XXXVI

By Pietro Jacopo De Jennaro

L'aspido ch'a salvar fui presto e vago,

ch'era aghiacciato e per morir constretto,

ponendol dentro al mio calido petto

senz'esser già del mal futur presago,

mi suge il sangue, onde per gli occhi un lago

di lacrime distillo, et ho sospetto

non tardi morte, ca morendo aspetto

guarir la piaga, e d'altro mai m'appago.

O venenosa e tacita natura

ingrata, o mia crudel vana mersede,

o veder orbo, o simplice judicio!

Vivo penando in tant'aspro suplicio

fuor di speranza, e tal acquista fede,

che per altrui salvar sé poco cura.