XXXVI
L'aspido ch'a salvar fui presto e vago,
ch'era aghiacciato e per morir constretto,
ponendol dentro al mio calido petto
senz'esser già del mal futur presago,
mi suge il sangue, onde per gli occhi un lago
di lacrime distillo, et ho sospetto
non tardi morte, ca morendo aspetto
guarir la piaga, e d'altro mai m'appago.
O venenosa e tacita natura
ingrata, o mia crudel vana mersede,
o veder orbo, o simplice judicio!
Vivo penando in tant'aspro suplicio
fuor di speranza, e tal acquista fede,
che per altrui salvar sé poco cura.