guardo di Roma in bel giardino

Spettacolo giocondo e pellegrino.

Taccia chi gli orti e il lucido castello

D'Armida esalta e d'Alcina fallace;

Chè d'essi alcun non era così bello,

Lodovico e Torquato, in vostra pace:

Nessun li vide, e sol l'ascrèo pennello

Li pinge altrui per quello che gli piace.

Qui d'ognun l'occhio è giudice sincero,

Nè può la lode recar onta al vero.

Vieni: del fiume le propinque rive

Ardon di faci che fugata han l'ombra.

Vieni; e dal core omai le intempestive

D'onor mal noto gelosie disgombra.

Le maggiori del Tebro inclite dive

V'accorron tutte: e tu d'orgoglio ingombra

Di queste in compagnia ti lagnerai,

Se alle ninfe minori immista andrai?

Felice età dell'oro, in cui non anco

Di precedenza il nome si sapea!

Sul cespo istesso allor posare il fianco

Questa ninfa si vide e quella dea,

E su l'erba con piè libero e franco

L'una con l'altra carolar godea.

Perì sì bel costume, e nelle cose

Il fasto poi la differenza pose.

La prima volta il nome udissi allora

Suonar di cavalier di cittadino:

Surse il mutuo disprezzo, e spinse fuora

Chi minor fu di sangue e di destino:

Passò di ceto in ceto, e giunse ancora

La bassezza a tentar del contadino.

Così disparve l'uguaglianza bella,

E di lei non si seppe più novella.

Ma dell'uman costume il vario errore

Tu conosci, o mia Nice, a parte a parte.

Della tua Giulia il caro precettore

Suol di queste vicende ammaestrarte,

Quand'egli di Valais fra il meto orrore

D'alta filosofia sparge le carte.

Quindi che tutto è pregiudizio intendi,

E ad esser dotta e non superba apprendi.

Pur se temi che qui la femminile

Vana alterezza ne ritragga offesa;

Chè del secolo è d'uopo alla servile

Legge piegarsi e conservarla illesa;

Depon la gonna, e in abito gentile

D'imberbe giovanetto t'appalesa;

Togli all'orecchio quelle gemme, e annoda

Le bionde trecce in ondeggiante coda.

Batavo lin sul petto in due si fenda,

Sul petto che in ogni cor pone in periglio;

Coprati il capo un cappellin che stenda

Una dell'ale sul confin del ciglio:

E scuoti indica canna da cui penda

Fiocco alla moda del color del miglio:

Fingi poscia l'andar, che dal Tamigi

Sembri stranier venuto o da Parigi.

Ma vano è il mentir veste e portamento,

Chè il tuo bel volto non terrassi ascoso.

Su te dal capo al piede e cento e cento

Vedrai fissar lo sguardo curioso;

Ed il vetro accostare all'occhio attento

Per ravvisarti l'abatin vezzoso,

Che me scorgendo poi tuo condottiero

Dirà — guarda d'Euterpe il cavaliero. —

D'insolito piacer tutto agitarse

E della giunta tua beltà far fede

Vedrai frattanto il loco, e rinfiammarse

L'aria dovunque tu rivolgi il piede;

E dall'onda con trecce umide sparse

Anch'essa uscir la Naiade che siede

Custode al fonte che nell'ampia vasca

In larga pioggia zampillando casca.

Mille repente incontro ti verranno

Silfi leggiadri e silfidi, che snelle

Nel bel recinto svolazzando vanno

Con dolce gara in guardia delle belle.

Molti all'ingresso ad aspettarti stanno,

Che li prevenne il tuo fedele Arielle;

Famoso silfo, che per tua ventura

D'amor nel regno la tua sorte ha in cura.

Nobile è il suo natale, e sesso e volto

Egli ebbe pria di donna di capriccio:

Servì Belinda sul Tamigi, e molto

Pianse con essa sul rapito riccio:

Passò quindi alla Senna; ed ivi avvolto

Stette gran tempo in qualche affan massiccio,

Poichè fur tosto al suo pensier fidate

Le tolette più illustri ed onorate.

