XXXIX
Del mese di settembre il terzo giorno
fei col Sigonio, vaso di dottrina,
gran caldo essendo, a Modena ritorno;
dove la saggia e nobil Carandina
Dalida, c'huopo in ciò non ha di sproni,
i termini passò ne la cucina.
Che di starne e di quaglie e di caponi
lunga e larga cargò tutta egualmente
la mensa e d'ortolani e di pavoni.
L'altre vivande non mi stanno in mente,
basta che, bonis avibus,il nostro
viaggio cominciò felicemente.
Ond'io, che vuo' con penna e con inchiostro
di parte in parte a voi farlo palese,
l'augurio preso il primo dì vi mostro.
L'altra mattina un pezzo in van si attese,
che la porta s'aprisse, al fine usciti
verso Reggio la strada il cocchier prese;
né fummo a pena mezo miglio giti,
che per timor di qualche strano caso,
disse meco il Sigonio: “Hor Dio m'aiti”,
che un guardian di casa sua rimaso
correa gridando forte: “aspetta, aspetta”,
già molle di sudor la fronte e il naso.
Io subito fermar fei la carretta
ma giunto il servitor, s'intese ch'era
ciò nulla, onde il camin seguimmo in fretta.
E Secchia tra Marzaia e tra Rubiera
passata, in Reggio si disnò col Buoso
gentil, c'ha l'arte in far banchetti vera.
Disnato, senza star punto in riposo
di Reggio usciti, e volti a destra mano,
si giunse al Po superbo e minaccioso;
cui di passar solecitando in vano
i barcaroli, e già la notte vista
vicina, e che il cocchier volea gir piano,
a Sabbioneta correr Giambattista
fei tosto, per tener la porta aperta,
seguendo in tanto noi con mente trista.
Che trovata la via torta e coperta
d'arbori densi, e fra quattro confini
e solitaria, per non dir deserta,
timor s'havea d'alcuni malandrini,
ch'assassinati havean pur dianzi dui
mercanti, e morti ascosi in fra gli spini.
Tanto più, che un villan s'era con nui
spontaneamente offerto di venire
a farci scorta per quei lochi bui.
E venuto gran pezzo più seguire
non volse, anchor che assai fosse pregato,
dicendo: “altrove io son constretto a gire”.
E esser già potendo dilungato
mezo miglio, sentissi un'archibuso
da lunge che sembrava un cenno dato.
Talché ciascun di noi mesto e confuso
ne gia, che sol tra sette quattro spade
haveamo e corte più del commun'uso.
E del nostro camin le dritte strade
smarrite, mi battea nel petto il core,
come sapete che in tai casi accade.
Quando al fin tra le quattro e le cinqu'hore,
di Sabbioneta giunti a l'ampie mura,
scacciò ciascun da se lieto il timore.
Ma l'aria d'ogni'ntorno essendo oscura,
il Castellan, che quasi in fino alhora
aspettati ci havea, con somma cura,
vista di tanto esser passata l'hora
del giugner nostro, gir volendo in letto,
levato il ponte, noi serrò di fuora.
Onde con gli altri tutti a quel laghetto,
dove Messer Francesco in compagnia
guidovvi a caccia, fui di gir constretto.
Sapete che non è quivi hostaria,
né betola, che tetto e strame almeno,
non ch'altro, a forestier che passi, dia.
Quivi tratto a i distrier già stanchi il freno,
per dar lor da mangiar non fu trovata
festuca né di paglia né di fieno.
Ma del Phisico a sorte una cognata
v'era, e ci accolse con maniere humane,
benché sia cieca, ma però turbata,
non si trovando vino haver, né pane,
che da la terra, indi lontana poco,
se lo facea portar sera e dimane.
Ma i suoi villani desti, e in più d'un loco
mandati, si trovò per le contrate
pan, vino e biada, e strame a poco a poco.
Poi con salame freddo, uova e frittate
e altre cose, c'haveam nosco in tasca,
si cenò motteggiando e in libertate.
Noi poscia in boni letti, et a la frasca
ster gli altri adagio, onde in seconda e lieta
fortuna, si cangiò quella borasca.
Subito, apparso il giorno, in Sabbioneta
volse entrar Messer Carlo, e trovò quella,
soggetto degno d'ogni gran poeta;
perché difuora e dentro in esser bella,
di molto avanza per tutte le lande,
le città de i Lombardi e le castella.
Anchor che a molte ceda in esser grande
qui Messer Paulo e il suo Messer Francesco
con vini ci assaliro e con vivande.
Onde senza che alcun sedesse a desco
bocconeggiando andò ciascun di noi
capone havendo in man, torta e pan fresco.
Giunti a la Motta indi a sett'hore poi
si stette a pranso in un picciolo hostello,
che parea stanza d'asini e di buoi.
La sera in casa poi del buono e bello
Dottor Mainoldo fummo sì gentile,
che dir si può tra gli huomini un gioiello.
A paragon di lui reputo vile
ogni altro, essendo in un severo e lieto,
e ne le leggi sue dotto e sottile,
nel conversar benigno e mansueto,
lauto e cortese gli hospiti raccoglie,
ridente in faccia ogni hor, dolce e discreto.
Ma che direm de la sua nobil moglie,
colma d'alto valor, d'alta prudenza
e c'ha sol volte a Dio tutte le voglie?
Che de' suoi figli senza vitio e senza
giovenil cura di virtù dotati,
di bei costumi e di real presenza,
talché il lor padre può tra i più beati
padri esser posto, e dirsi più felice
c'habbia sì d'ogni dote i figli ornati?
Che direm di quell'unica Phenice
sua figlia, honesta, e fior d'ogni bellezza
ben degno germe di cotal radice?
Ma non essendo la mia Musa avvezza
d'alzarsi a par del gran soggetto altero,
ritorna a quella usata sua bassezza.
Non fu Chiesa in Cremona, o monastero
da noi non visto, e stemmo assai col saggio
vescovo di bontade essempio vero.
S'haver gioia e diletto in far viaggio,
suol grata compagnia, pensate ch'ivi
se n'hebbe a staio colmo e da vantaggio,
d'ogni pensier noioso in tutto privi,
sendo quei gentil'huomini cortesi
verso ogni forestier, grati e festivi.
E in spetie il gentil Somma, e quivi spesi
quattro e più giorni, l'hospite ci tenne
con tal piacer che ugual giamai non presi.
Un certo Cavalier, pazzo solenne,
rider ci fe' l'ultima sera in guisa,
che da seder levarsi ogniun convenne
Sul saio, e su la cappa a la divisa
sì stranamente havea più d'una croce
c'Heraclito crepar farian di risa.
Cantando havea sì contrafatta voce
che d'Orlando smarrito havria il cavallo
fatto fuggir di là dal mar veloce;
accompagnava con la voce un ballo
c'havea proportion proprio col canto
com'ha proportion l'asino e il gallo.
Ma vuo' posarmi, o gentil Sasso, alquanto
poi doman tornarò forse in persona,
per dirvi il resto, ch'è tre volte tanto.
Partiti che noi fummo da Cremona
l'honor supremo che al Sigonio fece
Crema, Lodi, Melan, Bressa e Verona,
contar non si potrebbe a pieno in diece.
Continui giorni, ciò dunque lasciando
solo il piacer dirò di questo in vece,
son vostro in tanto, a Dio, mi raccomando.