XXXVIII
Trovar potrà qualunque indaga e cerca,
che d'ogni altro animal fu la Natura
pia matre, ma de l'huom cruda noverca.
Suo poco ingegno fosse, o poca cura,
quello animal, ch'esser dovea signore
di tutti gli altri, è pien d'ogni sciagura,
rimaso in preda quel sendo al dolore
del corpo e de la mente, onde languire
convien miser per forza a tutte l'hore,
e finalmente in servitù morire;
ma la morte biasmar però non voglio,
che in terra tanti non potrian capire.
Del viver troppo breve sol mi doglio
ch'altri animai con più ferma radice
d'avanzar l'huomo in ciò prendono orgoglio.
Che giova al mondo il cervo, e la cornice
viver mill'anni e mille et altri molti,
– né tra quei nominar vuo' la Phenice –
e gli huomini a trovar sempre rivolti
nuovi rimedii con l'esperienza,
vengon di vita troppo acerbi tolti?
Quand'un comincia qualche conoscenza
di cosa haver, che a gli altri occulta sia,
convien dal mondo far dura partenza.
Che a gli altri la Natura matre pia
fosse, e matrigna a l'huomo, in tal maniera
fondo l'intention verace mia.
Ogni animal domestico ogni fera
senz'altro aiuto i figli suoi produce,
sia notte o giorno, e sia mattina o sera;
che uscito ogniuno a la diurna luce
tosto prende la mamma, e salta e corre,
poi senza guida al nido si riduce.
Né gli bisogna o panni o fascie torre,
non acqua per lavar, per scaldar foco,
né d'essi alcun sopra la culla porre.
Né ritrovo animal tanto da poco,
cui non armi Natura, onde difesa
faccia contra d'ogni altro in ciascun loco:
l'un corna, l'altro denti, unghie da presa
quel porta e coda venenosa questo,
chi gambe da fuggir ratto a distesa.
Chi spine acute avventa, e manifesto
parmi, che seco porti ogni animale
rimedio a chi l'offende agro e funesto.
Chi nuota in acqua, e chi per l'aria l'ale
veloce spiega e con zanne e con squame
hor si difende hor l'inimico assale.
E la Natura per trargli la fame
larga provide a quel per mille strade,
herbe, frondi, radici, arido strame.
Semi diversi e vermi e frutti e biade
mosche, vespe, locuste, estri e farfalle
sen va pascendo e sempre in libertade.
S'egli si trova o in prato o in monte o in valle
o in bosco o in selva o in spiaggia il cibo coglie,
la state e il verno, che ciò mai non falle.
Ma de la matre l'huom, tra gridi e doglie
convien che al mondo nasca, e disarmato
non pur, ma privo di tutte le spoglie.
E sol può dirsi l'infelice nato
a le fatiche, e convien pur che sudi,
perché il cibo gli sia da viver dato.
Tutti adunque nasciam poveri e nudi,
con le commatri e con le balie intorno,
eccetto il pianto ad ogni cosa rudi,
e con miseria grande e con gran scorno
subito e mani e piedi avvinti stretti,
gran tempo in guisa tal facciam soggiorno.
e totalmente ad ogni cosa inetti,
senza saper se morti siamo o vivi
colmi stiam di miserie e di difetti,
più giorni e mesi et anni al tutto privi
d'ingegno e di discorso e d'intelletto,
fin che a vent'anni almen ciascuno arrivi.
Ma perché l'huom più fosse anco imperfetto
ciascun de la sua vita il corso breve
consuma la metà dormendo in letto.
Se così poco pur l'huom viver deve,
perché Natura il diede al sonno in preda,
non men che morte in fin che dura greve?
Non veggio cosa, onde a la morte ceda
il sonno, fuor che in esser quella eterna:
l'util, che il sonno fa, dunque ogniun veda.
Non è sì cieco alcun che non discerna
palesemente la miseria humana
ne l'estrinseca parte e ne l'interna.
Crudel Natura, ch'io non dico insana,
perché nel crear l'huom fosti matrigna,
sì dal materno affetto tuo lontana?
Se in crear tanto pia fosti e benigna
gli altri senza ragion bruti animali,
perché verso di noi cruda e maligna?
Perché febbri e cattari e tanti mali,
facesti, che molestan giorno e notte
con gran tormento i miseri mortali?
Rene e tumori e pietre e fianchi e gotte,
spasmi, pesti, dolori, apoplessie,
che tante acerbe vite hanno interrotte.
Tante insidie date per tante vie
fur poste a questa travagliata vita,
da non l'esprimer le parole mie.
Ma per far la miseria più compita,
non ti bastando i crudi mali esterni,
ogni pietà da te crudel sbandita,
ne desti in preda a tanti affetti interni,
come odio, sdegno, invidia, ambitione,
che indarno par che la ragion governi.
Superbia, ira, avaritia, son cagione,
vano amor, gelosia, c'hora sì spesso
ceda il dritto a la forza e la ragione.
Un altro error de la Natura espresso
vuo' dir: quest'è che in crear l'huom coperto
dentro al petto e nascosto il cor gli ha messo.
Oh, se veder quel si potesse aperto
a quanti gravi scandali e ruine
si trovaria vero rimedio e certo!
Le fraudi e gli homicidii e le rapine
tutte si schivarian, se il cor palese
scoprisse ogniun, come la faccia e il crine.
Perché non fe' Natura l'huom cortese
amorevol, benigno e mansueto,
col pensier volto a giuste e sante imprese?
Perché nol fe' magnanimo e discreto,
liberal, giusto, affabile e sincero;
che in bocca habbia l'istesso e nel secreto?
Che vinto non saria dal falso il vero,
né tanti inganni e tante fittioni
sarian ne l'huom, ne cor sì duro e fero,
di guerre e di discordie son cagioni,
di tanto sangue human sparto innocente
per tutto il mondo in varie regioni.
E senza legge viveria la gente
in pace e in carità per tutto il mondo,
ciascuno a gara a le buon'opre ardente.
Staria sommerso il vitio nel profondo,
saria quel sì lodato secol d'oro,
o viver dolce o conversar giocondo.
E se privi noi siam d'un tal thesoro
la Natura incolpar si deve sola,
che tanto errò nel far sì bel lavoro.
Ben so che in questa e in quella dotta scola
non pur difesa, ma lodata anchora
ne viene e che il suo nome illustre vola.
E di quei mali, c'ho descritti hor hora,
da lei fissi ne l'huom, la colpa danno
con vana fittion, tutti a Pandora.
Per altra via difenderla non sanno
ma come i temerarii adulatori,
le favole in suo pro trovando vanno.
Già fatti v'ho con man toccar gli errori
de la Natura, anchor che me ne resti
da dir gran parte e forse anco i maggiori.
Quei, che il Dio Momo già fe' manifesti,
s'egli avverà che un dì tempo m'avanzi,
dirovvi e gli altri anchor simili a questi.
Benché sian cose lievi e da romanzi
cercar se la Natura por dovea
dietro la polpa de la gamba, o innanzi;
ben tempo è di fornir, perch'io credea
di scriver poco a ciò d'intorno, quando
presa la penna in man per questo havea.
Ma i tanti falli di costei narrando,
gli anni consumarei non sol, ma i lustri:
vuo' tacer dunque, a voi mi raccomando,
Messer Thomaso et a i Signori illustri.