XXXIX
Lasso, perché nel cor mentre ragiona
Cose diverse e tante,
Che memoria n'è stanca e ne vien meno
Amor non lenta il freno
A la lingua, che timida e tremante
S'arresta allor ch'ei più mi sferza e sprona?
Perché quando dal seno
A forza il cuor conquiso
Svelto sen corre al viso,
Di morte a dispiegar l'ultima insegna,
Di far chiaro il suo mal pur non s'ingegna?
Oh, se d'ardir non mi rendesse ignudo
Chi l'alte fiamme e vive
Desta, e gel poi mi lascia in faccia a lei!
Forse ch'umil farei
Empia tigre parlando, o qual ne vive
là ne l'arida Libia angue più crudo;
E forse anche vedrei,
Mentre che da quest'occhi
Vien che più il duol trabocchi,
Il freddo marmo che mi strugge e infiamma
Sentir, se non d'amor, di pietà fiamma
Ma virtù muove da l'alpestre pietra
Che, se il dolor mi sforza
E di molti miei mali a dirle un prendo,
Freddo ghiaccio, scorrendo
Per le fibre, ogni ardor raffredda e smorza
E dal primo voler l'alma s'arretra;
Ond'io così tacendo
Rimango in vista come
Del Gorgone a le chiome
Altri divenne, o lei che sasso cinse
Quando l'arco del ciel suoi germi estinse.
E le voci a cui il cor, sotto l'incarco
Del grave duol, l'uscita
Cercava aprir, per sé far noto altrui,
Riedon più amare in lui
L'ascosa a rinfrescar alta ferita,
O restan de le fauci al primo varco;
Ond'io non so di cui
Dolermi in quell'errore
Deggia se non di Amore,
Ch'a tal mi ha giunto, e poi d'ardir mi spoglia,
Perché sia senza par l'aspra mia doglia.
Per conforto talor l'alma rimembra
Questo o quell'altro esempio
De gli alti abissi, e rinvenir non vale
Che pareggi il suo male
Fra mille di là giù più fero scempio;
Non chi a vorace rostro offre le membra,
Non chi discende e sale
Tutto affannato e lasso
Dietro al volubil sasso,
Vien che del suo martir taccia e non gride,
O di chieder mercé tema e diffide
Canzon, qui meco ad aspettar rimanti
Quella che non è lunge,
E a lei, tosto che giunge,
Di' ch'a sì caldi prieghi ingrata e sorda
Sciolse tardi lo stral da l'empia corda