XXXVIII. A DON FILIPPO CAETANI INVIANDOGLI LA GIUNONE PLACATA, COMPONIMENTO DRAM...

By Vincenzo Monti

Indocile orgogliosa

Del gran tonante Egìoco

Giunon sorella e sposa

Vivea sul ciel sdegnata

Col dio marito e querula

Consorte abbandonata.

Nè ancor l'acerba e rea

Cagion di tante collere

Dimenticato avea;

Alto in mente scolpito

L'esaltato risiedele

Ganimede rapito;

Le false pioggie d'oro,

L'onde rotte rammentasi

Dall'ingannevol toro,

Ed il cigno alla bella

Greca sì caro, e d'Elice

L'ingiuriosa stella.

Quindi fredde incalcate

Stan de' celesti talami

Le piume desolate:

Alto silenzio ed ombra

Le cortine purpuree

I penetrali ingombra.

Ma che? De' numi in seno

Son gli sdegni placabili,

Come in petto terreno:

Del ciel la Pace è figlia;

Essa le dolci ed utili

Opre d'amor consiglia.

Placossi, e le querele

Cessar la dea compiacquesi

Sul consorte infedele,

Quando, o signor, d'Imene

Per te sì belle videlo

Fabbricar le catene.

E ben l'illustre impresa

La maritale assolvere

Dovea passata offesa;

Chè assai nello splendore

Di sì bell'opra emendasi

Di Giove il prisco errore.

Così mortal cagione

Sedò d'Astrea d'Apolline

Un giorno la tenzone;

Così l'aspre contese

Tacquer di Palla e Venere

Dal fatal pomo accese.

Sul plettro aureo divino,

Amor di Febo e gloria,

Il coturnato Artino

Sì bei casi alle rive

Cantò dell'Istro; e risero

Dolcemente le dive.

Forse a me biechi i lumi

Vedrò Giuno rivolgere

E il gran padre de' numi;

Perchè ardito svelai

I lor secreti, e libero

In Pindo li cantai.

Forse le Muse irate

Andran; perchè alla cetera

Mutai le corde usate,

E con folle ardimento

Tentai l'inimitabile

D'Artin dolce concento.

Ma tu, signor, che sei

Bel germe di magnanimi

Terrestri semidei,

E cortese alma eguale

Vanti l'onor dell'inclito

Luminoso natale;

Tu de' miei carmi il suono

Ascolta, e dall'amabile

Sposa ottieni il perdono,

Se mai duolsi ch'io l'ore

Osi alquanto interrompere

Sacre ad uso migliore.

Giusto è ben ch'ella poi

Di prole il fianco aggravisi,

E sia madre d'eroi:

Ma non scacci le Muse,

Che alle soavi assistere

Opre d'Amor son use.

Nè questi versi a vile

Prenda il caro ad Urania

Tuo genitor gentile;

O da torre solinga

Di Marte all'orbe ei l'occhio

Calcolator sospinga;

O pallida anelante

Segua al Centauro in braccio

D'Endimion l'amante,

Mentre pel ciel notturno

Indarno a lei soccorrere

Tenta il pigro Saturno.