XXXV

By Pietro Bembo

Amor è, donne care, un vano e fello,

cercando nel suo danno util soggiorno,

altrui fedele, a sé farsi rubello;

un desiar, ch´in aspettando un giorno

ne porta gli anni e poi fugge com´ombra,

né lascia altro di sé, che doglia e scorno;

un falso imaginar, che sì ne ´ngombra

or di tema or di speme e strugge e pasce,

che del vero saper l´alma ne sgombra;

un ben, che le più volte more in fasce;

un mal, che vive sempre e, se per sorte

talor l´ancidi, più grave rinasce;

un a gli amici suoi chiuder le porte

del cor, fidando al nemico la chiave,

e far i sensi a la ragione scorte;

un cibo amaro e sostegno aspro e grave,

un digiun dolce e peso molle e leve,

un gioir duro e tormentar soave;

un dinanzi al suo foco esser di neve

e tutto in fiamma andar sendo in disparte,

e pensar lungo e parlar tronco e breve;

un consumarsi dentro a parte a parte,

mostrando altrui di for diletto e gioia,

e rider finto e lagrimar senz´arte;

un, perché mille volte il dì si moia,

non cercar altra sorte e gir contento

a la sua ferma e disperata noia;

un cacciar tigri a passo infermo e lento,

e dar semi a l´arena, e pur col mare

prati rigar, e nutrir fiori al vento;

le guerre spesse aver, le paci rare,

la vittoria dubbiosa, il perder certo,

la libertate a vil, le pregion care,

l´entrar precipitoso e l´uscir erto,

pigro il patti servar, pronto il fallire,

di poco mel molto assenzio coperto,

e ´n altrui vivo, in se stesso morire.