XXXVIII. - In biasimo delle donne e d'Amore

By Bernardo Giambullari

Per isfogare alquanto le mie pene,

colla voce tremante apro la bocca

essempro dando a chi dirieto vène.

È sì grande 'l dolor che 'l cor mi tocca

che con aggiunte palme morte invoco:

suo colpo aspetto, e l'arco anco no scocca.

Resurto m' è ogni allegrezza e gioco

in lagrime e sospir tanto cocenti

ch' i' mi distruggo più che neve al foco.

Andar mi veggo a passi gravi e lenti

sol per amor veduto in tal declino;

pers'ho la forza, el gusto e' sentimenti.

Meco pensando piango a capo chino,

malediscendo e giorni, e punti e l'ore

ch'Amor mi mise in sì crudel destino.

Oh, con quanta dolcezza el traditore

mi mise per un prato pien di fronde,

là dove i' persi per vaghezza el core!

Rivoltomi più volte a veder onde

i' ero entrato, per tornare indreto,

un falso lagrimar la via m'asconde.

E come el sol co' raggi passa il vrieto,

così le luce di questa bugiarda

mi passan drento al cor transìto e cheto.

Deh, quanto è folle ciaschedun che guarda

o crede a fe' di femmina che sia,

perché lor fede è fragile e bastarda.

Elle son seme e pianta di resia,

piene di tradimenti e d'omicidio,

pur che s'adempi la lor voglia ria.

La donna ci privò del santo nidio

per adempier suo voglia di quel frutto

che ci fa star quaggiù in tanto fastidio.

Le sono un animal sì falso e brutto

che chi gustassi bene ogni lor parte,

di lor nemico si farebbe in tutto.

L'hanno tanta malizia, e tant' è l'arte,

che sott'ombra d'amore ell' han già fatti

molti finir discritti in mille carte.

Per questo falso Amor ne son disfatti

regni potenti d'anime e di gioia,

come si legge e vedesene gli atti.

Vedi l'antica e gran città di Troia:

sol per Elena, per colpa d'Amore,

disfatta fu con pianti, danno e noia.

Risguarda prima el celeste Signore

che dua città summerse per isdegno

del grande obrobbio d'esto traditore;

E vedi Salamon, cotanto degno,

che fue di sapienza lume e specchio,

e poi dove perdè tutto 'l suo ingegno.

L'altro fu Aristotil, tanto vecchio,

che si sommise d'esser cavalcato,

come ti porge tutto dì l'orecchio;

l'altr' è Vergilio nel ceston tirato;

ben che non fu tal mal sanza vendetta,

non resta che non fusse dispregiato.

Almena fu sì bella giovinetta

che Giove ne discese dell'altezza,

punto dal traditor con suo saetta.

Tu dei saper come la gentilezza

d' Ipolito finì con tanto strazio,

nel fiore appunto di suo giovinezza.

Risguarda ancora in quanto brieve spazio

Pirramo e Tisbe fûr di vita spenti,

pel traditor di micidi non sazio.

Ah, quanti ne son già suti dolenti!

Vedi Leandro e Ero in sulla rena

usciti fuor del numer de' viventi;

d'Achille vedi che per Pulisena

fu la suo vita a tradimento spenta,

qual fu a' Greci una dolente pena.

I' credo ispesse volte ancor si senta

del tradimento che fece Giuletta

e quanto ella vi fu presta e attenta.

Tu dei saper come 'n un' isoletta

del mar si truova da Gianson lasciata

Medea, lamentandosi soletta.

Or vedi se costei fu scellerata,

Semiramis, che da dua figliuoli

propii di sé voll'essere sposata.

Rivolgiti a Sanson, se veder vuoli

come fu per Amor toso le chiome,

lasciati e membri sua di forza soli;

e di Pasife dei sapere el come

gravida fu d'un feroce animale,

qual par che toro sia suo dritto nome.

Amor bugiardo falso e disleale

che fe' prendere Appollo forma umana

e cogli armenti nelle selve sale!

Ben veggo quant'ell' è malvagia e strana

questa fera crudel, ch' ècci nimica

e mostrasi sì dolce e sì umana;

e parmi ben che l'animo mi dica:

- Po' che tu ne se' fuor, piglia tal via

che non ritorni più fra questa ortica -.

Ritengasi chi vuol la preda mia,

questa falsa bugiarda ch' i' amavo,

che sempre fuggirò dond'ella sia;

né ma' più mi farò servo né schiavo

di donna ch' è più lieve che la foglia,

ma pentomi di quante amate n'avo.

Anzi, chi vuole al mondo fuggir doglia,

fugga l'Amor, perché chi vi si lega

non ha ma' ben, né può cosa che voglia.

Risguarda ciò che 'l dir di sopra ispiega

e vedi quest'Amore essere un mare,

che chi me' vi passeggia, quel v'anniega.

Da me nessuna più si vedrà amare,

perché l'animo mio disia e brama

in prima tutte l'altre dileggiare.

Oh, filice colui ch'Amor non ama,

però che nuocer non gli può fortuna!

E pure a chi piacessi alcuna dama,

torla per donna, o non amar nessuna.