XXXVI. - Contro una donna invidiosa

By Bernardo Giambullari

Veggo tutt'i pianeti in una lega

con tutta la lor forza a farmi guerra,

sanza darmi riposo, pace o tregua;

veggo contr'a di me l'aria e la terra

e tutti gli alimenti in un volere:

ciascun contr'a di me la punga serra.

Oh! quanto con ragion m' ho da dolere,

non già d'Amor, ma sì della fortuna

sempre nemica d'ogni mio piacere.

In tutto il cerchio qual gira la luna,

o quanto e raggi sua distende el sole,

non credo si trovassi alma nessuna

che si possa doler (dolga se vuole)

né sia alla fortuna tal suggetto,

quanto son io in fatti e in parole.

Deh, perché le son io tanto in dispetto

che quando i' credo l'ancora gittare

e surger lietamente a mie diletto,

la mi percuote e manda in alto mare

con sì alpestro e tempestoso vento

ch'a porto non ispero più tornare?

Né spero più in vita esser contento,

po' che fortuna vuol che così sia

che la mie vita stia sempre in tormento.

Invidia maladetta iniqua e ria,

tu hai contr'a di me tal punta retta

che m' è vieto abitar l'eccelsa via;

ma se di questo i' non ne fo vendetta

colla mie lingua in ciascuna pendice,

dal ciel mi venga un'ardente saetta.

Tanto diroe di quella ch' è radice

di tutte le mie pene e mie dolore,

che 'l suo onore tornerà infilice;

perch'i' son certo donde vien l'errore

e del mie male appunto so l'effetto,

che troppo amare onestà e onore.

E non parrà ch' i' abbi freddo il petto;

parrà che la mie lingua abbi il parletico

vendicarmi di tanto dispetto.

Non parlo per gran pena, anzi farnetico.

Così farneticando vo' vedere

altri temerà il mie solletico.

Per certo i' non farò men che dovere,

ché chi mal cerca è pur ragion che n'abbia.

I' ne farò mi' sforzo e mie potere

di metter quest' invidia in una gabbia,

e pungerolla con siffatta ortica

ch'ella si morderà le man per rabbia,

po' che per lei il mie cor si notrica

d'amar sospiri e sì cocente pena

che morte mi sarebbe men fatica.

Se romper si potessi la catena

che tien mie cor in così aspre sorte

mi sare' grazia filice e serena.

Che la spietata iniqua e cruda morte,

la qual mi fugge, si voltassi addrieto

e mettessimi drento alle suo porte,

allor mi chiamerei contento e lieto:

la morte mi sare' consolazione

al core; ogni pensiero sare' quieto.

Ragguagliata che sia questa ragione,

ch' i' senta mie sementa render frutto,

andrò cercando nuova abitazione,

consumando mie vita in pianti e 'n lutto

per folti boschi con diverse fiere;

questo sarà mi' albergo e mie ridutto.

Trasformerò di me tutte maniere

tenendo vita propio d'animale,

pascendo in boschi, sulle rive a bere.

E così diverrò con loro quale

di vestige, di modi e di sembianti,

parlando come l'orso o il cinghiale.

Le strida e' muggi lor mi saran canti,

e i' comprenderò lor modi e forma,

e, lor tacendo, seguirò mie pianti.

El giorno all'ombra d'una folta torma

di castagni, di faggi, querce o nassi

converrà per istanco alquanto i' dorma;

la notte scura moverò mie' passi

con l'altre fiere andando alla ventura

graffiando fra gli sterpi e membri lassi.

La più feroce fiera e più sicura

mi farà scorta per compassione,

perché dell'altre i' non abbi paura.

Questo sarà un rigido lione

ch' è posto sopr'a tutti gli animali,

sì come agli anima' son le persone;

e poi per compagnia lupi e cinghiali,

draghi serpenti liopardi e orsi,

ben che sien come me tutti mortali.

Vedrogli in un voler tutti disporsi

con meco a lamentar della mie pena,

fin che ' pianeti aràn fatti lor corsi,

po' che fortuna a tal sorte mi mena

ch' i' disidero e bramo in breve spazio

che 'l sangue mi s'adiacci in ogni vena.

O glorioso Amore, i' ti ringrazio

di te m'ho da lodar, non da dolere,

di laldarti mai non sarò sazio.

Da te non ebbi mai se non piacere.

D'essere amato tu m'ha' fatto degno

da tal ch' i' non son degno di vedere.

Con la mie volontà 'nanzi a te vegno,

con lagrime pregando tuo potenza

che tu facci di me nel cor ritegno

di quella donna di tanta eccellenza

che nell'etterno regno par criata,

tant' è di biltà piena e di prudenza.

La perfetta amistà non sia lasciata

e 'l fervente disio qual porto a lei;

suo voglia contr'a me non sie cangiata,

ma prendale piatà de' martir miei.