XXXV. - Lamento d'amore

By Bernardo Giambullari

Dappoi che la fortuna pur mi caccia

e tiene in tanta asprezza la mie vita

ch'i' non conosco più qual sia bonaccia,

per disperato vo' far dipartita

e gir correndo drieto a chi mi fugge,

cioè la morte, che mi sare' vita.

Po' che ogni piacer mi torna in ugge

e ma' più non ispero d'aver bene,

a ciò pensando, il cor mi si distrugge.

Veggomi rovinato in tante pene,

e rovinar mi veggo ognora in giù,

privato delle luce alte e serene;

e non ispero in verità che più

cosa del mondo rallegrar mi possa,

né mai ritorni al tempo che già fu.

Ben che la mente sia tonda e grossa,

comincio quel non so se poi seguire

lo saperrò, o s'io n'arò la possa.

Ma pur gran volontà arei di dire

alcuna cosa se 'l mie basso ingegno

all'empia voglia mia potrà servire.

Ben ch' io conosco di non esser degno

di metter me nel numero di tanti

ch' hanno seguito il tuo leggiadro segno,

o glorioso Amor, dio degli amanti,

volgi in ver me e tu' occhi piatosi;

abbi piatà de' mia amari pianti.

I' son privato di tutti e riposi

e di tutti e piacer, po' che fortuna

ha tolto a me quegli occhi gloriosi.

I' non credo che sia sotto la luna

el più leggiadro e 'l più pellegrin volto

nel quale ogni bellezza si raguna,

dove natura mise ingegno molto

a dificare una cosa sì degna

dalla quale i' mi veggo ischiuso e sciolto.

Tutte le gentilezze in costei regna

che regnar può in criatura umana,

onesta vaga graziosa e benigna

Leggesi di Medea e d'Adriana,

di Tisbe, e di Lucreza e sì d'Elena,

di Pulisena, la bella troiana;

d'Isotta e di Cornelia, anco d'Almena

che fu sì bella e sì maravigliosa

che Giove fe' legar con suo catena;

della Pantassilea tanto famosa

si legge ancora e di più altre assai:

costei l'avanza tutte in ogni cosa

Non credo che nel mondo fussi mai,

né sia né mai sarà cosa sì bella

quant' è costei che tien mie vita in guai.

Vo' cominciare alla trezza isnella

per dire in parte delle suo bellezze

lucenti più che la diana stella.

Di fila d'oro paion le suo trezze

con un colore angelico di perla

disceso giù dalle superne altezze.

È la spaziosa fronte lustra e bella

co' dua archetti delle vaghe ciglia:

sotto ciascuno una lucente stella.

El naso in mezzo la suo parte piglia

né più né men, se non quel che gli tocca,

a punto tale ch' è una maraviglia;

e la pulita bella e gentil bocca,

co' denti bianchi che paion d'avoro

d'un pezzo in sene, sì l'un l'altro tocca;

e le vermiglie labbra al par di loro

che quando ride pare el paradiso

che mostri drento tutto il suo bel coro;

e 'l mento tondo, fesso e non diviso,

con un foretto a forma d'una perla,

come propio richiede il suo bel viso;

e la candida gola isvelta e bella

sì ben risiede fra le spalle e 'l petto,

che mai non vidi una simile a quella;

e nel leggiadro sen per più diletto

le dua mammelle più bianche che neve,

che mi fan consumar: quest' è l'effetto.

Più giù non dico per parlar più brieve

e per non discoprir quel ch' è coperto:

per onestà lo lascio, ed èmmi grieve.

E tutte la suo membra, chiaro e certo,

furon formate su nel paradiso;

po' fue in terra si bel dono offerto.

Sì bello aspetto e sì leggiadro viso

i' nol vorrei giammai aver veduto

avendomi già tanto il cor conquiso.

Forte mi duole el tempo ch' ho perduto,

ché tanto sono istato in isperanza

che sì bel dono a me sie conceduto.

Non amerò ma' più nessuna manza,

ma per silvaggi boschi la mie vita

dell'erbe gusterà la lor sustanza.

Disposto son di far tal dipartita

e gire in lato che mai criatura

potrà sentir di me la mie finita.

Dell'aspre fiere non arò paura;

anzi farommi di lor compagnia

cercando in ogni valle ombrosa e scura.

E così finirò la vita mia.

Colpa di chi m' ingenerò nel mondo

che potea far la mi' alma giulìa.

E dopo morte i' spero nel profondo

mi' alma vadi innell'etterne pene,

le qua' saranno a me galdio giocondo,

e sia legata da quelle catene

colle qua' Cervero ha legati tanti

che per amor soli fuor d'ogni lor bene.

Disidero d'entrar fra tutti quanti,

e fiami grazia quanti più martiri

potrò avere in que' rigidi pianti.

Omè che 'l cor mi si strugge in sospiri

rinforzandomi ognor la crudel pena,

e bramo morte che seco mi tiri.

Tremando sudo sangue d'ogni vena,

tanto mi duole el partirmi da quella

alma leggiadra lucida e serena,

benigna, graziosa onesta e bella.

E non mi dolgo già della suo parte:

ringrazione ciascun per amor d'ella.

Nessun m' ha tolto l'operar tal arte

a far che lieta fussi la mie vita:

resurto è qui di sopra in queste carte.

Domandoti merzé, alma gradita,

e se mai ti falli', chieggio perdono;

sin alla morte, e dopo mie finita,

tuo servidor sarò leale e buono.