XXXV

By Guittone d'Arezzo

O bon Gesù, ov'è core

crudel tanto e spietato,

che veggia te crucciato

e non pianto porti e dolore?

O bon Gesù, non è ragion che doglia

(né allegri giammai chi non dole ora),

poi 'ntende la tua dogliosa doglia

e manifesta vedela in figora?

Ahi, come non dole omo o non cordoglia,

ove dole onni fera creatora?

Piansero, lasso! , le mura

e cielo e terra, ah! , dolore

del bon signor lor mostrando;

noi ne gim quasi gabando:

tanto è fellon nostro core!

O ben Gesù, miri catono

quanto è ragion di te doler corale!

Tu primo omo facesti ad onni bono

ricco, franco, sano e non mortale;

esso, non te pregiando e tu' gran dono,

a la gran peca sua fu messo a male.

Misero fatto e mortale,

vivendo e morendo a tristore,

poi mort'è legato in inferno,

ove seria stato in eterno,

demoni lui possessore.

O bon Gesù, tu troppo amando,

la carne nostra, vil tanto, prendesti;

scendesti a terra, noi a ciel montando

e, facendo noi dii, om te facesti.

Riccor, onore, gioia a noi donando,

povertà nostra e ointa e nòi prendesti;

e prender te permettesti,

de pregion mettendone fore;

sputo, fragelli e morte

laida prendesti traforte,

vita noi dando tuttore.

O bon Gesù, tu creatore

dei nostri padri e nostro; e tu messere

di vertù, di savere e di valore,

di soavità, di pregio e di piacere,

e d'onni nostro ben solo datore;

conservator, for cui chi più val pere,

in cui compiuto savere

larghezza somma e riccore,

vertù e giustizia e potenza

e lealtà tutt'e piagenza

e tutto bon, mal non fiore.

O bon Gesù, noi vedemo te

come mendico a piede afritto andare;

afamato, asetato e nudo se',

né magion hai, né cosa alcuna, pare.

Or non se' tu di ciel e terra re?

Ricco cui e quanto e senz'alcun pare?

O perché tanto abassare

e far te de maggio menore?

Venuto se' tanto trabasso

solo montandone,lasso! ,

ad onni compiuto riccore.

O bon Gesù, te, tal barone,

vedemo lasso, preso e denudato,

legato en tondo, siccome ladrone;

e 'l tuo bel viso battuto e sputacchiato;

apresso in croce afitto, a pogione

bever fele, de lancia esser piagato!

E già non fu tuo peccato,

ché non fai che bono o migliore;

ma latrocinio nostro fue,

und'appeso e morto se' tue,

tale nostro e tanto signore.

O bon Gesù, tu contristato,

e di cielo e di terra onni allegrezza!

Preso è solvitor d'ogni legato,

laidita e lividata ogni bellezza,

onore tutto e piacer disorrato;

è dannata giustizia a falsezza,

e disolat'è grandezza,

è vita e morte a dolore!

E di tutto ciò che ditt'aggio

el fellon nostro coraggio

no nd'ha pietà, né amore.

O bon Gesù, che villania

e che fellonesca e crudel crudeltate

vederte a tale, e saver per noi sia,

non pianger, né doler di pietate!

O lasso, lasso! Chi non piangeria,

se tal dolor vedesse a un suo frate?

Or noi dolem spesse fiate

di fera – ah, om traditore! –

e de pena via più leggera!

De te, sommo ben, per sì fera,

com'è non ciascun piangitore?

O ben Gesù, com'è ragione,

chi non vol de la tua doglia dolere,

allegra, de la tua resurrezione

e senza pena teco sostenere,

ch'è oltraggiosa? E matta è pensagione

pensar nel gaudio tuo teco gaudere,

mertar onta e danno tenere

omo che pro cher'e onore,

ove affannare vol nente.

Nol chera mai cor valente,

senza operar lì, valore.

O bon Gesù, apre el core

nostro, crudel, duro tanto,

ritenendo, a far di te pianto,

com aigua 'n ispungia, dolore.