Ma sazio poi della follía francese,

Degl'incostanti ed affettati amoti,

Venne errando in Italia; e più d'un mese

Passovvi inoperoso e senza onori.

Qui alfin, mia Nice, a custodir te prese,

Le tue fettucce i nèi le spille i fiori;

E a' suoi fratelli ei diede ora avvertenza

Di star pronti di Nice all'accoglienza.

Son dugento e non più li destinati

Dal sollecito Arielle a starti appresso.

Gli altri volano in altro affaccendati,

Chè tutti non han poi l'uffizio istesso.

Parte nei grandi lampadar gemmati

Veglia in difesa d'ogni rio successo,

Cauti osservando che incivile assalto

D'aura le cere non ammorzi in alto.

Parte la luce in tondi vetri e tersi

Di colorate linfe orna e recinge;

Essa passando per gli umor diversi

Ne rapisce i colori e in lor si tinge,

E or verdi o rossi ed or turchini o persi

Soavemente all'occhio li sospinge.

Parte su vaghe seriche pitture

Scherza intorno a ridevoli figure.

Altri d'aspetto placidi e modesti

Seguon donna gentil dolce di volto,

Dolce d'occhi e d'accenti e in negre vesti

Per la cognata che gli Dei le han tolto.

Tali gli Amori un dì confusi e mesti

Per le vie d'Amatunta in drappel folto

Seguìan vestita a bruno Citeréa,

Che sull'estinto Adon egra piangea.

Altri, e sono i più destri, intorno stanno

Assistenti a danzar con gelosìa:

Bòccoli e piume assicurando vanno

Con lunghe spille ovunque d'uopo ei sia,

Onde le ninfe nel saltar che fanno

Non le sforzino a uscir di simmetria:

Quale ha in cura i pendenti, e qual sul petto

Si riposa di fior sopra un mazzetto.

Ma che pro, se non ponno il lusinghiero

Sguardo impedir d'un periglioso amante?

Se una parola un riso menzognero

È spesso i cuori a scompigliar bastante?

Se il sangue si conturba ed il pensiero

Ad un infido a una rival davante?

Se uno strigner di man talvolta impegna

In nuovi lacci e a scior gli antichi insegna?

Tu non per questo ricusar la danza,

Chè il ricusarla può dolerti assai.

Forse qui mesti e privi di baldanza

I traditi amatori incontrerai:

Non degnarli d'un guardo, e fa' sembianza

Di non averli conosciuti mai:

Pietà non merta chi fedel pretende

Una beltà d'amor nelle vicende.

Io lo so, chè sul fiume Eridanino

Tai cose m'insegnò prima Amarille:

Accolto poscia sotto il ciel latino,

Un'altra volta le imparai da Fille.

E se palese or leggo il mio destino

Nel raggio ingannator di due pupille,

Apprenderò tra poco anche da Nice

Che bella e insiem costante esser non lice.

Ma non sperar ch'io poi pianga, o crudele,

Il danno di trovarti alfin spergiura:

Il danno sarà tuo, che un cor fedele

Perdi, e solo di me fia la ventura.

Rompere non m'udrai colle querele

Gli alti silenzi della notte oscura;

Ch'io tranquillo e col piè senza catene

Farò ritorno in Pindo alle Camene.

Io voglio di coturno allor calzarmi

E d'altro serto cingermi la fronte,

Chè sazio io son di pastorali carmi

E dei mirti di Flacco e Anacreonte.

Di me maggiore io già divento; e parmi

Che d'Ippocrène si dilati il fonte,

Parmi che cresca la montagna e metta

Vicino al sole la superba vetta.

