XXXVI

By Bernardo Pulci

Giovane bella, che, dogliosa e stanca,

tutta pensosa, de' tuo lunghi affanni

forse pensando ti raddoppia il pianto,

perché la vista lagrimosa e bianca

non riconforti, se i tuo doppi danni

può ristorar colui che t'ama tanto?

La benda e 'l nero manto

non si conviene a sì felice donna,

ma più fulgida gonna,

onde s'allegrin tuo diletti figli.

Gl'insulti e gran perigli

son tolti, e spenta ogni superbia aldace,

tal ch'ogni tuo potenza è posta in pace.

Se del tuo Cosmo ancor t'affliggi e duoli,

ch'avea tant'onorato il tuo bel volto

e che volgeva ogni tempesta in calma,

chi sarà che non dica a' tuo figliuoli:

«Assai per tempo crudelment'è tolto;

mort'è, lasciando la terrestre salma»?

Ma se felice l'alma

là su più splende e 'n terra ognor suo fama,

chi piangerà, s'egli ama

tanto costui ch'è giunto al suo fin degno,

a noi sì caro pegno

di sé lasciato, onde si mostra indizio

a te sempre natura e 'l ciel propizio?

E se forse chiamato alcuno iddio

da te pur dianzi si mostrò crudele,

fu per drizzarti alle più degne scole.

Più si discerne il ben sempre pel rio,

più per l'assenzio si degusta il mele:

così fa chi 'l fedel suo sempre cole;

così quel che ci duole

non è qual si dimostra sempre avverso.

Colui che l'universo

volge sovente ci risveglia e desta;

po' mostra quant'è presta

suo pietà grande, se da lui non move,

nostra speranza rivolgendo altrove.

Bastiti sol che di sì lieve impresa

altri, tardi pentuto, in sé si rode,

assai più d'odio che di fama degna,

tu, lieta e vincitrice, dall'offesa

con regi e duchi chiar, degni di lode

aver portato gloriosa insegna.

Or vede quanto indegna

giunse la speme alla suo voglia incerta,

ogni fallacia aperta

de' suo congiunti e collegati in terra;

vede di doppia guerra

partorir frutto che suo gloria perde,

e tuo gloria immortal sempr'è più verde.

Ma voi più crudi, ché sì degna madre,

mentre dubbiosa desïando teme,

non consolate con benigno effetto,

sì che per l'opre sue tanto leggiadre

ricolga il frutto di suo santo seme,

qual si conviene al suo piatoso affetto,

fugando ogni sospetto

che più nel suo bel sen par che gli offenda?

Amor vuol ch'io mi stenda

di lei, creato non per altro merto,

essendo uman per certo:

io dirò pure, e se tropp' osa è l'opra,

s'i' dico il ver, quel mi difenda e copra.

L'ire, l'invidie, l'avarizie ingorde

sien tolte e gli odi, d'ogni mal cagione,

tal ch'ogni cupidigia si diparti,

rotte l'insidie manifeste e sorde,

sì che si posi in una intenzione

ciascun, premendo i velen ciechi sparti.

Le discipline e l'arti

domandon pace sol nel vostro core;

così ciascun minore

aspetta già che di qui grazia fiocchi.

Dunque, volgete gli occhi,

po' che di qui dipende ogni salute,

con opra ove consiste ogni virtute!

Quella che luce più che l'altre stelle

servate, poi che l'universo regge

e che 'l ciel volge con la spada in mano;

accompagnate sue opere belle

con supreme virtù, con sante legge,

tal che sie chiuso il gran delubro a Giano!

L'antico pianto in vano

di Geremia sopra di voi ritorni

felice, ove soggiorni

donna, per cui Torquato il figlio uccise;

altri da sé il divise

per consolar l'orbata vedovetta.

Dunque, quanto seguir costei s'aspetta?

Così colei che tanto al mondo è cara

amate, onde la madre antica Roma

pianse, po' che 'l civil suo sangue sparse.

Questa sola virtù nel mondo chiara

a tutt'i Deci fu già grieve soma,

simile a chi l'errante sua destra arse.

Questa ne' Fabi apparse

sempre più degna; in Furio si discerne,

in quella che Oloferne

soletta ancide, in Codro si dimostra:

di qui la gloria vostra.

Luce però costei tanto gradita,

a voi sempre più grata assai che vita.

Tu, viva petra, dove il tuo bel nido

ha posto ogni suo speme, ogni suo fede,

da non l'offender mai vento né pioggia,

se tu se' stato già costante e fido

nelle cose più strette, or che si crede

nell'ample, ove Fortuna più non poggia?

Ma solo in te s'appoggia

ogni vittoria; or sie fida di smalto,

donde si levi in alto

la bella donna già fatta sicura,

e cresca ogni tuo cura

quanto 'l sospetto, ch'ogni picciol regno

per le vigilie sol si fa più degno.

Spesso quel che crudel ferro non vinse

vinse la pace, e nel tranquillo mare

il sopito nocchier percosse il vento.

Tu, che fato, né ozio anco non strinse,

questo conserva e le tu' opre chiare,

ché 'l proveduto dardo è sempre lento;

la piaga occulta drento

è da curar sol con la tuo prudenza,

onde la tuo clemenza

col buono Augusto e Scipio si contempli,

benché di molti essempli

già si conosca aver te fatto un solo,

ond'è tuo fama al ciel levata a volo.

Vince la tuo pietate ogni perfidia,

vince la crudeltà, donde ci mostri

la comune salute a te preporre.

O tenace costanza, o dolce invidia,

con virtù ma' più vista a' tempi nostri

e che futura età non potrà tôrre!

Ecco ch'ognun ricorre

nelle tuo braccia qual torrente a fiume,

o come ogn'altro lume

al sol refugge; e ben si può dir cieco

chi la suo gloria seco

nella salute tua non riconosca,

onore e fama della gente tosca.

Vivi dunque felice, acciò che viva

questa tuo donna dolcemente, all'ombra

con teco sempre di duo verdi rami.

E tu, florida, bella, onesta e diva,

ogni mesto pensier da te disgombra,

po' che, felice giunta a quel che brami,

chi fia che non ti chiami

più ricca donna d'un sì car diamante,

pur che tu sia costante

di servar quel come tuo sommo bene,

non, come ispesso avviene,

nella mollizia, d'ogni ben nimica,

ché chi ben posa mal seme notrica?

— Canzon, se tu vedra' mai il nostro duce,

digli che 'l tuo fattor converso è 'n cigno,

che canta, posto nel maggior martire;

né fra tanta procella altro Polluce

più non discerne, fato o dio benigno,

ma solo ha sculto in petra ogni desire.

Se del tuo grande ardire

cerca, dirai: «S'i' fu' manco modesta,

colpa la nova età, ch'è pronta e presta».