XXXVI. - Contro una donna invidiosa
Veggo tutt'i pianeti in una lega
con tutta la lor forza a farmi guerra,
sanza darmi riposo, pace o tregua;
veggo contr'a di me l'aria e la terra
e tutti gli alimenti in un volere:
ciascun contr'a di me la punga serra.
Oh! quanto con ragion m' ho da dolere,
non già d'Amor, ma sì della fortuna
sempre nemica d'ogni mio piacere.
In tutto il cerchio qual gira la luna,
o quanto e raggi sua distende el sole,
non credo si trovassi alma nessuna
che si possa doler (dolga se vuole)
né sia alla fortuna tal suggetto,
quanto son io in fatti e in parole.
Deh, perché le son io tanto in dispetto
che quando i' credo l'ancora gittare
e surger lietamente a mie diletto,
la mi percuote e manda in alto mare
con sì alpestro e tempestoso vento
ch'a porto non ispero più tornare?
Né spero più in vita esser contento,
po' che fortuna vuol che così sia
che la mie vita stia sempre in tormento.
Invidia maladetta iniqua e ria,
tu hai contr'a di me tal punta retta
che m' è vieto abitar l'eccelsa via;
ma se di questo i' non ne fo vendetta
colla mie lingua in ciascuna pendice,
dal ciel mi venga un'ardente saetta.
Tanto diroe di quella ch' è radice
di tutte le mie pene e mie dolore,
che 'l suo onore tornerà infilice;
perch'i' son certo donde vien l'errore
e del mie male appunto so l'effetto,
che troppo amare onestà e onore.
E non parrà ch' i' abbi freddo il petto;
parrà che la mie lingua abbi il parletico
vendicarmi di tanto dispetto.
Non parlo per gran pena, anzi farnetico.
Così farneticando vo' vedere
altri temerà il mie solletico.
Per certo i' non farò men che dovere,
ché chi mal cerca è pur ragion che n'abbia.
I' ne farò mi' sforzo e mie potere
di metter quest' invidia in una gabbia,
e pungerolla con siffatta ortica
ch'ella si morderà le man per rabbia,
po' che per lei il mie cor si notrica
d'amar sospiri e sì cocente pena
che morte mi sarebbe men fatica.
Se romper si potessi la catena
che tien mie cor in così aspre sorte
mi sare' grazia filice e serena.
Che la spietata iniqua e cruda morte,
la qual mi fugge, si voltassi addrieto
e mettessimi drento alle suo porte,
allor mi chiamerei contento e lieto:
la morte mi sare' consolazione
al core; ogni pensiero sare' quieto.
Ragguagliata che sia questa ragione,
ch' i' senta mie sementa render frutto,
andrò cercando nuova abitazione,
consumando mie vita in pianti e 'n lutto
per folti boschi con diverse fiere;
questo sarà mi' albergo e mie ridutto.
Trasformerò di me tutte maniere
tenendo vita propio d'animale,
pascendo in boschi, sulle rive a bere.
E così diverrò con loro quale
di vestige, di modi e di sembianti,
parlando come l'orso o il cinghiale.
Le strida e' muggi lor mi saran canti,
e i' comprenderò lor modi e forma,
e, lor tacendo, seguirò mie pianti.
El giorno all'ombra d'una folta torma
di castagni, di faggi, querce o nassi
converrà per istanco alquanto i' dorma;
la notte scura moverò mie' passi
con l'altre fiere andando alla ventura
graffiando fra gli sterpi e membri lassi.
La più feroce fiera e più sicura
mi farà scorta per compassione,
perché dell'altre i' non abbi paura.
Questo sarà un rigido lione
ch' è posto sopr'a tutti gli animali,
sì come agli anima' son le persone;
e poi per compagnia lupi e cinghiali,
draghi serpenti liopardi e orsi,
ben che sien come me tutti mortali.
Vedrogli in un voler tutti disporsi
con meco a lamentar della mie pena,
fin che ' pianeti aràn fatti lor corsi,
po' che fortuna a tal sorte mi mena
ch' i' disidero e bramo in breve spazio
che 'l sangue mi s'adiacci in ogni vena.
O glorioso Amore, i' ti ringrazio
di te m'ho da lodar, non da dolere,
di laldarti mai non sarò sazio.
Da te non ebbi mai se non piacere.
D'essere amato tu m'ha' fatto degno
da tal ch' i' non son degno di vedere.
Con la mie volontà 'nanzi a te vegno,
con lagrime pregando tuo potenza
che tu facci di me nel cor ritegno
di quella donna di tanta eccellenza
che nell'etterno regno par criata,
tant' è di biltà piena e di prudenza.
La perfetta amistà non sia lasciata
e 'l fervente disio qual porto a lei;
suo voglia contr'a me non sie cangiata,
ma prendale piatà de' martir miei.