Corbi di Pindo, che d'invidia macri,

Disonor del santissimo Elicona,

Mordete i cigni con rostri empi ed acri,

Come il villan desío vi punge e sprona;

Tentate indarno di strapparmi i sacri

Lauri che al crin mi fanno ombra e corona.

So che inerme mi dite, e sol dell'arco

Sol della lira altrui sonante e carco.

Ma se inferma è l'etade ed il consiglio,

Il tergo è armato di robuste penne;

Nè fia ch'indi le svella il vostro artiglio,

Che temerario a minacciar mi venne.

Con queste il petto mio l'urto e il periglio

Spesso affrontò dei venti, e lo sostenne;

E con queste varcar più in alto io spero

Al crescere degli anni e del pensiero.

Benchè or vana è la speme, or che assiso

Stommi con Nice d'un bel mirto al rezzo,

Dannato d'un sospiro o d'un sorriso

A bilanciar minutamente il prezzo.

Nè fra' mendaci incanti d'un bel viso,

A tante fole a tanti nulla in mezzo,

Sciorre m'è dato sull'ascrèe pendici

Un canto degno de' Borghesi auspìci.

Magnanimo signor, di versi eletti

Io largo dono, se nol sai, ti deggio.

Tu le fresc'ombre de' Pincian boschetti

Schiudi al mio dolce vespertin passeggio

Io spesso fra i grati ermi ricetti

Cultor romito delle Muse io seggio,

L'estro invocando che col suon dell'onda

S'ode cheto venir tra fronda e fronda.

Io canto: e allor si fermano a sentire

Gli augei su i rami, e le dee boscherecce;

Da questo e da quel lato per udire

Traggono il viso fuor delle cortecce;

E senza paventar gli assalti e l'ire

Dei Fauni arditi lisciansi le trecce,

Dando grazia al signor prima del loco,

Poscia al poeta che le desta un poco.

Ma torneran confuse a rinserrarsi

Dell'albero natío dentro la tana,

Quando vedran dalla città versarsi

Cocchi e destrier per tutta la pinciana,

E trascorrere fremere affollarsi

La popolosa gioventù romana

Laddove in teatral circo il piacere

S'offre in vaghe moltiplici maniere.

Questo nel largo nobile girone,

Che saldo nel terreno il perno innesta,

Va d'un destrier di legno a cavalcione

Sospinto a cerchio da man forte e presta:

Le frecce al fianco ha nel turcasso; e pone

Attentamente la sua lancia in resta,

Ed or infilza i discendenti anelli,

Or vibra il dardo in sferici cartelli.

Chi monta sopra una capace barca

Che da due tronchi ciondolando pende,

E d'allegra brigata ingombra e carca

Da poppa a prora or sale in alto or scende:

Chi sopra il raggio d'una rota varca

Rapido all'aria e penzolon la fende,

O la persona d'equilibrio tolta

Va roteando in vaga giravolta.

Tal forse, ma serbata ad altro uffizio,

È nell'inferno d'Ission la rota,

Che laggiù per altissimo giudizio

Non fia che resti un sol momento immota:

Folle! che tenta violar l'ospizio

Di Giove, e non sa come egli percota:

Vittima ei giacque degli eterni strali:

Imparate pietà quinci, o mortali.

Ma mentre io parlo, tu i virili arnesi

Già vesti, o Nice, e un damerin già sei.

Andiam: nei nuovi vestimenti presi

Quanto splendi più bella agli occhi miei!

Andiam: tu sempre coi pensieri intesi

A tramar frodi a guadagnar trofei,

Cercherai negl'inganni e nell'amore

Al deluso tuo vate un successore.

Ed io, se grazia un bel desire impetra,

Farò di più sublimi idee tesoro,

Onde questo emendar su miglior cetra

Mal affrettato aganippèo lavoro,

Ed il gran Genio di Borghese all'etra

Alzar sull'ali d'un bell'inno d'oro;

Genio che ogni altro avanza e signoreggia,

E qual di Cassio e d'Adrian pareggia.