XXXV
In quella parte, dove i miei pensieri
Miran quegli occhi vaghi, anzi quel sole,
Che scorge al glorioso fin la gente,
Convien che le dolenti mie parole
Per forza pieghi, avenga ch'io non speri
Trovar parlando posa al cor dolente.
Divina luce, che sì dolcemente
Mia vita ardendo, al foco mi consumi,
A te rivolgo tutti i miei sospiri:
Et se pur dai martiri
Non mi dan pace o triegua quei bei lumi,
Più misurata guerra al cor si faccia:
Quelle spietate braccia,
Ond'io cotanto oltraggio ancor sostegno,
Apra s'io ne son degno,
La natural bontà, che dal ciel hai,
Commossa da pietà di tanti guai.
Quello infinito ben, di che io ragiono,
Et quell'alta speranza che indi nasce,
Gli spirti invola nel parlar ch'uom face:
Talché l'alma ingannata allor si pasce
D'ombre soavi, che raccolte sono
Nel cor, che disiando ognor si sface:
Così si annoda la mia lingua et tace,
Che volea dir della mia acerba vita;
Et di bontade or parla et di salute,
Sì forte è la virtute
Di quello alto subietto che la invita,
Che ragionando eterno ne divento.
Nel ben passato io sento
Il mal presente, et me medesmo oblio;
Et morto è quel disio,
Che m'avea scorto a lamentar del foco,
Che mi va consumando a poco a poco.
La meraviglia del crudel mio stato,
Che dolcemente vien da dolce parte,
Fa che il mio mal non creda chi l'ascolta,
Benché il parlar sia certo in mille carte.
O mio soccorso tanto disiato,
Per voi, mirate quanto l'alma è involta
E stretta sì, che mai non fia più sciolta,
Se non rompe la man che già la prese,
Quella catena d'oro, ove la stringe.
L'angoscia che dipinge
A color' tanti le mie guance accese,
Et chi m'affredda in un punto et scolora
Trapassa ad ora ad ora
L'usato sì, che il fin spero da poi.
So ben ch'altri che voi
Del mal, che m'invaghisce et che m'incende,
Né la cagion né le parole intende.
Et per più doglia so che stella cara
Dispone gli atti vostri, et che Natura
Vi fece umana et di pietate amica.
Quel vago impallidir, che il fronte oscura,
E il subito infiammar, dove s'impara
Morire et ritornar, vie più m'intrica.
Lasso, a me non val, dolce nemica.
Né forza di pianeti, o d'altre tempre,
Né cangiar quei bei lumi, ond'io tutto ardo.
Se l'amoroso sguardo
In voi accogliete, perch'io mi distempre
Si, che io ne mora senza aver mercede:
Et sete di mia fede
Accorta, nel mio fronte il cor mirando:
Così m'ha posto in bando
D'ogni sperar costei del ciel Sirena,
Che a forza con suoi sdegni alfin mi mena.
Io veggio ben, ch'io non son degno a tanto
Se non soccorre vostro alto valore,
Alma gentil, che nei miei detti onoro:
Beltà scesa dal ciel perdona al core;
Et, per Dio, scusa l'anima che alquanto
Trasporta il gran disio, quando m'accoro:
Ardo in un punto e agghiaccio, vivo et moro,
Mentre che sospirando tu sorridi
In guisa che visibilmente impetro:
Amor poi ch'io mi spetro,
Giugne al felice duol più nuovi stridi,
Et qui fra il troppo lume vengo meno:
Né posso in mano il freno
Tener della ragion, cara mia luce,
In tanto mi conduce
L'angelica belleza, e il bel cordoglio,
E il mio giusto dolore ove io non voglio.
Se per destin, canzone, o per pietate
La man leggiadra, e sopra ogni altra bella,
La qual prende a diletto i dolor miei,
Ti porgerà colei,
Che il mio cor volge in questa parte e in quella,
Dilli, per che toccarla a me non lice,
Et poi, lasso infelice,
Mira l'alta eccellentia che m'uccide,
Che mal per me si vide
Il fronte, il viso, et quella bionda treza,
Poi che mia morte fan di sua belleza.