XXXVII. - Supplica dell'amata

By Bernardo Giambullari

Merzé, per Dio, Amor, ch'i' più non posso

il grieve pondo che mi rompe e spezza

el core e l'alma e quanti nervi ho addosso!

Sott'ombra di diletto, in quanta asprezza

ha' tenuto mie vita soggiogata

amando la fontana di durezza!

O vita mia in mal punto criata,

albergo e nido d'infinita guai,

da un'ardente fiamma accircundata,

ch'ognora accende e folgora suo rai

con sì cocente e perfide faville

che morte stimo di men pena assai!

Chi tempo aspetta, ogn'ora gli par mille.

I' sto pure a speranza, e 'l tempo fugge;

gioventù manca e biltà si distille.

Sento mie core involto in una rugge

che mille fiate il giorno in un momento

come la brina al sol disfassi e strugge.

Se mi giovassi pure el far lamento,

fare' mi' occhi simili a duo fiumi:

i' piango, e piangerei per ognun cento.

O dispiatati e sì leggiadri lumi,

orati in tosco duo pungenti strali,

in fronte al fiume de' degni costumi,

in vista gloriosi e non mortali;

sol di me morte, per vostra vaghezza

contro a ragione a me sì micidiali!

O crudel giorno qual tanta bellezza,

per far mie vita brieve, a essa porsi

mie vista, poi di lagrime ognor mézza!

Deh, perché in altro loco non mi torsi

o prima o poi istendendo mie passi,

non volendo mie vita sottoporsi?

Ben credo che fortuna mi portassi

traslatando mie cor di carne in esca,

perché quel ch'addivenne m'incontrassi.

Come dal cielo alle volte par ch'esca

un'ardente saetta, e giù s'appiglia,

e secca l'erba ch' è florida e fresca;

così duo razzi uscir sotto le ciglia,

ardendo con gran forza e gran valore,

di quella a cui nessuna s'assimiglia;

né altrimenti accesono il mie core

come l'archiminata polver nera

quando del fuoco sente suo calore.

I' ero come fronde a primavera

tenero e verde d'anni giovinetto,

del mie giorno a mattino, or presso a sera.

Ho consumato l'alma e 'l cor nel petto,

el giorno sospirando, e poi piangendo

quando ciascun si posa per diletto.

Or, non potendo più, vinto m'arrendo

perch' i' mi veggio a tal termine giunto

che morte s'avvicina a me correndo.

Ma se 'l cor di costei fuss'ancor punto

alquanto di piatà pe' mie' martiri,

di vita non sarei ancor defunto.

Ti priego, Amor, con lagrime e sospiri,

col tuo possente stral costei offenda

ch'a me, com' i' a lei, suo luce giri,

e poi con umiltà mie prece intenda,

matura su' acerba condizione,

che del passato tempo facci ammenda.

E per dar fine a tanta passione,

mi volto a lei con timorosa faccia

colle luce stillando ginocchione,

col volto chino e croce delle braccia:

- Misericordia, pace e non più guerra;

merzé, prima che morte mi disfaccia! -.

Tanto starò aggiunto sulla terra

che converrà che piatà si discuopra

a romper la catena che 'l cor serra.

Se 'n te è gentilezza, come ogni opra

felice e degna par che 'n te possegga,

la ragion converrà che stia di sopra.

Prima che sopra a me ritto mi regga,

uscirà crudeltà fuor del tuo core,

e tutto d'umiltà ripieno il vegga.

In te è sapienza, in te valore;

tu di biltà sopr'ogni criatura;

tu fiume di virtù, fonte d'onore.

Intera d'ogni part' è tuo figura

più ch'altra donna che mai fussi o sia,

specchio di ciò che mai fece natura;

e ben ch'a me occultamente stia

misericordia, ch' è madre d'amore,

non ispero però che 'n te non sia;

ché non fu mai sì filice signore

che veggendosi amar, s'egli è gentile,

che lui non ami chi l'ama di core.

Esaltando si vien nel farsi umile;

l'umiltà piace sopra ogni altra cosa:

deh, non mi disdegnar, ben che simile

non sia a tuo persona graziosa.